Archivio per Aprile 2007

WC

Aprile 28, 2007

Da qualche tempo a questa parte non si fa altro che ripetere, tra le altre e tantissime cose, più o meno esplicitamente, o forse sono io, ormai giunto alle ultime emissioni di fumo della mia vita, ad essere di poco più avanti, come la doppia W luminosa disegnata a terra, sulla strada, dai fari di un auto che ronfa nella notte come le braccia di un sonnambulo ubriaco o le corna di una lumaca che tastano il cerchio dell’aria impercettibile, a intuirne o meglio percepirne l’imbroglio nei suddetti dialoghi, quando se ne presenta l’occasione, come adesso in questo prorompente ribollire da un tombino della fogna: oscuro ipogeo, reclamata condotta, dove finisce sempre chi ci vuole bene, anche nel fango, dico, di una C che sta per creazione, da/per sempre nei più diversi luoghi e momenti, salotti o mercati, si ripete che la più astuta invenzione del diavolo sia stata quella di farci credere che il diavolo non esiste, e, nel ripeterlo, come Baudelaire, il primo si presume ad aver messo in giro questa voce, da bravo ragazzo ben addestrato qual’era, oltre che fradicio d’erbe e d’assoluto, crediamo di fare la nostra bella mostra di cultura, o almeno si faceva, perché in ultima voce, quella dove ognuno ne voleva alludere a un’altra, speculare e sanguinolenta, non si può far altro che confermare quel che si era detto, e in questo, ora, non si può, e nella maniera più assoluta, non ostentare un minimo di intellettuale cinismo e grossolana soddisfazione o in-soddisfazione. Sì, si diceva così, in modo d’essere liberi di agire, di mandare al diavolo chi ci pare, o di prendere nel sacco quello che più ci piace, di scrivere o dire o fare quello che si vuole. E anche adesso, se state leggendo queste righe, potete crederci, in qualità di scrittore io non esisto più di una foresta rasa al suolo dal fuoco rubato a un canestro  riflesso a una finestra di una camera del sesto piano bruciata, a Sesto S. Giovanni, che le autorità circonderanno di sigilli. Già sento il sibilo del gas nelle orecchie: “Vieni!”, insinuare tentazioni, sebbene io stia già dormendo sdraiato comodamente su questo rossiccio pagliericcio con le dita intrecciate sopra il petto, intuirne il senso, alterarne le tensioni, modificarne il volume, bilanciarne il peso agendo sulle apposite manopole di controllo. E non lo dico per rovesciare il guanto di questa offesa, o maledire l’assenza, l’altra, di quell’altra mano fredda a rovistare gli occhi dentro nuvole a forma di mutande o mutande cariche di fulmini e urina, ma altresì invece per denunciare il distillato genoma di roghi e la pluridecorata legione di pannocchie.  Presto ci incateneremo come eretici ai pali, i pali nei campi mascherati da Priamo o Priapo, non ricordo più bene, con indosso una tunica scarlatta e per cappello un elmo piumato, e ci eleveremo nel suo regno, come fari di fuoco che incornano il cielo, in alto, a fecondarne il femminino tremore, come fumo negli occhi che ascende a oscurare il sole. “E un gran segno fu visto nel cielo, una donna rivestita del sole, e la luna era sotto i suoi piedi…” Adesso sì che possiamo decantarlo questo mondo.

Sogno nelle notti il sogno

Aprile 26, 2007

 

 

Sogno nelle notti il sogno e sogno d’essere Sherazad. E’ diventata un’abitudine ormai. Ho timore che non potrei più farne a meno. È così che capita con l’amore, cresce e col tempo si solidifica, per poi infine a poco a poco sbriciolarsi. Sogno nelle notti il sogno e sogno d’essere Sherazad. Ma è così vivo il sogno che al risveglio mi pare di stare ancora sognando e sogno di essere il sogno di Sherazad.

