Archivio per Gennaio 2007

Le dune dei deserti e dei parabrezza

Gennaio 12, 2007

Fin da ragazzi ci insegnano a metterci in fila; o meglio, ci disciplinano a schierarci da una parte. Non importa tanto quale, l’importante è sistemarsi fianco a fianco, in ordine, quasi identico nell’aspetto e nella forma numerico elementare (perfetti anelli della matricolazione), e ognuno dietro l’altro come pedoni in marcia. Essi marciano in fila.Liberate Antonio dalle sue visioni nel deserto. Liberate il deserto dalle sue visoni di Antonio.Ricordo a scuola un mio compito sottovalutato non tanto per il contenuto, del quale in definitiva non mi importava niente (mi piaceva uscire fuori tema, e spesso me ne andavo, talvolta pure dalla classe, o mi ci mandavano, a fumare naturalmente, vai, vai a fumare mi dicevano), ma della forma direbbe forse qualcuno che non conosco. Era un disegno, più che un parlare, un disegno curvilineo usando la linea continua delle parole, tra loro agganciate come una catena, l’orlo sinuoso del mare come di una gonna raccolta da qualche parte su un pezzo di spiaggia… Già, nessuno mi ha mai insegnato, o almeno solo informato delle linee da seguire. “Bisogna tenere d’occhio le righe su cui improntare la propria calligrafia.” Strillavano! Disciplina! ci vuole. Ordine e disciplina! O forse l’avranno fatto, detto, costretto, ordinato, ci sarà pure stata un giorno questa lezione, ma non ne sono proprio sicuro, può darsi stavo fuori quel giorno, assente; può darsi avessi la febbre, chissà, può capitare qualche volta, anche a me poteva capitare, perché non dovrebbe? A chiunque può capitare qualsiasi, o cos’altro, non so, una giustificazione si trova sempre. Chi mi sostituisce invece non si trova mai.Ma ad ogni modo, fu la negligenza, credo, quest’altra sorella del ragno a volere che tutta la mia vita fosse rivolta ad un cumulo di assenze (matematica – storia). Il fatto è che le poche volte (puro caso della matematica e della storia) in cui mi capitò d’essere presente… – in modo del tutto straordinario – (sarebbe perciò da considerarsi una vera eccezione) …era assente il maestro (pratica vivente, mi piacerebbe però pensare meglio ad un’illusione, ma so che non è vero). Dove eravamo arrivati? Mi capita sempre più spesso ultimamente di perdere il filo del discorso, il nome dell’indirizzo, la porta da cui si dipartì il fragile consiglio (fatti miei), e poi il silenzio.Ah, sì, credo. No, lo so. Bisogna scrivere sulle righe… e nutrire la paura di non rivedersi, aggiungo io prima di traboccare. Perché? No. Lo so. Molta gente nel darsi appuntamento se lo ripete più volte prima di lasciarsi, io li ho sentiti, credeteci, ma senza spiarli. Loro stavano lì, semplicemente, a conversare sotto i miei occhi, non si curano della mia presenza, della quale persino riuscivano a lasciarmi nel dubbio: Allora, ci vediamo il tal giorno alla tal ora nel tal luogo (troppo generico?), allora quando il sole… e le stelle… e i venti in collisione… (troppo poeta fuso di meteorologia?), ma dove? Ma dove vederci? Ma và… e la luna forse, tutta ricoperta di sangue, riuscirà dallo specchio in frantumi…? mi raccomando non ti dimenticare! Dov’è che dobbiamo vederci? E quando, e perché? Non so, non so se posso. Veramente…  Dai, almeno una volta potresti fare un’eccezione (…l’eccezione è stata quella di nascere). Dai, fallo per me. No. Fallo per te. Pausa! Datti una pausa! (Che naturalmente dovrei riempire della sua presenza. Allora che pausa è?)Scusate, è la temperatura a non farsi controllare. Mercurio. S’alza. E. Venere. A. Terra. Sono già su Marte in vacanza. Lo prendo a pugni sul muso. Cosa? Speriamo di non andare oltre. E poi, soffro di pressione bassa, e poi, con questo caldo… Accuso il collasso. Oggi fa proprio caldo, non è vero? È uscito fuori il sole. Sarà un fuori tema, o in punizione dietro la lavagna della notte. Molte volte mi è capitato, di crollare, ma per fortuna (o sfortuna dipende dai casi e dagli occhi) è stato solo una falsità (non fatale). Vedi? Sono qui. Una pietra nel labirinto pieno zeppo di semafori sempre verdi anche quando è rosso. È sempre rosso. Scrivo la mia vita dentro la prigione delle righe. Strisce bianche, strisce gialle, strisce blu, strisce nero-gomme d’auto a cancellare qualcuno che per errore attraversa la strada quando non dovrebbe, strisce rosse verticali che battono sui marciapiedi i loro stivali di rondine. Fanno la ronda. O i piantoni all’ingresso del tribunale. Nessuno glielo aveva detto? È una passeggiata. Affido i miei passi sicuri in mezzo a una strada super affollata di macchine e di gomme e di finestrini sempre chiusi e di tergicristalli che dicono incessantemente di no, non c’è una via d’uscita, perché è sempre rosso come dicevo, o piove o c’è troppo caldo per parlare.Camminate sul marciapiede, voi, in fila, mi raccomando, l’asilo marcia a combattere. Lo ricordo.Mi chiamo Moamhead. Ma gli amici mi chiamano Testa ‘ntonio. Signora? Prego? Il mare? Sì, più avanti, sempre più giù per questa strada. È un bel giorno… per annegare, ci verrei anch’io, ma vede? Gli impegni.

