Archivio per Febbraio 2007

Leggere uccide mondi di carta

Febbraio 26, 2007

 

 

 

Ci sono dei casi, ad esempio il caso Balicci, in cui uccidere ribadisce il concetto di sopravvivenza, di tutela a un’idea anche non nostra ma così radicata in noi da considerare una minaccia quella rivoluzione che instancabilmente va progredendo nel mondo là fuori e che  considera noi e le nostre difese idee (anche non nostre, ripetiamo, ma divenute nostre o come si dice di pubblico dominio dopo un- “punto” -a piacevole tortura di propaganda letteraria), dei cliché insomma ormai obsoleti e rimbecilliti.

Nasce un Copernico rompicoglioni ogni secondo, ogni minuto. Difficile per una persona anziana adeguarsi al moderno. Meglio morire o lasciarsi vivere morendo?

L’anziano Balicci, assiduo lettore di ogni porcheria stampata, avendo perso l’uso della vista si ritrovò costretto, ad una certa età, a pregare la gente perché gli leggessero qualche pagina di un romanzo tra tutti quei romanzi che s’era letto in tempi, diciamo, più luminosi e che, fra l’altro, conosceva quasi a memoria. Però si sa che della memoria non ci si può fidare tanto cie…, beh, lasciamo perdere.

Molte cose si perdono, altre si deformano, si riducono a brandelli, scompaiono, e soprattutto quella bava di ragno tra una parola e l’altra, quel vuoto che, legando ogni parola, è quanto di più riproducibile perdendolo. Così, all’anziano Balicci rimaneva solo un’idea grossolana di tutte quelle pagine che s’era letto, e per di più ne aveva nostalgia, ma più che nostalgia, ne aveva bisogno, un doloroso bisogno delle cose che non sono, che mai furono, perdute, quasi che queste fossero davvero le sole e uniche presenze, le intramontabili amicizie in carne ed ossa che tutti quei libri rappresentano, risorse rinnovabili in cui scorre il sempiterno sangue della trasfusione.

Dunque, dicevamo, non potendosi più affidare ai suoi occhi ne occorrevano un altro paio. L’anziano Balicci abitava da solo, e i rapporti coi vicini erano più bui del giorno che passava a cacciare le mosche. Di tutto se ne poteva fare a meno, ma di questo proprio no. C’era bisogno urgente di un lettore. Un lettore, sconosciuto. Così mette un annuncio sul giornale. Cercasi lettore per anziana persona. Buona remunerazione. No perditempo. Come si scrive in questi casi. E questa è una delle richieste più pericolose che uno, ammorbato dalla passione, possa richiedere. I lettori, lo sappiamo, sono troppo indiscreti forse, esigenti, o magari distratti, indifferenti. Aggiungi a tutto questo anche l’età dell’avventura e, se non è per tutti, sicuramente nella stragrande maggioranza dei casi, anche il rispetto va a farsi fottere. Perché è questo che si desidera maggiormente quando si è giovani. C’è sempre tempo per l’anima (ammesso che uno ce l’abbia l’anima; che esista, sembra un’imprecazione). Il corpo è debole, si corrompe, e ha bisogno perciò di godere di tutto e in tutti i sensi.

Il giovane Balicci…, scusate, volevo dire l’anziano Balicci, aveva trovato una brava figliola che, ritrovandosi in ristrettezze economiche e amante della bella vita (sembra che lo si dica in senso dispregiativo, ma non è così, anzi, la vita è bella finché dura l’erezione), aveva accettato l’annuncio dell’anziano lettore Balicci perché qualcuno accogliesse, più che un’offerta di lavoro, questa strana richiesta di soccorso. Tutto quello che si doveva fare, come riportato nell’annuncio, era leggere una storia a una persona anziana, il che fece subito pensare alla giovane figliola di trovarsi in una situazione inversa, ma non per questo molto lontana, da quella tradizionale scenetta familiare in cui una voce amorevole accompagna i propri piccini nel sogno raccontando fiabe e canzoni. E fino a qui niente di male. La cosa che alla ragazza faceva un po’ ribrezzo, se l’immaginazione la portava avanti fino alla porta dietro la quale abitava l’anziano Balicci, era la chiusura di ogni lettura, vale a dire se rientrava nei suoi compiti  dover dare il bacio della buonanotte. E nient’altro. Questo era chiaro, però sperava di non fare la veglia a nessuno, di non fare la parte delle pantofole accanto al letto…