Non saprei come spiegarlo. Ogni mattina appena sveglio ho la necessità di sentirmi raccontare una storia. Non importa che storia. L’importante che sia sconosciuta e, il più possibile, viva, ancora più di quanto possa esserlo un’illusione. Alla fine giudicheremo. Statene certi. Ma non c’è nessuna Sherazad qui con me. Né sua sorella Dinazard a cui doveva raccontare, come d’accordo, un’ultima storia. Né io potrei interessarmene come neppure il sultano Shahriar se ne interessava. Eppure cospiravano da tempo qualcosa/qualcuno contro di me. Un erede forse. E appena sveglio non posso evitare di sentirmi inquieto e in pericolo. E devo fuggire oppure rimettermi a sognare.

Ma non posso più essere sicuro di essere io quello sveglio. Può darsi in realtà io stia ancora sognando e tutta questa paura che mi agita dentro e che mi costringe a girare avanti e indietro per la stanza come in attesa di un ragguaglio clinico non è altro che un’emanazione del mio stesso sogno. Così devo mettermi a scrivere. Non ho altra scelta. Per sincerarmene e persuadere il sogno a non sognarmi. Trovare al più presto qualcosa da raccontare. E diventa sempre più difficile. Soprattutto per me che non sono Sherazad né Dinazard né Shahriar né niente. E c’è qualcosa, in questi tre nomi, di inscindibile, qualcosa che me ne fa sospettare un senso di vitalità suprema. Non un’immagine o una allegoria. No. Ma qualcosa di concreto. Nel linguaggio. Nella fonetica stessa delle parole. E non soltanto nell’apertura comune di quelle due “a” per ogni nome senza cui morirebbero, ma qualcosa di più segreto e niente che abbia a che fare con la comunicazione. So soltanto che per scrivere devo inventarmi qualcosa e al più presto.

Raramente ricordo i sogni. Solo frammenti oppure niente. Eppure ogni mattina ho la sensazione di aver perduto qualcosa di prezioso. Dall’ignoto restituito al mondo con quell’oblio necessario per sopportarne la perdita e accudirne il peso di questo vuoto. E devo mettermi a scrivere. Pur non avendo niente da raccontare. Sento che in qualche modo ne vale della mia stessa vita. Allora mi pare di capire che Sherazad è la scrittura. Dinazard ne regge il filo da cui si comincia a dipanare la fitta trama. E a quel punto io comincio a sentirmi sempre più vecchio e bisognoso di farmi raccontare delle storie, come d’accordo, anche se questa storia mi sembra di averla già sentita, ma non importa, perché le storie sono sempre le stesse, e sempre sono diverse, e io più vicino alla conquista del nuovo oblio e delle forze necessarie a sopportarne il peso di quest’uomo che mi fotte e di cui, sappiamo entrambi, non potrei farne a meno.

 

 

 

