Archivio per Dicembre 2006

cenone di capodanno

Dicembre 31, 2006

 

 

Tra un po’ un gran numero di gente a fatica si alzerà dalle tavole rosse e leggere, lasciandole ancora più rosse e più scheletriche, appesantite, le genti, dal cibo ingerito e di cui ancora ne rimane qualche residuo tra i denti, e nude, le genti, perché le maschere sono cadute sui piatti di sangue, tutte queste genti andranno in cerca dei loro soprabiti e cappotti divenuti troppo stretti, e loro grandi, e se saranno fortunati, questi soprabiti e cappotti, qualche torero li aiuterà a indossarli, di cui essi stessi si erano scuoiati, e ritrovatosi insieme corno e spada, a braccetto, come tanti amanti ubriachi, usciranno all’aria fresca della notte, con i volti più che rosa coloriti, scodinzolando la coda a cavatappi, e di tanto in tanto avvicinando le bocche profumate dei cibi, baciandosi ancora le grasse risate paralizzate sui volti, stringendo mani unte e pelose di sessi, cammineranno come elefanti tra i solchi dei marciapiedi stracolmi di rifiuti e di nefandezze, schiacciando parole tra zoccoli e denti, senza rinunciare e peraltro a rincorrere sciocchezze, nessuno li noterà tra questi robivecchi caduti come dai cesti di mongolfiere o vasi da fiore dai terrazzi, ed io solo, soltanto io li vedrò tutti a poco a poco morire dietro un botto, oltre l’angolo di questa strada.

 

La paranoia di un personaggio

Dicembre 29, 2006

 

 

 

 

 

Non so se fuor dal leggibile io esisto o è la vita che dai margini mi osserva. Talvolta mi sembra d’essere avvolto in me stesso come un’identità (che non ho), o un cappotto che sta stretto alle spalle, curve e gonfie per le ali o le scale da fare, e le maniche son corte.

Quest’angoscia mi deprime e non mi saziano le distanze focalizzate in vari punti morti della storia. Che per essere storia devono esserci punti, e questi punti risoluti, ergo: morti.  Mi si può obiettare qualsiasi cosa, certo, io non esisto! Ma in questa analisi, vorrei puntualizzare, visto che sono io la parte del discorso, e non una soltanto, ciò che di me si conosce è solo una minima parte, qualche segno vivibile per interpretazione.

Chi è Adriano? Nessuno? E Nessuno non dicevano forse che era greco? E perché poi, non a caso. Ergo. Un uomo bruttissimo come Cristo, storico, secondo quanto mi fu concesso di ascoltare in bocca a uomini moderni, le cui menti hanno attinto notizia in fonti ritenute attendibili, dagli antichi scritti di Tertulliano, fino alle più recenti scoperte inflitte al Sacro Velo. Un identikit hanno avuto il coraggio di improntare. Già, come se si stesse dando la caccia a un criminale. Ma no, che dico, al Padre della nostra sofferenza (non voluta?), anagrafica cristianità, anacronistica frode (come a dire: so dove trovarti, o trovarmi).

Un uomo bruttissimo Cristo.

-         Adriano!

-         …Beronìke, in greco. Da Beronìke poi: Veronica…

-         Adriano! (a me).

-         Oppure, Veronica, vera icon: storpiatura probabilissima…

-         Perché la Beronìke degli atti di Pilato…

-         Adriano! 

Così nacqui io, per bocca del primo sconosciuto. Parola mia. Adriano Meis.

 

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dialogo estratto da: Uno, nessuno e centomila. Di Pirandello.

Veronica: l’immagine di Cristo lasciata sul sudario.

infatti

La veronica nostra (Dante, Par. 31)

 

 

Risucchiato dalla gora

sarò utile per appena un altro giro della ruota.

E in quest’arco di macina breve sarà

il distacco all’altro lato trascinati via. (rapiti avrebbe detto Seneca)

Ebbri di vertigini e di gioia fanciulla, tanta,

così tanta che vorremmo tornare indietro

a fare un altro giro sulla ruota…     

e il separarci sarà un piacere condiviso ancora da altri.

 

 

La casa nel parco

Dicembre 14, 2006

 

 

 

 

 

 

In quella casa abita un uomo strano. O meglio, io non so se vi abita davvero qualcuno. Talvolta quando vi passo davanti ho come l’impressione che da quelle finestre il vuoto mi osservi. E non dico che osservi “Me” mentre passo, non sono ancora così paranoico da credermi perseguitato… dal vuoto? Non siamo ridicoli per favore. Semplicemente egli (soggetto letterario), lui, insomma, l’uomo della casa, osserva, io credo, lo scorrere della realtà come fosse un film proiettato su una parete d’aria, e ci sono le stelle, sempre le stesse di notte, che girano e girano silenziose (sembra d’essere tornati nella culla), e il sole ugualmente, incastrato perfettamente al centro, e la luna meretrice, che come una lingua posata sul solco di un vinile legge la notte nell’ebbrezza tagliente e lungimirante. Ci sono le nuvole, quasi a tamponare il sudore sulla gelida fronte, nonostante sia estate e qualcosa sembra stia per accadere, poi invece niente.