La bella figliola con queste fantasticherie si presentò alla porta dell’anziano Balicci. E dopo brevi convenevoli del caso ci si mise subito all’opera. Non a letto come aveva pensato la giovane figliola, fortunatamente, ma con tutti i maniaci che si sono in giro non ci si può permettere di escludere nessuna delle ipotesi e nel caso di adottare le dovute precauzioni; un calcio nei coglioni, da farglieli uscire dagli occhi, ammesso che non siano già ospiti nelle orbite; uno spruzzo di vernice nera negli occhi, un segno nella fronte, come la C di Caino, o di Coglione, perché tutti lo possano riconoscere.

La lettura avveniva in soggiorno e alla luce del giorno. Poi ognuno prenda la sua strada. Che il nostro Balicci è un vero misantropo e già malamente sopporta la sua sola presenza in una stanza. 

Cominciarono a leggere. La ragazza ripeteva le parole stampate. E l’anziano Balicci da bravo ventriloquo in silenzio le ripassava sulle sue labbra. Però subito si accorse che qualcosa non funzionava, non era come se l’era immaginata. Non quadrava. La voce della ragazza ronzava nelle orecchie dell’anziano Balicci troppo velocemente. Non si posava su certe parole invece che su altre. Si vedeva che l’anziano Balicci era infastidito. E più e più volte indietro la faceva ritornare, a riprendere da capo quel paragrafo. E ancora molte volte l’anziano Balicci sulla poltrona s’agitava, come uno legato, gesticolando con le mani come a fermare un treno che lo sta per travolgere, lui disteso e legato sui binari.

La ragazza doveva leggere più lentamente e a bassa voce, le spiegava l’anziano Balicci. Un sussurro lieve, doveva essere. Perché lui era uno di quelli che leggevano con gli occhi. Ma anche così, dopo due o tre sole righe, la corsa riprendeva, e a rotta di collo e il giovane Balicci, volevo dire l’anziano Balicci, scuoteva di nuovo il capo come un cavallo stanco.

Qualcosa ancora non funzionava. Propose si leggere in silenzio. Sì, in silenzio, senza emettere suono da quella sua bocca. Ma questo voleva dire allora leggere per se stessi. E che motivo c’era allora? Era semplicemente pazzesco. L’anziano Balicci si sarebbe accontentato di percepire lo sfrigolio delle pagine voltate. Di tanto in tanto avrebbe chiesto come procedeva la lettura, a che punto si trovava. Ma molte volte non riceveva nemmeno risposta, pensò che quella giovane e bella figliola doveva essere immersa nella lettura da non sentire le voci dal di qua della finzione, che noi sappiamo invece dove stava, di là, scivolata di poltrona come un gatto di neve e riversata in cucina a conversare con la governate o al telefono con chissà chi. Poi ritornava con altrettanto passo felpato a smuovere il silenzio nella stanza, leggeva qualche riga a voce alta.