Complicazioni

Aprile 24, 2007


Guardo il sole. Alt-o nel cielo. Accecante. Sono affacciato alla finestra. Vedo l’oro. Vedo il profilo di una testa tagliata. Rotolante come una moneta. Da questa parte ci sono io. Crocifisso in una stanza. Guardo il quadrante dell’orologio, ma non m’importa niente del tempo; this time, ce temps, hinc. Scocca una freccia dall’arco di sole. Da questo punto, in questo momento, non ho visto nemmeno che ora è, mi sembra questo uno di quei gesti incondizionati, che si fanno così, tanto per farli, senza rifletterci su tanto. E non me ne spiego neanche la ragione. Perché? Non ho un orario da seguire, o un programma. Forse è la regola di tenersi aggiornati, su che cosa non me l’hanno detto. Forse dovrei tenere un diario, per allontanarmi da questa assurda persecuzione che è il parlare da soli, ma non ho la minima idea di cosa scrivere. Temo già al solo pensiero. All’insana follia che mi padrona. La padrona insana, vestita di bianco, mi corruga la fronte, mi fa, corrugare, mi chiede l’affitto, mi chiede come è andata. E io, invece di come, capisco dove, ma non capisco invece, perché me lo chiede. Come è andata?  Bene le dico. Avrà presto i suoi soldi.
Allora provo a rifugiarmi ancora una volta nella scrittura, ma deve esserci qualcosa di sbagliato in tutto questo mio modo di fare, perché mi sembra di essere di nuovo caduto in trappola, quando non si ha nulla da dire o nessuno a cui dirlo. Non c’è un angolo di pace nel mondo e neanche nel sogno.Capita di svegliarmi prima dell’alba con un labbro spaccato o un occhio viola nel tentativo di fuggire il taglio del labirinto che il sopracciglio raccoglie, oppure di rientrare in casa la sera strisciando con i gomiti e le ginocchia già sbucciate. Ma non mi lascio assediare dalla febbre e neppure dalla gran dama del giardino.Mi riaffaccio sulla nuda pagina come in uno specchio dove il mio volto si riflette, privo di una terza dimensione, ma so già che non può esserci nessuno là dentro, sono io che m’inganno, e ci credo, ma se comincio a scriverci sopra, allora mi sembra di mentire e so che potrebbe essere questo un buon inizio – perché è sempre consigliabile cominciare dall’inizio, fare la punta alla matita e magari tentare di piantarla nell’occhio al gigante stanco e addormentato dalla fatica del lavoro di tutta una giornata e dall’ebbrezza del vino. Ristoro delle menti paranoiche. Sposterà la pietra, aprirà un varco… nella cruna della notte.Ma lo stesso c’è qualcosa di perverso in questa mia mania dello scrivere – mi affaccio alla finestra, guardo il sole – alt-o nel cielo, accecante. Vedo l’oro. Vedo il profilo di una testa tagliata.  S’alza e si posa la penna sulla pagina al ritmo delle parole, o meglio della calligrafia, come un respiro, accordandosi al moto ondoso della creazione e fecondarne il centro, affondando talvolta i denti nella carne profumata e succulenta, nettare degli dei, promiscuità dell’essere immortali. Pura follia.Però, so che se fossi davvero folle non starei qui dentro. Non starei neppure fuori dalla porta. In questa stanza c’è una porta e una finestra. Entrambe si aprono verso l’esterno. Prendo una corda e ne lego una cima alla maniglia e l’altra a un piede della sedia su cui salgo come su un podio. E aspetto di sentire bussare alla porta. Al tramonto. Come sempre. Il cielo avrà tutto il sangue confluito alla testa. Ma non vorrei mai sentire quel rintocco pretenzioso. Non vorrei mai sentire bussare alla porta. Non risponderei. Non direi. Non ci giurerei, baciando le dita. La stanza è vuota. Sono fuori. Sono fuori di me. Come i matti. Bussano alla porta. Bussano ancora. Con la fronte già rossa i matti bussano alla porta. Allora dico: Avanti!

E vedo insinuarsi sul taglio verticale della porta prima due dite, pelose come zampe di ragno, ma inguainate in guanti di lattice, poi le dita diventano quattro, poi tutto lo sgomento delle complicazioni. Tentano di afferrarmi per le caviglie. Entra la luce nella mia stanza. Ero io. Al posto del lampadario, col fiocchetto rosa legato al collo.

April March

Aprile 23, 2007

E anche a questa notte son scampato, mi risveglia l’alba e il murmure vagito del mare poco lontano, il sole splende che sembra il proseguo del sogno della notte e riscalda le condivise abitudini delle genti. Quanti anni sono passati, cinque, sei, sette? Che importa. Non è più un mio tormento. Ogni alba è un continuo contemplare, da questo marmo su cui appoggio i gomiti e gli occhi consunti, quest’ondosa distesa azzurra stracolma di eterna solitudine. E ogni alba incontra se stessa come la chiave dopo un altro giro nel teschio della toppa. Oggi (che manca poco più di una settimana, un giorno, al mese di maggio, may per gli inglesi), mi affiora un sorriso. Mai, sì c’è proprio da ridere… Perché i più dicono che non si può tornare indietro, ma forse invece è proprio quello che, non sapendolo, stiamo facendo. Poiché se dritta è la via per il chiodo e la morte, e dritta e ciclica per la vite e l’oscuro gurgite dell’orecchio risvegliato da campane, così non è per la chiave e la gravità che incombe del tempo infinito presente. Esiste solo un andare avanti. Esiste solo un andare…Nuoto, tanto per fare qualcosa, per tutta la mattinata tra le mie carte e quaderni in cerca di una trascorsa poesia. 

April March  

La vite che germoglia nell’aprile metterà poco vino nel barile.