Il reticolato alle finestre è sfondato in fuori, come ciglia da dove troppe volte si è evasi, almeno con lo sguardo. La solitudine quando arriva è anonima come la pioggia in cerca di identità. Per anni la si cerca, e non la si trova. Poi, quando è lei a trovarti e riempirti di sé fino alle ossa innamorate, vorresti scappare, negarti, quasi non l’avessi mai cercata con desiderio e disperazione. Per svincolarti dai labirinti dell’ordinario, come d’accordo.

Ma c’è questa casa con la sua lingua di viale che la nutre e la circonda, e vi invita a percorrerlo fino all’ingresso dove le luci e le ombre si rimescolano continuamente. Anche senza farsi vedere. Tutti i colori del cielo sono presenti, impastati, come si deve, nella tavolozza di un pittore un po’ pazzo. Chissà perché poi chi dipinge ha, tra le altre cose, un andamento bizzarro, a volte, o sempre, o non si vede, o viene visto.

Comunque, questa casa esiste, la sto vedendo anche adesso, circondata nel suo interno da una intricata vegetazione di virgole e punti (che è un diverso modo per descrivere pori e peli). Può darsi sia vuota, ma è una vana speranza. Non è impossibile, infatti, immaginare al suo interno la presenza di un qualche sparso mobilio, qualche sedia ad esempio, o almeno qualche sgabello, può darsi un piccolo baule, magari intarsiato, un tavolo, qualche scaffale, e pure dovranno esserci dei quadri là dentro, non ne sono sicuro, immaginerei dei paesaggi, oltre quelli offerti dalle finestre che ogni tanto s’illuminano. Quindi dev’esserci un uomo, e quell’uomo sogna la morte. Come faccio ad esserne così sicuro? Non ne sono sicuro, non ho la certezza del sogno, ma l’incertezza, qualcuno direbbe, della realtà. O viceversa.

Ma ad ogni modo: provate voi stessi a trovarvi da quelle parti, se vi riuscite, nell’ora ultima del sogno, o della veglia luminosa, e vedrete voi stessi, coi vostri stessi occhi, anzi, dai vostri occhi vedrete uscire ed animarsi le paranoie più bizzarre, come un personaggio inchiodato sul marciapiede qui di fronte. I suoi sguardi vi condurranno per mano, accarezzandovi i sensi, nell’inconsapevole gestualità di una fioritura mai vista prima d’allora, facendovi sollevare da un profumo mai percepito, dalla leggerezza mai sfiorata al sussurro inaudito, vi sublimeranno al sapore forse gelido e incipiente della conoscenza.

L’indirizzo è noto a tutti, proprio tu lo ignori? Una forza a noi estranea ci spinge a calpestare il buio quadrato della soglia. Basta poco spazio alla solitudine. E in quel preistorico istante la curiosità attinge nell’animo l’annullamento di ogni altro pensiero. Che ci sia freddo o caldo, non ha nessuna importanza, sarete magnetizzati dall’architettura imponente e sinuosa che l’edificio a un tempo riesce a trasmettere, ricordi?

Ed è inutile che passiate per strada con la determinazione di chi guarda per terra come se stesse cercando qualcosa che ha perso solo per non guardare la cosa che lo attrae indicibilmente.

La risolutezza è così debole. È una pallida fiammella di cera, teme il vento e le correnti d’aria improvvise. Bisogna proteggerla con la concava mano e proseguire. E tuttavia ne ha bisogno per bruciare tutto l’ossigeno di una stanza intima e confortevole. E ne gradite la pace e la sacralità di questo silenzio soffuso liberamente attorno al vostro sogno, ne siete circondati ed estasiati dallo splendore armonioso di suoni e colori che un giardino ben allestito riesce a evocare.

Manifesterete tutto il vostro dovuto rispetto e riserbo alla fonte del vostro piacevole estraniamento, e questo solo per non interrompere l’astrazione bruscamente, in modo da non infliggervi l’amarezza d’esser tornati tristemente in voi stessi.

Siate pazzi, siate felici. Fuori di sé. Fuori da ogni condizione.

Un quadro che abbia per soggetto un uomo nudo deve essere costruito in modo tale che sia rispettata non l’anatomia dell’uomo, ma quella del quadro stesso. (Paul Klee).