Le cose sarebbero potute continuare magnificamente se non fosse per l’eccentricità di questo vecchio lettore. Un giorno l’anziano Balicci chiese alla bella figliola di leggere un certo libro. E fu a questo punto che le cose si andarono complicando. Quando cioè la lettura cominciò a deformare la realtà. O quale poteva essere quel residuo di realtà rimasta, radica morente, come un ricordo di poco sbiadito nella memoria dell’anziano Balicci. Il problema è che il ricordo era già falso in partenza. Lo scrittore aveva descritto un quartiere di una città in modo del tutto arbitrario senza andare a verificarne poi il reale stato scenografico. Forse neanche tanto importante ai fini della sua storia. Ma il fatto è che nel libro c’era stata questa descrizione paesaggistica ed era riuscita così bene, che ci sarebbe persino motivo di credere ad insaputa del suo stesso autore, da andarsi a conquistare un posticino nella mente puttana del giovane Balicci (qui sì che possiamo ricordarlo giovane, così come lo sono tutti o lo furono forse in un’altra vita). La ragazza che, come abbiamo già detto, è una vera amante della vita, e soprattutto di quella di genere maschile, come è giustissimo per il normale corso delle cose di natura, c’era stata in quella bella città (per un bel viaggio fatto, bello bello, guarda un po’, proprio l’anno scorso), insisteva col dire che quella descrizione era pessima, molte cose non quadravano, non c’erano, e questo non è così, e quell’altro nemmeno, insomma lo scrittore s’era inventato tutto alla faccia di chi non ci vede, ecco. Lei invece, la ragazza c’era stata in quella città, s’era divertita un mondo, aveva incontrato molta gente, stretto amicizie, respirato aria diversa, migliore (è sempre migliore l’aria del vicino, o era l’erba? Sì, accendiamo! Scusate.) e perciò sapeva chiaramente come stavano le cose e questo, all’anziano Balicci, non andava giù. Comincia a urlare, a imprecare tutti i tempi e i luoghi conosciuti, e quelli meno noti ai più, almeno in un mondo di carta,* e se solo avesse avuto ancora la vista, lui vittima di quel mondo che lo rese cieco e sordo, zoppo e quasi senza fiato, avrebbe fatto senz’altro un’altra vittima afferrandola per il collo con le sue mani da maschio e l’avrebbe strangolata di certo come tutti i libri che adesso è chiaro chi aveva ucciso.

Può darsi. Ma questo è solo un caso… e non è sufficiente.

 

 

* Mondo di carta è una novella di Pirandello

 

 

 

Leggere uccide:

Febbraio 22, 2007

Due punti

 

.1

 

Innanzitutto è un rischio per gli occhi. Poi anche per il cervello. Ricordiamoci il caso di quel poveretto che turbato da letture di cavalleria se ne andava in giro armato e truccato, truccato perché anacronisticamente indossava abiti di altri tempi (dunque moderni?) e per di più, armato, dicevamo, con una spada di legno, la qualcosa non dovrebbe suscitare tanta meraviglia, se non fosse che la spada detta di legno – poteva essere anche di metallo, ma non era il libro dietro cui potersi nascondere mentre lo si legge –  era l’oggetto che si tiene a un fianco come un orologio al polso, o nel fondo di un taschino del panciotto, da poter esibire in qualsiasi momento di incertezza o di disputa con un forestiero. Quando ero ragazzo, durante il breve periodo della scuola dell’obbligo, ebbi modo di incontrare un tale personaggio. Tra i tanti che popolano questo manicomio di mondo che viviamo. Questi era un comandante della marina militare in pensione. O almeno ne era convinto. Ma non un Napoleone o un Colombo.  Un vecchietto qualsiasi con indosso la divisa, giacca blu e capello bianco con visiera scura sotto lo stemma con l’ancora e i serpenti. Ricordo i suoi occhi lucidi e celesti. Saliva sull’autobus pieno di gente come all’ora di punta a mensa in una bara. E per farsi l’argo sfoderava la sua spada di legno e cominciava a dettare ordine. E non era raro che a qualcuno scappasse una lacrima dopo il colpo ricevuto alla testa. Ma che fare? Egli era il nostro comandante. Ognuno tragga le sue stolte conclusioni.

 

2.

 

Gli occhi, inoltre, tenuti continuamente sotto sforzo a ricreare le dettature perentorie delle parole incise sulla placca delle pagine cominciano a poco a poco a indebolirsi e in questo lento e dolce deperimento ecco che si iniziano ad avere le prime stravolgenti visioni dorate. Emergono dalla schiuma o sperma della carta le tante veneri provviste di uno strascico d’ombra azzurra. Oppure tutta quell’armata di parole cominciano, come tante formichine mercenarie, a risalire l’arco del giorno. Il primo passo è quello del piede, così detto di collo, poi si spostano raggirando la caviglia sopra il famoso tallone e, come se stessero risalendo per una scala a chiocciola (.qualche dominio), si ritrovano nuovamente davanti a pianeggiare sulla tavola della tibia e da lì, rampicandosi ancora a fagiolo delle favole alla ricerca del gigante, percorrono il retro di un ginocchio piegato perché si è sdraiati da qualche parte, forse su una spiaggia dorata che sembra più un deserto d’immaginazioni e si è piegata una gamba disegnando con questa proprio un qualcosa di molto simile all’arco di un giorno… un tendere la corda che riabborda l’àncora.