Così dicono le voci sudate

dall’esperienza di calde giornate. 

Ma io dico invece che i fiori

raccolti nella vecchia stagione

hanno odore di marcia

nella nuova primavera.

Fuori luogo

Aprile 21, 2007

Ci sono dei momenti che resto imbarazzato e pieno di gioia a contemplare il ritratto di una piccola parte di mondo. Con la bocca socchiusa e i denti un poco tremanti ma indifferenti al vento o al freddo di certe giornate.Altre volte invece mi toglierei volentieri la vita. Cosciente che è la vita il dono più prezioso. E nient’altro. Me ne sbarazzerei così come la sera prima di andare a dormire pigiamo con il dito sull’interruttore della luce. Ma un’indole codarda, che da sempre mi ha contraddistinto dagli eroi di cui ne è piena la nostra storia sia fisica che letteraria, mi ha sempre fatto desistere dall’eroico compimento. Né appropriarmi di favori o di ricchezze altrui mi ha mai entusiasmato. Così l’unica trappola in cui non evito mai di cadere è il buio di questa stanza dove a una parete manca un tassello. Una finestra. Eccola qua.Mi affaccio su questo angolo di mondo. Come in uno specchio, la mattina, col rasoio tra le dita sporche di sangue, per un taglio a un labbro mentre distrattamente ci si radeva. Mi affaccio su questo volto che è il mondo e nello stesso momento porto due dita sul labbro insanguinato. Me lo impone una certa abitudine di tormentare le ferite. E non devo essere l’unico.Là in fondo c’è il mare e qui sotto un giardino che da quando ho memoria è sempre stato abbandonato. Sulla spiaggia riesco a vedere alcune canne da pesca piazzate alla giusta distanza l’una dall’altra e pronte a captare la minima vibrazione. Un uomo col maglione rosso di tanto in tanto ne afferra una e ne riavvolge il sottile filo come se fosse la pellicola di un film.

Ma è a questo punto che non riesco più a trovare le parole. Né io vorrei. Perché so già che non servirebbe a niente. E devo ribellarmi con tutte le mie forze a questo dolce e seducente richiamo della poesia. Mi tiro indietro di scatto, come strappando un morso al vetro liscio e ondoso del mio pensiero.  Mi sento le braccia legate, anzi è come se non le avessi. Mi butto a terra sperando di fare forza con tutto il peso del corpo. Mi agito per terra come un epilettico. Dentro la testa, mi sento d’impazzire. Ma non posso cedere. Il silenzio. La fine. La quiete. Un suono nella testa mi esplode continuamente come le onde di un diapason sbattuto sulla costa. E in più è come se fossi un vegetale, o meglio, mi sento come un’alga per niente indifferente al vento o al freddo di certe giornate. Il cui destino è deciso da uno stupro. Come pure la terra qua sotto, bruciata dall’incuria. E la bocca sporca di sangue. E