No, non faccio la guida turistica, io ho da vendere i miei fazzolettini, accendini, e alberellini profumati. Ho tredici anni, ma non lo credereste. Se il mare invecchia con i suoi venti e la salsedine, la strada con i suoi gas e le sue polveri direttamente ti uccide. Rimango qui, grazie. È più sicuro annegare. Ma credo non serva a niente mascherarsi per respirare. È l’ora. La si riconosce. Pur non avendola mai vista: c’è sempre qualcuno da qualche parte a tagliare la strada a qualcun altro. Ecco ci risiamo.

Riflessione sulla terra

Gennaio 10, 2007

Non so che pensare dei giovani.
Mi affaccio alla finestra e vedo che l’erba su un campetto di calcio è cresciuta, più alta ai bordi e verde al centro. E non c’è niente di strano. La cosa curiosa è che il pensiero mi va oltre. Certe volte mi lascio prendere da inumani sentimentalismi. Delle due porte ne rimane in piedi solo una. In un certo senso mi sento come quel campo. Non dico vecchio o abbandonato (che questo già lo ero, come è vero che lo è il mondo). Benché mi mancano, se proprio devo immedesimarmi nel cuore del campo, le ingenue grida di esultanza ad ogni tiro in porta ben centrato, come ogni parola degna d’essere ascoltata. E se proprio è una necessità immedesimarsi in quel campo, adesso, non dovrei più sentirci molto bene da un orecchio. Ma dei giovani non so proprio che pensare. Preferiscono andare a giocare in un campo ben attrezzato, se pure ancora giocano, anziché approfittare di me che sono gratis, eccetto che per qualche sporadica cura. Venivano a giocare ogni giorno e il solo gioco era già una cura. Ma questo avveniva appena ieri. Ora sono cresciuti. Amano le comodità, la vita agiata, la servitù, i computers.
Adesso, vedi tutte queste erbacce che preparano la strada al prossimo fuoco? Lo aspetto. Arriveranno altri giovani, altri piantatori di patate. Ma è più certo che risorgeranno gli obliati: i dinosauri: ruspe, bulldozer, scavatrici.