 

*

I Tòpoi de la Mercé

Febbraio 20, 2007

Troppo grasso s’era fatto mio compare. S’era slabbrato. Più roseo invece che grigio. S’era schiarito, tanto s’era dilatato. Era un piacere vederlo così bene in sangue e in salute. Un gigante in vestaglia di seta. S’era messo persino a fumare. Le unghie lunghe e le dita grassocce come salsicce e ben curate. Qui si vive bene, disse. Questa sì che è vita, la bella vita, comoda e abbondante di città disse quasi senza respiro.
Non c’è più bisogno di rompersi la schiena a coltivare patate e fagioli e conserve per l’inverno. Guarda quanti uomini frenetici per strada pieni d’affari. E le donne, poi, raffinatissime. In quei containers vedi? vicino ai Mc Donald’s ad esempio trovi tutto il necessario. A volte anche carne umana, che è più saporita, e già punzecchiata come un bel pezzo di formaggio sulla tavoletta. Ti ricordi? E il bello è che non scatta nessuna molla. A volte, è vero, dalle cisterne dei cieli viene giù un energico vortice d’acqua, e bisogna stare attenti. Ma non c’è più bisogno di inseguire gli stronzi nella fogna.
 

LEGGERE UCCIDE

Febbraio 18, 2007

(…intro…)

C’è chi legge con gli occhi, in silenzio, chi ad alta voce. Ma la voce, questa voce, sembra essere quella di un altro e non la sua stessa voce che adesso da fuori gli parla e in silenzio lui o lei l’altro ora l’ascolta. Una voce nera dal futuro mi chiama, Dario, Dario.

Dama di compagnia è questa voce.

Lama da recidere i nodi in gola.

Per un bacio o un bacio delizioso

nel buio delle bocche scintillano

le lingue provocano un corto circuito

defibrillano il cuore un’esplosione lontana affinché la morte si allontani dal cerchio degli occhi. Questi occhi che vedono nulla.

Sono il buio nascosto nella notte. Sono le mille cavità di un corpo che dorme. Tu dormi. Dormono tutti. Il pericolo è scampato. La bianca stanza d’ospedale ora riposa come una nuvola in un cielo notturno.

Che fare?

Deliro, in voce, mi sembra, per complicare le cose gli aghi di flebo nella pelle. Dal volto trasparente gocciolano fantasmi. S’apre nella mente una foresta. Pugni che strappano capelli. Le lunghe e crespe chiome di femmine preistoriche. A volte vengono via con tutta la testa. E il corpo. Portarlo nella grotta. Pompare tutte le risorse. Estrarne poco per volta facendo molta attenzione a non urtare i vicini parecchio suscettibili da prendere a mazzate questi rompiscatole con l’orecchio teso di là dalla porta o dal muro mentre da un’altra parte e da sotto nascono urla di gioia e ancora spasmodiche erezioni.

Ho complicato. Mi sembra. Tutto. Nuovamente. Tutto nel sonno scompare, o passa oltre. È la mia specialità. Non riesco ad essere chiaro perché sono un incompetente ad usare le parole. Le parole attraversano i muri come i fantasmi le parole. Non ho studiato nulla e dunque devo cavarmela da solo col mio innato talento.

Capisco e vedo tutte le imperfezioni che necessitano un mascheramento immediato, quando un restauro chirurgico diventerebbe un’impresa genetica, da nuova genesi.