Un addio come un altro

Aprile 19, 2007

Abitava in villa borghese. Anzi. Fuori dalla villa. Ma preferirei non menzionare l’indirizzo esatto. Per non rischiare di intasare la cassetta delle lettere o il cortile di curiosi davanti casa perché, spinti da un’alluvione di solidarietà, vadano a gettare ai suoi piedi campi e campi di fiori. Del resto lo conoscevamo tutti, e non occorre riferire quanto già è alle orecchie e sulla bocca dei suoi lettori.L’abitazione, o meglio, il rifugio in questi suoi ultimi anni era di dimensioni modeste ma capiente abbastanza della più inverosimile raccolta di oggettistica varia, e non diversa dalle molte altre vicine. Un perimetro da in-folio ripiegato e con tetto a spiovere, provvisto, per entrambe e due le parti, dei rispettivi e simmetrici abbaini. Il nostro amico, che d’ora in avanti indicheremo con I., come ignoto e invisibile, inesistente più di ogni altro…. subito dopo il crepuscolo, era solito rientrare in casa, e andava a rifugiarsi, in un certo senso, direttamente in soffitta insieme alle cose buttate lì nel loro disordine supremo. I. aspettava che l’oscurità abbracciasse tutto il cerchio (o meglio il semicerchio) dell’orizzonte. Gli piaceva assistere alla dissolvenza delle luci, ha sempre considerato il tramonto una sorta di cambio della guardia. I. aspettava che il buio si spargesse tutt’intorno e intanto, prima che si desse inizio allo spettacolo, si metteva comodo, plasmando con le scapole angeliche lo schienale di una poltrona, dove si era accomodato in cerca di sollievo per il prossimo e incipiente volo, seppure della sola fantasia. Non appena ogni cosa si fosse messa al suo posto I. ammirava, da quegli occhi sognanti ammirava tutti quei cieli trapunti di lontananze irremovibili e per questo rappresentanti l’unica fonte di strasognate fantasie (logore cioè per il troppo uso e consumo), ed anzi, possiamo anche dirlo, di un metodico e strettamente personale abuso, come dell’alcol, altra compagnia di quelle serate, sotto un cielo enofilo. Una scura bottiglia di vino se l’era portata a casa come ogni sera quasi di nascosto, avvolta in un foglio di giornale non necessariamente dello stesso giorno, anzi quasi sicuramente. Così poteva capitare che, quelle sere in cui si prestava a leggere le notizie di cronaca, lo prendesse una certa nostalgia delle cose che furono e che non sono mai state, anche se la data riportata nella testata fosse solo di due giorni addietro. È che lo scorrere lento lentissimo delle sue giornate gli procurava una percezione altrettanto lenta e di una sensibilità da delirio avresti detto, a volte per dei passi e scricchiolii non ancora nati, e per degli eventi che egli stesso viveva non quotidianamente ma respiro dopo respiro, inspirazione alternata alla sua fotosintesi. Però abbiamo detto che I. trascorreva le sue serate completamente solo, in realtà I. (questa nona lettera dell’alfabeto e insieme terza vocale) divideva l’alloggio con un gatto che non smetteva di leccarlo, quasi ne traesse nutrimento, se non per quelle volte che veniva invitato dai suoi amici felini per un sacco di leccornie lanciate in un’altra casa poco lontano, come un invito al salto direttamente fuori dal tetto di questa casa, invece, dove pure ritornava, per cui I. non era completamente solo.In quella soffitta si potevano, e tuttora si possono, trovare le cose più vecchie di questo mondo. E ogni volta è come se si scoprissero per la prima volta. Tanto per fare qualche esempio, in una busta di plastica si potevano trovare ammassate centinaia e centinaia di piccole palline di vetro con un nucleo colorato per ognuna in modo diverso. Un’altra busta poteva raccogliere innumerevoli schede telefoniche, in un’altra poteva esserci della segatura, come in alcune bambole, questa raccolta di vecchie forme ridotte a un ammasso di quasi niente. Il rischio di un’anamnesi che non riesce a saldarsi nel cerchio della resurrezione. E poi numerosi album di fotografie, generatori di polvere e cenere, oltre che di dolore, come tutti i ricordi, e poi scatoloni di libri e vestiti fuori epoca, riparo e nutrimento di insetti e torsi di mele morsicate etc. Telefoni a rotelle e televisori a valvole. Piccole sedie coricate sessualmente una sull’altra come un numero 6 sul proprio rovesciamento. Lampade e lampadari poggiati per terra come scheletri di dinosauri. Insomma, collezioni di ogni genere che non vale la pena di elencare in questa sede o di ricordare. E tra tutte quelle cose I. perlustrava con lo sguardo l’evolversi delle ere e delle stagioni non dimenticando mai di rivolgere un’attenzione di rilievo a un cielo colabrodo sopra la sua testa che prima o poi, si diceva, anche quello si sarebbe svuotato. Alternando un occhio al lucernario e uno al velo di polvere cresciuto come un prato uniforme su lenzuola dalle strane forme sonnecchianti, come i mobili ricoperti, da secoli e secoli, nel salone o le nuvole nel cielo, I. si  allietava di tanto in tanto dello spettacolo che gli offriva un improvviso venticello che sembrava animasse le forme della stanza a una danza macabra e talvolta grottesca per un dente in meno o un diesis in più nella tastiera di un piccolo organo eternamente a riposo e da cui sembrava provenire una musica silenziosa. In un angolo abbandonato scorge un vecchio 45 giri, e questo può bastare, a fianco sono seminati, come carboni spenti, vecchi dischi inutilizzabili, perché o scheggiati o spezzati come i cuori che sente piangere spesso là fuori.Una sera fu risvegliato da uno strano lamento proveniente dalla strada. Ancora tra il sonno e il fantasticare sporge la testa fuori dalla soffitta, e, poco distante, ma come se proprio a lui avessero voluto affidarlo, nota una certa cesta nera, scura come un altoparlante, e in effetti era proprio da lì che provenivano quei lamenti. Scende in strada per verificare quello che ormai aveva preso piede e disgusto nella sua visione per niente visione. Era una creatura minuta e leggermente ancora sporca di sangue. Fortunatamente l’ospedale più vicino si trovava a una distanza di pochi chilometri. Prese il fagotto con l’esserino sghignazzante e affamato dentro la cesta e lo consegnò al primo fantasma che gli capitò di vedere al pronto soccorso. Naturalmente ebbe delle difficoltà a divincolarsi dalle pretese di quegli spiriti, eccentrici ectoplasmi. Ma che cosa avrebbe potuto riferirgli, più di averlo trovato per strada?

