Fin da ragazzi ci insegnano a metterci in fila; o meglio, ci disciplinano a schierarci da una parte. Non importa tanto quale, l’importante è sistemarsi fianco a fianco, in ordine, quasi identico nell’aspetto e nella forma numerico elementare (perfetti anelli della matricolazione), e ognuno dietro l’altro come pedoni in marcia. Essi marciano in fila.Liberate Antonio dalle sue visioni nel deserto. Liberate il deserto dalle sue visoni di Antonio.Ricordo a scuola un mio compito sottovalutato non tanto per il contenuto, del quale in definitiva non mi importava niente (mi piaceva uscire fuori tema, e spesso me ne andavo, talvolta pure dalla classe, o mi ci mandavano, a fumare naturalmente, vai, vai a fumare mi dicevano), ma della forma direbbe forse qualcuno che non conosco. Era un disegno, più che un parlare, un disegno curvilineo usando la linea continua delle parole, tra loro agganciate come una catena, l’orlo sinuoso del mare come di una gonna raccolta da qualche parte su un pezzo di spiaggia… Già, nessuno mi ha mai insegnato, o almeno solo informato delle linee da seguire. “Bisogna tenere d’occhio le righe su cui improntare la propria calligrafia.” Strillavano! Disciplina! ci vuole. Ordine e disciplina! O forse l’avranno fatto, detto, costretto, ordinato, ci sarà pure stata un giorno questa lezione, ma non ne sono proprio sicuro, può darsi stavo fuori quel giorno, assente; può darsi avessi la febbre, chissà, può capitare qualche volta, anche a me poteva capitare, perché non dovrebbe? A chiunque può capitare qualsiasi, o cos’altro, non so, una giustificazione si trova sempre. Chi mi sostituisce invece non si trova mai.Ma ad ogni modo, fu la negligenza, credo, quest’altra sorella del ragno a volere che tutta la mia vita fosse rivolta ad un cumulo di assenze (matematica – storia). Il fatto è che le poche volte (puro caso della matematica e della storia) in cui mi capitò d’essere presente… – in modo del tutto straordinario – (sarebbe perciò da considerarsi una vera eccezione) …era assente il maestro (pratica vivente, mi piacerebbe però pensare meglio ad un’illusione, ma so che non è vero). Dove eravamo arrivati? Mi capita sempre più spesso ultimamente di perdere il filo del discorso, il nome dell’indirizzo, la porta da cui si dipartì il fragile consiglio (fatti miei), e poi il silenzio.Ah, sì, credo. No, lo so. Bisogna scrivere sulle righe… e nutrire la paura di non rivedersi, aggiungo io prima di traboccare. Perché? No. Lo so. Molta gente nel darsi appuntamento se lo ripete più volte prima di lasciarsi, io li ho sentiti, credeteci, ma senza spiarli. Loro stavano lì, semplicemente, a conversare sotto i miei occhi, non si curano della mia presenza, della quale persino riuscivano a lasciarmi nel dubbio: Allora, ci vediamo il tal giorno alla tal ora nel tal luogo (troppo generico?), allora quando il sole… e le stelle… e i venti in collisione… (troppo poeta fuso di meteorologia?), ma dove? Ma dove vederci? Ma và… e la luna forse, tutta ricoperta di sangue, riuscirà dallo specchio in frantumi…? mi raccomando non ti dimenticare! Dov’è che dobbiamo vederci? E quando, e perché? Non so, non so se posso. Veramente… Dai, almeno una volta potresti fare un’eccezione (…l’eccezione è stata quella di nascere). Dai, fallo per me. No. Fallo per te. Pausa! Datti una pausa! (Che naturalmente dovrei riempire della sua presenza. Allora che pausa è?)Scusate, è la temperatura a non farsi controllare. Mercurio. S’alza. E. Venere. A. Terra. Sono già su Marte in vacanza. Lo prendo a pugni sul muso. Cosa? Speriamo di non andare oltre. E poi, soffro di pressione bassa, e poi, con questo caldo… Accuso il collasso. Oggi fa proprio caldo, non è vero? È uscito fuori il sole. Sarà un fuori tema, o in punizione dietro la lavagna della notte. Molte volte mi è capitato, di crollare, ma per fortuna (o sfortuna dipende dai casi e dagli occhi) è stato solo una falsità (non fatale). Vedi? Sono qui. Una pietra nel labirinto pieno zeppo di semafori sempre verdi anche quando è rosso. È sempre rosso. Scrivo la mia vita dentro la prigione delle righe. Strisce bianche, strisce gialle, strisce blu, strisce nero-gomme d’auto a cancellare qualcuno che per errore attraversa la strada quando non dovrebbe, strisce rosse verticali che battono sui marciapiedi i loro stivali di rondine. Fanno la ronda. O i piantoni all’ingresso del tribunale. Nessuno glielo aveva detto? È una passeggiata. Affido i miei passi sicuri in mezzo a una strada super affollata di macchine e di gomme e di finestrini sempre chiusi e di tergicristalli che dicono incessantemente di no, non c’è una via d’uscita, perché è sempre rosso come dicevo, o piove o c’è troppo caldo per parlare.Camminate sul marciapiede, voi, in fila, mi raccomando, l’asilo marcia a combattere. Lo ricordo.Mi chiamo Moamhead. Ma gli amici mi chiamano Testa ‘ntonio. Signora? Prego? Il mare? Sì, più avanti, sempre più giù per questa strada. È un bel giorno… per annegare, ci verrei anch’io, ma vede? Gli impegni.
No, non faccio la guida turistica, io ho da vendere i miei fazzolettini, accendini, e alberellini profumati. Ho tredici anni, ma non lo credereste. Se il mare invecchia con i suoi venti e la salsedine, la strada con i suoi gas e le sue polveri direttamente ti uccide. Rimango qui, grazie. È più sicuro annegare. Ma credo non serva a niente mascherarsi per respirare. È l’ora. La si riconosce. Pur non avendola mai vista: c’è sempre qualcuno da qualche parte a tagliare la strada a qualcun altro. Ecco ci risiamo.