Sono arrivato a una certa conclusione. Il rapporto che sussiste da sempre con gli altri, tra leggere e scrivere, dico, questi imparziali ermafroditi. E questa è un’assurdità. Mi trovo costretto a correggermi da solo. Poiché imparziale non può esserlo nessuno, mi dico, né tanto meno ermafrodite. Ognuno ha il suo ruolo ben preciso da occupare a breve scadenza e in uno spazio buio e ben ristretto, ma seduto se ne sta comodamente sul cesso che è di colore bianco, come lo sono tutti i cessi, e nella cui piccola pozza d’acqua in fondo si riflette un buco di culo in cui, a sua volta si riflette ancora, come in una pupilla, il volto di chi ci ha nutrito e ci ha voluto bene e che ora precipita come una grossa lacrima nera nell’acqua. Una volta, un amico, di cui naturalmente non posso fare il nome, inveiva contro di me e tutto il mondo perché la ragazza lo aveva lasciato. “quella stronza” ripeteva “quella stronza”. Dopo essersi stancato con gli insulti, cominciava a confidarsi.

 – Mi sento come morto, Dario. E non perché Laura ha deciso di lasciarmi. Ma perché, l’ho letto nei suoi occhi, non ci sono, non ci sono mai stato. E non dico in senso metaforico o che so io. Non ci sono proprio letteralmente, anzi materialmente. Questo corpo non c’è. Ha bruciato i tempi. Scomparso. E sono io il solo che non lo sa. Ma mi vedi tu?

E si aggrappava alle mie gote come alle maniglie di una giara lucida per guardarsi guardare nei miei occhi il suo volto come affacciato a un oblò.

– Calmati – gli dicevo sbrigliandolo per i polsi e allontanandomi dal suo alito alcolico. – Non dire stupidaggini, non sei ancora un fantasma. (Stavo per dirgli che i fantasmi non esistono. Ma sarebbe stato un errore, un po’ come fare da eco a un pazzo e i pazzi sono letteralmente fuori, sono pazzi, di sé).

Mi raccontava di vedersi negli occhi di Laura, ed era una sensazione bellissima. Ma noi sappiamo che quest’aspetto straordinario dipende dalla novità dell’evento.

– Poi – continuava –  quando le cose cominciarono a scivolare, scure e appassite e amare acque, per quanto fossimo faccia a faccia, mi credi? – sottolineava – muso contro muso, lei mi guardava ma nei suoi occhi non c’ero. Il suo sguardo dico, o mi oscurava o mi oltrepassava.

Credo che volesse in qualche modo giustificare questa sensazione perché a un certo punto occorre che qualcuno ci creda e, in silenzio, ci legga negli occhi senza voltarci le spalle dell’indifferenza. E continuava:

– Le stavo davanti ma non mi vedeva. O meglio, mi guardava, il suo sguardo non era nel vuoto, non poteva essere, so che mi vedeva, però la mia immagine nei suoi occhi, io ero lì davanti, a un palmo, non c’era. Forse tu credi io mi stia inventando tutto. Può darsi fossero i miei occhi appannati, non lo so, può essere, e quindi non riuscivo a oltrepassare il carcere dell’io. Sì. Quest’io petulante che mi scoppia dentro. E sai perché? Te lo dico io perché. L’occhio è il cesso di un amore. No, volevo dire. Il cesso è l’occhio di un amore. Quando finisce, si tira lo sciacquone e le pupille sollevandosi lasciano vedere solo il bianco quasi si rivoltassero indietro e verso l’alto dove, risalendo al ghiacciolo della fronte, raggiungono disperati la camERA cerebrale dei ricordi.

Sono giunto a una conclusione, dicevo, della quale per ovvi motivi razziali non potrei rivelare. Ma… diciamo che, essendo maschio, sono maschilista e dunque la scrittura è prerogativa dell’uomo.

L’uomo è un essere buono. Non è malvagio.

L’uomo è buono da mangiare.

La donna, invece, faccia il personaggio. La penna infatti si posa sulla pagina come l’onde a plasmarne le coste, a esplorarne le geografie di un corpo sinuoso fino a penetrarne l’originalità vischiosa del suo stesso mistero. Qui siamo! Dove andiamo? Me lo sono chiesto mille volte. Anche gli altri mi chiedevano:

- Dario mio dove sei, perché mi hai abbandonato?