Smarrimento e inerzia è ciò che ogni assenza di luce può provocare nel consumo passivo del sogno o della veglia, interrompendo la stabilità di una così artificiosa atmosfera.

Quando sarete arrivati proprio davanti al cancello d’entrata di questa casa misteriosissima il vostro stesso palpito vi inchioderà nel terreno come un albero sull’orlo di un dirupo. Lentamente vi lascerete conquistare dalle vertigini. Ma alzerete gradatamente la testa come a rincorrere un pensiero volato in cielo, e, istintivamente volgendo lo sguardo alla parte opposta al vostro cuore, ad ovest del mondo, vedrete una porta chiudersi delicatamente alle sue spalle, portandosi via con sé la luce in quelle stanze che non conoscete e, morireste dal desiderio di sapere chi è, o cosa si è chiuso la porta dietro in quel mistero, in quel momento, in quel luogo innominabile. In che modo scorrono gli istanti. Quali suoni o parole s’aggirano per quei corridoi, in quelle sale così vuote. In quella casa abita un uomo strano, sogna la morte.

Parvenze

Dicembre 13, 2006

e
annegamenti

A guardarsi intorno e sopra
e sotto e da tutte le parti
nelle tasche nelle unghie
fra le orecchie e dappertutto
e fin oltre il confine
dell’umana immaginazione
ci sono così tanti di quei
poeti elevati esponenziali
come statue o cubiste sui dadi
e sui da-da-da-edi-di-di
grumi di sabbia e pori
che sembran bocche a gridare
lèvati periodico – ce ne sono
così tanti ma così tanti quasi
quanti sono i puntini di
sale fluttuanti nel mare.

Verrebbe quasi voglia di togliersi
di mezzo, scrollarsi, lasciare
il vuoto, far passare, codesti
fior di loto, l’aria, far respirare,
cuor di leone e dente abbrutito,
o viceversa inzaccherato, inscheletrito
dalla sorte . parvenze ho detto
di quel che ho scritto o scrivevo
nè sangue né carne demoralizzarsi
dicevo a fare quel che loro fanno
e render vano quel che uno fa.

Per esempio d’estate,
d’improvviso qualcuno declama:
ma tu guarda quella Venere
appena uscita dall’acqua.
Vieni qua ad asciugarti mio amore
mio labbro spaccato sotto il sole…
e dopo un po’: lascia
che la mia mano ti liberi… come
non vedi? hai un’antologia di poeti
incrostati addosso.

Senza Libertà

Dicembre 11, 2006

La libertà non è altro che la possibilità
per la coscienza di dire di no.

Crescono cresciamo
come peli da radere
di nuovo. Petulanti
da sempre e per sempre
sonnambuli sul filo
del rasoio che ci separerà.
“Spero si tagli qualcuno”
diceva ogni mattina
alle nove John Brown
mentre si radeva
guardandosi dal fondo
dello specchio del bagno
che gli restituiva
un volto azzurro esiliato
dalla notte, come dai peli
pubici di sua madre,
e scintillanti di brina
sull’erba di primo mattimo.

In fondo in fondo – diceva -
vivere non è che un
guardarsi guardare
lentamente ferire – ridiceva
ogni mattina appena
sveglio John Brown, rotolando
fuori dal letto
come una bottiglia verde
di whiskey con il tappo rosso.
E dissanguarsi dissanguare
il passato non è
che un cumulo di pelo e
sangue rappreso – stradiceva. Noi
fertilizzanti per la
prossima vagina. No!
- gridava. Oppure. Sì. Vieni.

Ma poi: “Preferisco tagliarmi
i coglioni” vagiva
ad ogni risveglio John
Brown ritrovandosi solo
nel letto ammanettato
con mutande da donna.

Chissà cosa sognava…
ma questo non doveva essere
un sogno, o non doveva
essere che un sogno, lei
più bella dell’amore.

Pensava fosse quella giusta,
l’ultima, e invece eccolo
lì, a carponi sul pavimento,
con le braccia infilate dentro
mutande da donna, insegue
la rotolante bottiglia verde
per una sorsata di linfa
incendiaria.

Allora prende una macchina,
dal parcheggio del supermarket,
come ogni volta, e
sale su per le colline,
poi cosparge i sedili di benzina,
quindi le dà fuoco e la getta
come una molotov nel vuoto dirupo.

Per tutto il colle
ci sono macchine incendiate,
ormai di diverse gradazioni e colore,
per via della corrotta carrozzeria e
del vento che dissolve ogni cosa
passando, pian piano, come
lo scambio di due immagni o la retta
dei binari.

Sono punti di rifermento dice
John Brown. Il colle, le macchine,
le palle. Ha addobato
il suo albero di natale. E poi
sodomizzarsi
sodomizzare oltrepassando
l’orizzonte mordere suggere seni
mostrare il culo al futuro
con le mutande abbassate
dai finestrini. Questo sì,
si dovrebbe.