Abitava in villa borghese. Anzi. Fuori dalla villa. In un cassone. Faceva freddo e quello era l’unico riparo. Il camion venne a prelevarlo con le sue robuste braccia meccaniche. Lo sollevò in alto e dopo un leggero scuotimento per svuotarlo di tutto il suo marciume di ricordi, lo ripose sulla piazzola, pulito. Alla discarica sarà un cosa dismessa tra le tante altre prima dell’inceneritore.

L’uomo sulla porta

Aprile 18, 2007

Sentii il rintocco dei suoi zoccoli avvicinarsi. Poi un colpo netto, come di martello su un banco, o di triplice battente sulla schiena della porta, e subito dopo un silenzio quasi reticente. Deve essere sceso da cavallo e sta per avvicinarsi, pensai stranamente senza timore. Strano perché non aspettavo nessuno ma in qualche modo sapevo che era da me che stava venendo. In quel momento stavo grattugiando un po’ di formaggio sugli spaghetti. Mi fermai evitando di fare il minimo rumore. Mi misi in ascolto e dal posto dove mi trovavo potevo fissare la riga luminosa sotto la porta che da un momento all’altro si sarebbe spezzata.  Ne ero sicuro che stava venendo da me. Era tempo e questo lo sapevamo entrambi. Infatti dopo essere rimasto per un pezzo sotto la porta finalmente si decide ad aprire, lentamente, facendo scivolare la porta verso dentro. Ed ecco che potevo vederlo fermo nel quadrante illuminato della porta aperta sulla strada. Sembrava una specie di silhouette. Nero su bianco. Un foglietto piantato sulla porta. Una forma priva di contenuto e immobile. Insomma, la fine. Come se gli avessero piantato un coltello nella pancia perché lo tenesse in piedi su una parete d’aria, a misurare come d’orologio, le dodici e trenta, dove la lancetta dei minuti s’era bloccata, palpitante come è la vita, intermittente, e non voleva saperne più di andare avanti. Con un piede grattava il tappeto, poi con l’altro, come un toro la sabbia nell’arena, intanto che decideva di entrare. Era chiaro che stesse aspettando qualcosa o qualcuno. L’uomo infilato dentro scarpe nere indossava calzoni e giacca altrettanto scuri. Stranamente sopra la porta vi era appeso uno di quegli orologi da parete che consultai immediatamente. Era la riproduzione perfetta e in miniatura dell’originale di sotto. L’uomo scuro delle lancette. Mancava però quella essenziale dei secondi, perché il tempo sembrava non passare mai, e per di più era bloccato alle dodici e trenta dell’evento, come dicevamo. Un’immagine messa in pausa nel televisore. O un’interruzione. Non poteva essere altrimenti. In attesa di riprendere i programmi. Una testimonianza preziosa. Era peraltro ora di pranzo, come dicevo. Io grattugiavo del formaggio sugli spaghetti fumanti mentre l’uomo là fuori continuava con un piede a grattare per terra come una clessidra a seminare scaglie di secondi, quasi il tempo si fosse inceppato. E mi chiedevo cosa ancora stesse aspettando, perché non se ne andava? Spaghetti al pomodoro e formaggio, e l’uomo sulla soglia, l’uomo di sabbia stavo per dire, che a un certo punto mi sembrò di non vedere nemmeno più, però sapevo che era lì. Semplicemente cominciava a sbiadire, o meglio a sbriciolarsi a terra, ed io ad abituarmi a questa sua trasparente presenza eterna e verticale. Guardavo il cerchio del piatto e il quadrante della porta orologio. Cerchio e quadrante. Spaghetti e lancette. L’uomo vitruviano e pomodoro in scatola. Sangue e inchiostro. Smisi di mangiare. E quindi di scrivere. Era ora di andare.