Una passeggiata.. in mancanza di un titolo migliore

Gennaio 5, 2007


Spesso mi ritrovo a passeggiare per strade che non avevo mai frequentato prima del momento in cui mi ci ritrovo a passeggiare, me ne accorgo guardando furtivamente dentro le vetrine dei negozi, vedo me stesso che passa ma non posso fermarlo, forse non si accorge nemmeno che i miei occhi l’hanno visto, forse crede di non essere mai passato per queste strade, mi sento, in quei momenti, così aderente al marciapiede che mi verrebbe voglia di fermarmi, ma lo sto percorrendo senza volontà, mi sembra quasi che qualcuno mi stia trascinando, ed io, dal basso della mia impotenza o mancanza, può darsi, di dignità, non possa evitare di seguire, di sottomettermi completamente a quell’andatura costante e sinuosa e profumata, così armoniosa nei movimenti collinari, nei nostri due corpi che quasi si toccano, spalla contro spalla, gomito a gomito, si sfregano fino a consumarsi, a lacerare le stoffe, è irresistibile, non possiamo evitarlo, anche se così facendo rischiamo di scomparire, come le grosse maniche dei cappotti che hanno già raggiunto la leggerezza di capelli al vento come foglie ialine, per il continuo strofinio delle bocche, anche tra di loro e col vento che ci ingoia, ma non si può evitare, forse desideriamo scomparire, e nella nostra reciproca invisibilità, da un momento all’altro, in un mondo altrettanto invisibile, mi pare di dominare tutta quell’altezza statuaria e porosa, che seguito a pedinare senza farmi vedere, strisciando sul marciapiede logoro di storie e di passi invisibili adesso, ma che un tempo devono aver avuto anche loro una qualche valenza, una escrementale gravità su queste strade di merda, come l’orme o l’opere monumentali, semi-nate un po’ dappertutto, involontariamente rivelano, mi sento legato per la gola, non riesco a ribellarmi, forse non lo desidero nemmeno, dalla mia bocca umida cadono gocce di desiderio, qualcuno li starà già raccogliendo, e qualcosa, tra le gambe, spero facciano in fretta, sento che comincia ad urlare più forte, e fa male, urla e urta continuamente contro la parete di bottoni che, prima o poi, anche loro cederanno, come il coperchio di una scatola regalo che dovrà aprirsi di scatto, quando saremo arrivati a casa, sempre che si riesca d’arrivare fino a casa, e non invece ci si vada a gettare in qualche vicolo o dentro un portone, a violentare una di quelle zitelle dall’alito spesso puzzolente, da cui sprizzerà fuori di certo una prorompente testa di cazzo miagolante per la gioia o forse la fame, perché sembrava proprio un gatto invece, un coniglietto, poteva avere solo poche ore, ancora macchiato di sangue, e le minute manine retrattili, già esperte sembrava a sfogliare le pagine di un libro di storia, un mostriciattolo di mefistofelica natura, avvolto in una coperta di anonima edizione e a cui mancava adesso solo di dargli un nome.

Alle prime luci

Gennaio 3, 2007

Gradatamente ci distacchiamo dalla notte senza fare rumore, con delicatezza, alla stessa maniera di come si estrae dagli altri uno dei bastoncini dello shanghai, loro sono tutti lì, colorati e intrecciati insieme, sul tavolo, come capelli sul viso, o due corpi abbracciati, casualmente, con le unghie, senza fare rumore, li scostiamo, uno alla volta, è tutto okkay, va tutto bene, un dito dopo l’altro, un braccio dopo l’altro, bisogna saper scegliere quello giusto, e l’attimo preciso, trattenere il respiro, istante dopo istante, si era già deciso da giorni, e chissà pure quanti, adesso è il momento esatto, un numero possibile, un gesto alla volta, un passo, prima un piede poi l’altro, ci si alza dal letto, alle prime luci dell’alba, presto, si raccolgono tutte le cose sparse confusamente per la stanza, camicia scarpe mutande, tra bottiglie di vino e dischi rotti, ci si porta tutto in grembo come nella sacca di un canguro, poi, nell’altra stanza, appena fuori dalla porta, li indosseremo, alla luce del sole il sole, ci si srotola per le scale ascensionali con la leggerezza di un petalo di rosa ai piedi del vaso, ci si ritrova già in strada, mentre l’altro, può darsi, sta ancora dormendo.