Abitava in villa borghese. Anzi. Fuori dalla villa. Ma preferirei non menzionare l’indirizzo esatto. Per non rischiare di intasare la cassetta delle lettere o il cortile di curiosi davanti casa perché, spinti da un’alluvione di solidarietà, vadano a gettare ai suoi piedi campi e campi di fiori. Del resto lo conoscevamo tutti, e non occorre riferire quanto già è alle orecchie e sulla bocca dei suoi lettori.L’abitazione, o meglio, il rifugio in questi suoi ultimi anni era di dimensioni modeste ma capiente abbastanza della più inverosimile raccolta di oggettistica varia, e non diversa dalle molte altre vicine. Un perimetro da in-folio ripiegato e con tetto a spiovere, provvisto, per entrambe e due le parti, dei rispettivi e simmetrici abbaini. Il nostro amico, che d’ora in avanti indicheremo con I., come ignoto e invisibile, inesistente più di ogni altro…. subito dopo il crepuscolo, era solito rientrare in casa, e andava a rifugiarsi, in un certo senso, direttamente in soffitta insieme alle cose buttate lì nel loro disordine supremo. I. aspettava che l’oscurità abbracciasse tutto il cerchio (o meglio il semicerchio) dell’orizzonte. Gli piaceva assistere alla dissolvenza delle luci, ha sempre considerato il tramonto una sorta di cambio della guardia. I. aspettava che il buio si spargesse tutt’intorno e intanto, prima che si desse inizio allo spettacolo, si metteva comodo, plasmando con le scapole angeliche lo schienale di una poltrona, dove si era accomodato in cerca di sollievo per il prossimo e incipiente volo, seppure della sola fantasia. Non appena ogni cosa si fosse messa al suo posto I. ammirava, da quegli occhi sognanti ammirava tutti quei cieli trapunti di lontananze irremovibili e per questo rappresentanti l’unica fonte di strasognate fantasie (logore cioè per il troppo uso e consumo), ed anzi, possiamo anche dirlo, di un metodico e strettamente personale abuso, come dell’alcol, altra compagnia di quelle serate, sotto un cielo enofilo. Una scura bottiglia di vino se l’era portata a casa come ogni sera quasi di nascosto, avvolta in un foglio di giornale non necessariamente dello stesso giorno, anzi quasi sicuramente. Così poteva capitare che, quelle sere in cui si prestava a leggere le notizie di cronaca, lo prendesse una certa nostalgia delle cose che furono e che non sono mai state, anche se la data riportata nella testata fosse solo di due giorni addietro. È che lo scorrere lento lentissimo delle sue giornate gli procurava una percezione altrettanto lenta e di una sensibilità da delirio avresti detto, a volte per dei passi e scricchiolii non ancora nati, e per degli eventi che egli stesso viveva non quotidianamente ma respiro dopo respiro, inspirazione alternata alla sua fotosintesi. Però abbiamo detto che I. trascorreva le sue serate completamente solo, in realtà I. (questa nona lettera dell’alfabeto e insieme terza vocale) divideva l’alloggio con un gatto che non smetteva di leccarlo, quasi ne traesse nutrimento, se non per quelle volte che veniva invitato dai suoi amici felini per un sacco di leccornie lanciate in un’altra casa poco lontano, come un invito al salto direttamente fuori dal tetto di questa casa, invece, dove pure ritornava, per cui I. non era completamente solo.In quella soffitta si potevano, e tuttora si possono, trovare le cose più vecchie di questo mondo. E ogni volta è come se si scoprissero per la prima volta. Tanto per fare qualche esempio, in una busta di plastica si potevano trovare ammassate centinaia e centinaia di piccole palline di vetro con un nucleo colorato per ognuna in modo diverso. Un’altra busta poteva raccogliere innumerevoli schede telefoniche, in un’altra poteva esserci della segatura, come in alcune bambole, questa raccolta di vecchie forme ridotte a un ammasso di quasi niente. Il rischio di un’anamnesi che non riesce a saldarsi nel cerchio della resurrezione. E poi numerosi album di fotografie, generatori di polvere e cenere, oltre che di dolore, come tutti i ricordi, e poi scatoloni di libri e vestiti fuori epoca, riparo e nutrimento di insetti e torsi di mele morsicate etc. Telefoni a rotelle e televisori a valvole. Piccole sedie coricate sessualmente una sull’altra come un numero 6 sul proprio rovesciamento. Lampade e lampadari poggiati per terra come scheletri di dinosauri. Insomma, collezioni di ogni genere che non vale la pena di elencare in questa sede o di ricordare. E tra tutte quelle cose I. perlustrava con lo sguardo l’evolversi delle ere e delle stagioni non dimenticando mai di rivolgere un’attenzione di rilievo a un cielo colabrodo sopra la sua testa che prima o poi, si diceva, anche quello si sarebbe svuotato. Alternando un occhio al lucernario e uno al velo di polvere cresciuto come un prato uniforme su lenzuola dalle strane forme sonnecchianti, come i mobili ricoperti, da secoli e secoli, nel salone o le nuvole nel cielo, I. si allietava di tanto in tanto dello spettacolo che gli offriva un improvviso venticello che sembrava animasse le forme della stanza a una danza macabra e talvolta grottesca per un dente in meno o un diesis in più nella tastiera di un piccolo organo eternamente a riposo e da cui sembrava provenire una musica silenziosa. In un angolo abbandonato scorge un vecchio 45 giri, e questo può bastare, a fianco sono seminati, come carboni spenti, vecchi dischi inutilizzabili, perché o scheggiati o spezzati come i cuori che sente piangere spesso là fuori.Una sera fu risvegliato da uno strano lamento proveniente dalla strada. Ancora tra il sonno e il fantasticare sporge la testa fuori dalla soffitta, e, poco distante, ma come se proprio a lui avessero voluto affidarlo, nota una certa cesta nera, scura come un altoparlante, e in effetti era proprio da lì che provenivano quei lamenti. Scende in strada per verificare quello che ormai aveva preso piede e disgusto nella sua visione per niente visione. Era una creatura minuta e leggermente ancora sporca di sangue. Fortunatamente l’ospedale più vicino si trovava a una distanza di pochi chilometri. Prese il fagotto con l’esserino sghignazzante e affamato dentro la cesta e lo consegnò al primo fantasma che gli capitò di vedere al pronto soccorso. Naturalmente ebbe delle difficoltà a divincolarsi dalle pretese di quegli spiriti, eccentrici ectoplasmi. Ma che cosa avrebbe potuto riferirgli, più di averlo trovato per strada?
Abitava in villa borghese. Anzi. Fuori dalla villa. In un cassone. Faceva freddo e quello era l’unico riparo. Il camion venne a prelevarlo con le sue robuste braccia meccaniche. Lo sollevò in alto e dopo un leggero scuotimento per svuotarlo di tutto il suo marciume di ricordi, lo ripose sulla piazzola, pulito. Alla discarica sarà un cosa dismessa tra le tante altre prima dell’inceneritore.