Archivio per Marzo 2007

5. Leggere uccide – Gli occhiali da sole

Marzo 14, 2007

 

Un mattino di splendida luce, in fondo a un cassetto della scrivania, notai quasi nascoste, le mie vecchie e scure lenti da sole starsene, chissà da quanto tempo, là, in un angolo, al riparo nel loro astuccio comodamente sdraiate a braccia incrociate dietro la nuca. Sembravano scrutarmi, in una sorta di rimprovero, come la coda di un cane che scodinzola in un pianto silenzioso per fare un giro. Allora posai le mie lenti da vista sul tavolo e senza pensare a cosa mi sarebbe accaduto mi inoltrai nel buio, per così dire. Naturalmente è un’esagerazione. Ma ditemi voi se un mezzo cieco con gli occhiali da sole non è ancora di metà più cieco. Però non mi importava. Mi alzai dalla scrivania con le mie vecchie e scure lenti da sole e a passo sicuro uscii di casa. Il buio mi avrebbe guidato. Presi la bici e cominciai a pedalare, scuro e silenzioso ma deciso. E mentre pedalavo dietro i miei occhiali da cavallo sentivo ch’era questa la soluzione imponderabile. Andare dritti per la propria strada, raggiungere la meta che sempre più sembra allontanarsi man mano che ci si avvicina, non curarsi dei paesaggi, dei cartelloni pubblicitari che si alternano a spalle poggiate ai muri, e che si differenziano le une dalle altre soltanto per le dimensioni, ma entrambe prive della terza dimensione. Io pedalavo, come ognuno convinto di rotolare per la propria strada dritta anche se si incurva come lingua di cane verso il basso. Questa era la strada. Non vedere nessuno che ti guarda. Essere sempre più determinati come freccia che imita il declino della sete. Puntare l’obiettivo che ci inquadra per essere scelto. Trovare un muro libero e senza divieto di affissione. Non curarsi nemmeno di questo, di nessuno, non scegliere, non essere scelto. Ricambiare i saluti delle ombre. Incondizionatamente senza privilegio per alcuno. Ritenersi fortunati se si è riconosciuta qualche voce. Perché i ciechi siamo noi e gli altri non sanno di essere non visti. La strada s’accorcia man mano che la notte negli occhi aumenta. E la colpa ci consuma dentro. In camera da letto troveranno un corpo di donna che piange sangue. E ci addosseranno anche questo mistero. E a noi toccherà ficcarci due dita in gola e poi negli occhi stanchi. Un gesto  simile si compie quando, affaticati da tutto ciò che ci circonda, ci si consegna rassegnati al criminoso destino di figli. 

 

4. Leggere uccide

Marzo 5, 2007

 

Quante volte ad esempio ci è capitato di leggere delle scritte pubblicitarie così attraenti che tatuano i fianchi e i culi degli autobus o dei camion o delle scheletriche modelle infisse sui muri come orecchie sparse per il mondo. E per poco non si rischiava di rompersi o rompere l’osso del collo. Sia se si stava in piedi o in macchina o seduti in poltrona.

 

4.1

 

È come un oppiaceo la trama di un libro. Un pezzetto di formaggio incantatore che sa già dove catapultarci, come i gesti abili di un prestigiatore che disegna nell’aria il percorso del labirinto. La formula segreta. Il viaggio pendente dalla sua bocca. Un amo travestito da verme. All’inizio si è conquistati dalla curiosità, dalla novità, e dalla tenace quanto fallace convinzione che tentare non nuoce. Che si può sempre tornare indietro. Quando è proprio la tentazione che lusinga a mettersi per questa via balorda. Si può sempre tornare indietro ci dicono le voci ipnotiche come un’eco intrusa a sfogliare pagine alle nostre orecchie tagliate come l’onde dagli scafi o le spiagge dalle voci di risacca. Noi si è già scelto. Piuttosto, sono gli altri, le voci, che tornano indietro. Per l’appunto. Si cominciano a leggere brevi racconti di una pagina, due pagine, al massimo tre. Poi si è completamente immersi nel libro e bisogna finirlo, perché il troppo pensare provoca insonnia e insoddisfazione. Ma questi racconti sono troppo robusti per voi, dalle tenere boccucce di latte e braccia di scrittori tennisti o vecchi sgorbi col bastone.

 

4.2

 

L’inganno è credere ai propri occhi e confidare nelle voci che ci esortano alla battaglia. Come Minerva nelle sembianze del fratello di Ettore che lo incoraggiava all’inevitabile e già prescritta conclusione. L’inganno è assumere le sembianze dell’amante come spesso faceva Giove per possedere la ninfa del suo attuale desiderio. Che mi frega se tu pensi a un altro mentre lo facciamo, e nel tuo pensiero credi che sia io quell’altro. Comunque, è questa la vita, luminosa lanterna, scambievole assenza, a cui non chiedi, anche se era meglio, di guardargli in bocca, parole di stima, mordente ventriloquo, il dono del tuo dio, l’inganno è avere stomaco da cavallo.