È il solito dualismo di sempre. Leggere e scrivere. E lo so che vi piacerebbe. Ma tutto questo movimento non basta. Leggere è scrivere: scrivere dentro. Ingoiare nutrirsi assimilare. Ci dicono. Scrivere è leggere: leggere fuori. Liberarsi digerire defecare. Sono i due opposti sessi. Se ancora non s’era capito. Ma quale sia l’uno o l’altro in realtà non è poi così importante. Quello che più conta è eliminare un soggetto. FastiDIOsissimo. Fino a che questo non accadrà leggere e scrivere avranno in quest’ordine le sembianze di una donna e di un uomo che, parlando sempre e solo di se stessi, uno di fronte all’altro, e contemporaneamente, si masturbano senza toccarsi, sì l’un l’altro, odorarsi, vedersi, mangiarsi, insomma un rapporto senza senso e nessun piacere. Mi spiego? A nulla porta scrivere per farsi leggere, meglio leggere per farsi scrivere. Con uno stiletto piantato in mezzo agli occhi. E siamo creature in un mondo fantastico. L’unicorno nell’altra stanza.

In questo momento sto dialogando con me stesso per chiarirmi o chiarire per sempre i motivi che mi hanno portato a considerare la lettura come un qualcosa che uccide (ho smesso di fumare e non ho trovato niente di peggio da fare che mettermi a leggere), qualcosa o qualcuno, tipo serial killer impietosi e straricercati ma di cui ancora non se ne conosce il volto. E ho scoperto che sono in molti questi che leggono. Leggono dentro. Così credono. Come un vizio assurdo, il respirare, il fumo. Finita una storia si prende una boccata d’aria e se ne comincia subito un’altra, e un’altra ancora, e dopo un’altra, un’altra ancora e un’altra, e un’altra ancora, dose dopo dose, fino allo sfinimento. Quando si smetterà di leggere staremo tutti bene e tranquilli. Tranne quei poveretti che scrivono, nominano le cose, ogni cosa, buttano fuori le loro vomitate. Si troveranno costretti a cambiare, a trovare nuove occupazioni. E quindi conquistare sarà  la parola genetica. E penso che in un primo momento ce ne vorranno. Non è mai stato facile disintossicarsi della gran Dama bianca navigante come iceberg nelle vene di un paradiso a scacchi. Ma poi si sentiranno meglio e cominceranno a ringraziarci.

Istruzioni per un prossimo fantasma. (Fantasma fa risma con futuro). Specchiarsi su un foglio sempre più pallido e non vedersi.

 

 

 

A

Febbraio 17, 2007

A

una

a  una

ogni cruna

di stella  piove

come sabbia  già

morta            morrà

ogni cosa tutte  le cose

       sono                     sempre       

 passate                    al setaccio.

Genealogia

Febbraio 9, 2007

-
  – Conservo ancora
     il tuo ricordo
   
    – come un randaggio
       l’osso nella nuda
       terra nella pagina
       bianca spirata
       senza pupilla.

       – Perché questo io credevo
          e mi sbagliavo.
          Scrivo riscrivo il ricordo
          e non scrivo niente.
          Solo ora mi pare di comprendere
          il senso della frase di Sartre:
          occore conservare per cambiare.

          – Sono tornato indietro
             dalla inaccessibile porta mi
             dici che fu l’avvenire ricordo.
             E infatti non lo riesco più
             a trovare. Eppure dev’esserci
             in un angolo curvo nell’ombra
             uno scavo. Tutto cambia
             in tutto questo crollo del tutto
  
             - e il luogo e il moto riflesso.
               Tutto è come è e come era
                perché il luogo è lo stesso
                ed è diverso perchè tu sei diverso.
                Il ricordo è diventato albero
                e l’albero è sempre stato il tempo
 
                – un’eco misura infinita directory
                   un albero della directory
                   una cartella madre nell’altra
                   un nome dietro l’altro
                   un cerchio nel cerchio 

                   – figli tuoi e dei tuoi figli
                  
                     e in uno di questi perduto il
                     mio nome sbiancato nell’album-
               

                    – e degli occhi il sospiro
                      su cui ora non scrivo
        
                      + [...]