In quella casa abita un uomo strano. O meglio, io non so se vi abita davvero qualcuno. Talvolta quando vi passo davanti ho come l’impressione che da quelle finestre il vuoto mi osservi. E non dico che osservi “Me” mentre passo, non sono ancora così paranoico da credermi perseguitato… dal vuoto? Non siamo ridicoli per favore. Semplicemente egli (soggetto letterario), lui, insomma, l’uomo della casa, osserva, io credo, lo scorrere della realtà come fosse un film proiettato su una parete d’aria, e ci sono le stelle, sempre le stesse di notte, che girano e girano silenziose (sembra d’essere tornati nella culla), e il sole ugualmente, incastrato perfettamente al centro, e la luna meretrice, che come una lingua posata sul solco di un vinile legge la notte nell’ebbrezza tagliente e lungimirante. Ci sono le nuvole, quasi a tamponare il sudore sulla gelida fronte, nonostante sia estate e qualcosa sembra stia per accadere, poi invece niente.
Il reticolato alle finestre è sfondato in fuori, come ciglia da dove troppe volte si è evasi, almeno con lo sguardo. La solitudine quando arriva è anonima come la pioggia in cerca di identità. Per anni la si cerca, e non la si trova. Poi, quando è lei a trovarti e riempirti di sé fino alle ossa innamorate, vorresti scappare, negarti, quasi non l’avessi mai cercata con desiderio e disperazione. Per svincolarti dai labirinti dell’ordinario, come d’accordo.
Ma c’è questa casa con la sua lingua di viale che la nutre e la circonda, e vi invita a percorrerlo fino all’ingresso dove le luci e le ombre si rimescolano continuamente. Anche senza farsi vedere. Tutti i colori del cielo sono presenti, impastati, come si deve, nella tavolozza di un pittore un po’ pazzo. Chissà perché poi chi dipinge ha, tra le altre cose, un andamento bizzarro, a volte, o sempre, o non si vede, o viene visto.
Comunque, questa casa esiste, la sto vedendo anche adesso, circondata nel suo interno da una intricata vegetazione di virgole e punti (che è un diverso modo per descrivere pori e peli). Può darsi sia vuota, ma è una vana speranza. Non è impossibile, infatti, immaginare al suo interno la presenza di un qualche sparso mobilio, qualche sedia ad esempio, o almeno qualche sgabello, può darsi un piccolo baule, magari intarsiato, un tavolo, qualche scaffale, e pure dovranno esserci dei quadri là dentro, non ne sono sicuro, immaginerei dei paesaggi, oltre quelli offerti dalle finestre che ogni tanto s’illuminano. Quindi dev’esserci un uomo, e quell’uomo sogna la morte. Come faccio ad esserne così sicuro? Non ne sono sicuro, non ho la certezza del sogno, ma l’incertezza, qualcuno direbbe, della realtà. O viceversa.
Ma ad ogni modo: provate voi stessi a trovarvi da quelle parti, se vi riuscite, nell’ora ultima del sogno, o della veglia luminosa, e vedrete voi stessi, coi vostri stessi occhi, anzi, dai vostri occhi vedrete uscire ed animarsi le paranoie più bizzarre, come un personaggio inchiodato sul marciapiede qui di fronte. I suoi sguardi vi condurranno per mano, accarezzandovi i sensi, nell’inconsapevole gestualità di una fioritura mai vista prima d’allora, facendovi sollevare da un profumo mai percepito, dalla leggerezza mai sfiorata al sussurro inaudito, vi sublimeranno al sapore forse gelido e incipiente della conoscenza.
L’indirizzo è noto a tutti, proprio tu lo ignori? Una forza a noi estranea ci spinge a calpestare il buio quadrato della soglia. Basta poco spazio alla solitudine. E in quel preistorico istante la curiosità attinge nell’animo l’annullamento di ogni altro pensiero. Che ci sia freddo o caldo, non ha nessuna importanza, sarete magnetizzati dall’architettura imponente e sinuosa che l’edificio a un tempo riesce a trasmettere, ricordi?
Ed è inutile che passiate per strada con la determinazione di chi guarda per terra come se stesse cercando qualcosa che ha perso solo per non guardare la cosa che lo attrae indicibilmente.
La risolutezza è così debole. È una pallida fiammella di cera, teme il vento e le correnti d’aria improvvise. Bisogna proteggerla con la concava mano e proseguire. E tuttavia ne ha bisogno per bruciare tutto l’ossigeno di una stanza intima e confortevole. E ne gradite la pace e la sacralità di questo silenzio soffuso liberamente attorno al vostro sogno, ne siete circondati ed estasiati dallo splendore armonioso di suoni e colori che un giardino ben allestito riesce a evocare.
Manifesterete tutto il vostro dovuto rispetto e riserbo alla fonte del vostro piacevole estraniamento, e questo solo per non interrompere l’astrazione bruscamente, in modo da non infliggervi l’amarezza d’esser tornati tristemente in voi stessi.
Siate pazzi, siate felici. Fuori di sé. Fuori da ogni condizione.
Un quadro che abbia per soggetto un uomo nudo deve essere costruito in modo tale che sia rispettata non l’anatomia dell’uomo, ma quella del quadro stesso. (Paul Klee).
Smarrimento e inerzia è ciò che ogni assenza di luce può provocare nel consumo passivo del sogno o della veglia, interrompendo la stabilità di una così artificiosa atmosfera.
Quando sarete arrivati proprio davanti al cancello d’entrata di questa casa misteriosissima il vostro stesso palpito vi inchioderà nel terreno come un albero sull’orlo di un dirupo. Lentamente vi lascerete conquistare dalle vertigini. Ma alzerete gradatamente la testa come a rincorrere un pensiero volato in cielo, e, istintivamente volgendo lo sguardo alla parte opposta al vostro cuore, ad ovest del mondo, vedrete una porta chiudersi delicatamente alle sue spalle, portandosi via con sé la luce in quelle stanze che non conoscete e, morireste dal desiderio di sapere chi è, o cosa si è chiuso la porta dietro in quel mistero, in quel momento, in quel luogo innominabile. In che modo scorrono gli istanti. Quali suoni o parole s’aggirano per quei corridoi, in quelle sale così vuote. In quella casa abita un uomo strano, sogna la morte.