(occorre conservare per cambiare, diceva Sartre)

Conservare per cambiare…
Sì, ma cosa, quale autostrada?
Quale botte di vino?
Conservo le sue strisce
come quaderni in un cassetto,
i suoi scuri misteri nelle vene.

“Io dovevo essere il futuro.
E dunque lei è il mio passato.
Il progetto a venire.
Ma doveva essere come
per sua libera scelta.
Allora le ficcai un dito nel
culo” raccontava John Brown
“mentre il mio cazzo era poco
a mezz’asta nella sua fica,
perché partecipasse cristoiddio!”

e occorre andare sempre più
a fondo…
Trovarmi nel suo desiderio -
continuava – fu cosa poco sgradevole.
Il problema era accettarne
il consenso e le conseguenze.
Perché è meglio rimanere sconosciuti
che nulla si perde a voler essere
buchi di stelle leccate dagli occhi.
Che una volta entrati in confidenza
sembra sia facile e lecito
infilare prima due dita poi tutto
il resto tra le pieghe di labbra
arrossate di chi mai riesce a dire
di no.

Nausea postuma

Dicembre 7, 2006

Mi stavo svegliando con un’immagine forte, ma anche col desiderio guerriero di sputare.
Come una goccia di rugiada che scivola via, ogni mattina, per il solco tracciato nella schiena di una foglia, per la spina dorsale di una foglia, ed è felice di cadere nel cerchio della bocca di un vaso come un puntino sulla terza vocale, determinante come la tonica di un accordo che ne stabilisce se è maggiore o minore. A volte può anche capitare che precipiti fuori da quest’infinito,/fuori dalle restrizioni di un corpo,/oppure delle labbra o sul bordo/delle ciglia sta una lacrima/in cui l’anima tutta si/manifesta e intercede.
Questo è il suo sogno, molteplice e singolare, durante la notte, questo il suo destino irreparabile, e per tutta la notte non fa altro che concentrarsi affinché, di goccia in goccia, al mattino, possa bere da quante più bocche possibile, e alla fine sciogliersi in luce, in una luce unica e avvolgente, in uno splendore ialino di luce, nell’agglutinato globo, nell’irradiante solitudine di un astro nascente. Ma pur sempre di una sola notte si tratta, sferica e perfetta e solitaria.
Io sono uno sputo, un’orribile sputo, un agglomerato di notti, di sfere, di sogni. Un deposito di immagini opaline che si dovranno abbandonare e lanciare sul banco verde o di marmo di un macellaio, come le sei facce di un dado dal buio vagamente stretto di una mano.
Una carica elettronegativa.
Sono una parola che non andrebbe mai pronunciata. Una parola cattiva e giusta perché tutto quello che esce di bocca è cattivo e giusto.
Un malessere mi aveva colto nel sonno. E non sapevo ancora di che natura fosse.
Nausea.
Può darsi.
Sì, nausea, ma ingiustificata.
Non ricordavo di essermi coricato ubriaco.
Non ricordo di essermi coricato.
Non accusavo un eccessivo dolore alla testa. Stavo svegliandomi. Ecco tutto.
La nausea stava scavando la sua strada.
Nel mondo.
Stava deportandomi, nel fango, e io non avrei potuto farci niente.
Una cosa però la sapevo. Doveva andarsene. Oppure, andarmene io. Questo era tutto quello che nell’incoscienza riuscivo a capire, a percepire.
Ma andarmene dove? Oppure da quale luogo? E se invece questo andarsene voleva dire tornare? La risposta mi sembrò uguale come la doppiamente falsa e simmetrica domanda.
Andarsene.
Prima che sia troppo tardi. Mi dicevo.
Fare qualcosa. Cosa?
Svegliarsi.
Raccoglievo in bocca quanto più saliva mi era possibile. Per uno sputo come si deve. Non potevo evitarlo. Sentivo freddo. Sudavo. Dovevo sputare.
In realtà non potevo farci niente. Ma ebbi come la sensazione di un deserto nella bocca.
E la saliva, che insieme al fiato andavo raccogliendo, mi sembrava come se fosse soltanto un miraggio della mia necessità di sputare. Di sputarmi nel fango. Addosso.
Un delirio. Mi è sempre riuscito difficile accettarmi fuori di me.
E dunque inghiottii. Forse per paura. Non lo so. È sempre stato così. Inghiottii. Il vuoto. Forse per adescare il vomito, forse per farlo uscire allo scoperto.
Mi svegliai. E fu subito chiaro e giusto.
In fondo non fui altro che uno scarto di sofferenze; e bene lo posso comprendere questo, altro non potrei fare in questo momento se non abusarmi con banale compiacenza.