EXIT

Aprile 10, 2007

Sarebbe stato più facile lanciare un grido e farla finita così, ma in quel momento eravamo paralizzati, completamente agghiacciati sulle poltrone del cinema. Fuori, e dunque dietro le quinte, pioveva con tanto di effetti sonori. Noi ci trovavamo letteralmente nelle mani dei nostri sequestratori. Anche quando si accesero le luci, stamattina, come tutte le mattine, ci volle del tempo, prima che gli occhi ridisegnassero le forme ordinarie e restituissero pienezza a ogni sagoma febbricitante di alzarsi ognuna dalla poltrona numerata in cui vi era andata a sprofondare. Poi, non so cosa fosse successo, scompiglio tutt’intorno. Il panico. Tutta una folla apparentemente in delirio, seguivano un ordine segreto. La sala cominciava a poco a poco a svuotarsi. Tutti diretti verso un cartello con su scritto EXIT. Dunque, esso fu. (Cosa? Il mondo). Ci accoglie a braccia aperte come crocifisso. Sullo schermo, incolonnati e messi in riga, i nomi degli attori e dei personaggi, scelti con la meticolosa cura di un falsario, o di un fotografo, tutti quei nomi stesi lì, sul filo, come banconote d’identità, una accanto all’altra ad asciugare, come di fronte alla verità del personaggio, mille ritratti risalivano per scomparire forse nel buco del culo della notte, oltre la coda dei titoli, oltre la striscia nera del cielo, invisibile come una giarrettiera sotto l’orlo di una gonna, come pesciolini venivano issati su con forza su una scialuppa di salvataggio. Oltre la superficie d’acqua fredda di granito. Fredda. Ecco. Lanciare un grido sarebbe stato un’àncora di salvezza, un bicchiere d’acqua, un chiedere aiuto perché non fuggissero, con tutti nodi alle  parole, non ve ne andate, li catturassero di nuovo, non si ingannassero oltre. Oltre il tempo. Non possiamo trattenerli oltre, dissero alcune voci senza forma. Oltre la finzione. Non si può ripetere oltre la calda scorreggia della creazione. Una vibrazione nata in qualche punto della stanza e andata a morire sulla tua bocca. Tu mi eri entrata dentro con tutto il tuo corso di recitazione sulle spalle, come un corpo estraneo che bisognava espellere. Ecco, mi chiamarono, sollecitandomi d’evacuare il locale. Stava entrano acqua, infradiciando le poltrone fino all’ossa. Hanno acceso tutte le luci per questo, ma nessuno riuscirà mai a riprenderli, quelli là. Si sono aperti un varco per strada, una breccia sulla (parete di) fronte. Sono fuggiti nel delirio. E poi, ho motivo di credere che nessuno ci avrebbe sentito. Così come ci trovarono, con un rasoio d’acqua alla gola. Tutti presi com’erano a calpestarsi i piedi l’un l’altro, a tirarsi per le maniche o le orecchie. Fuori di qui, non vi sopporto, maledette parole (in italiano nel testo), mi disgusta la vostra presenza. Ma parliamone. Parliamone. Per piacere. Calma. Pazienza. Cosa è successo? Per questa sera. Facciamo presto. Dimentichiamo. Ne riparliamo domani. Sì, ma intanto potete restituirmi alla realtà? Sono stanco di ripetermi.