Archivio per Agosto 2007

uno di questi giorni

Agosto 29, 2007

Uno di questi giorni sarà ultimo,
sarà l’inizio dell’inosservanza,
sarà quel che l’ombra traduce in ombra.
Ritornerà la luce come all’alba.
Tu aspetta e taci. Verrà il giorno ultimo,
verrà l’angelo delle tue preghiere.
Sarà l’indecenza a vestire i nostri occhi
di pianto come fu al primo sguardo, ed anzi
al primo vagito di gioia sul vortice della nascita:
sussulto breve, gelido tuono che ci stringe.

Tutti i fuochi il fuoco

Agosto 28, 2007

Di chi è quella mano che s’alza
che mima in un gesto di saluto
di chi è questo corpo che nutro
il portacenere colmo dell’arena
dalla strada un mormorio infuocato
un riverbero di paglia imbrunita
di chi è questa voce che avvampa
la linea tronca dell’inizio
che vocifera un numero estratto
sembra quasi per caso in un soffio
che giunga sopra un altro svogliato
ho come l’impressione di vivere
un corpo e con quello mi sono alzato
e ho trasportato il suo corpo
davanti allo specchio mi sono
guardato con i capelli impazziti
dai sogni affondati nel cuscino
di chi sono questi sogni affondati
sono i sogni del corpo che sogno
diffuso in un tubetto di calmanti
mi sono alzato a rispondere e
il telefono ha squillato di nuovo
un saluto di chi è quella mano
che impugna una spada lucente
e di chi è di quel nome che brilla
che lampeggia sul celeste dorato display
anche un’insegna luminosa per strada
non riesce a stabilire un contatto
e anche s’è guasta continua lampeggia
segnali sono io di soccorso qui dice
la voce lampeggia sono io la voce se
n’è andata dalla rete dei microfoni
ognuno invisibile all’altro telefono
qualcuno ripete sono io sono
la voce se n’è andata ridigita un numero
ridigita dopo un altro qualcosa che cade…

liberamente ispirata e incompiuta dall’omonimo racconto di Cortàzar

Memoria d’oltrevia

Agosto 27, 2007

Ci protegge nel suo abbraccio l’orizzonte
il silenzio gettato negli occhi come sabbia
noi aldiquà della campana di vetro – il vetro
come l’acqua a cingere lo scheletro. E tutto
questo crescere del mondo a goccia di flebo
nella clessidra – morente flusso dei tuoi pensieri
- soltanto per lasciare qualche tratto su labbra
morsicate da parole – gridi nel palato
di una partoriente. E insieme cresce all’attesa
la paura d’essere occhi dentro l’urne dei sepolcri
- solo un numero tra i definiti all’estrazione.

Ma se davvero fosse possibile che io fossi te
e tu fossi me allora forse capiremmo e tutto
sarebbe esattamente come è – il sole nel mondo,
nel medesimo tempo e luogo inaccessibile – un gioco
da prestigiatore che fa apparire l’inconsueto
un inganno e l’immediato la sola verità – come
quest’inerzia amore simile all’abbraccio di un morto.

casa di mattoni

Agosto 26, 2007

Non era vero il nostro amore
solo bisogno carnale, di sesso
direbbero i medici oggi. T’imploravo.
Con quanto fiato avevo in gola t’esploravo.
E anche dopo, privato del corpo, ti cercavo
nel fuoco, nei passi scricchiolanti
le foglie, stagione dopo stagione,
fossili di ciò che fu brace e non
lo sapevo. E i rami spezzati sul corso
di lingue verticali e rotolanti le tracce
le giunture che si piegano

nei libri, nella casa dell’uomo
di legno e di pietra e da pietra su pietra
la calce, perché tutto è uno e uno è tutto
un evolversi e di nuovo nel legno ti cercavo
e nel canto di orfeo persino e
nella pietà di chi pietà non conosce,
ma solo accordi di fusa pece e silenzio
certo è tutto quel che dissotteriamo.

Perché soffia un vento lupo alla porta
non cederà la casa di mattoni
perché soffia un vento lupo… no
non cederà la casa…

assediata sembra e silenziosa
perché soffia un vento lupo alla casa
la porta no non cederà la mia casa di mattoni
no non cederà la mia casa
non cederà la casa mia casa
no non cederà la mia casa

per futili aruspici o falsi sacerdoti
perché soffierà un altro vento
alla grande casa di mattoni,
avvilita la rabbia e franta la paura.
E anche quello non sarà vero amore,
ma tu credici almeno, e state bene.
*
 

Fare e disfare

Agosto 25, 2007

3.

 

 

 

Nove è davvero un numero affascinante – continuò -  Nove multiplo di tre, tre multiplo di nulla. E’ un po’ l’enigma della sfinge. Nasci, cresci, muori. Muori, cresci, nasci.” Fantasticava sulla spiaggia col sole ormai dentro la testa. “Il mondo gira, gira il mondo gira, giro giro tondo, quanto è bello il mondo, il mondo, vaffanculo, il mondo gira. Questo porco mondo gira e muove tutte quelle sfere e tutte quelle cosce sode, che sostengono un segreto. Tutto è una partita (iva inclusa) in una tavola pitagorica, e nei codici a barre delle vendite, delle identità, dell’atomo e del nonatomo. Lo zero. Sì. Làlàlà. Il centro di un niente perché non avendolo visto non lo conosciamo come si dovrebbe. La paura. La cura. La pinta. La tinta. La Santa Maria. E a volte i conti non tornano.” Soprattutto quando si è vicini a sfiorare la follia aggiungiamo noi. A questo punto Enrico preferì non pensarci oltre. Era meglio farsi un bagno. Non erano problemi da potersi risolvere in un sogno. Però non riusciva ad alzarsi. Sentiva poco distante il dolce canto delle acque invitarlo a immergersi nel loro fresco abbraccio. Ma qualcosa lo tratteneva. Il suo corpo disteso sulla spiaggia non rispondeva più agli impulsi elettrici impartiti dal cervello. Tutti i muscoli inerti o addirittura scomparsi, dissolti, sembrava si fossero staccati dalle ossa. Non riusciva ad alzarsi. Risolse per la rinuncia. Alla fine sprofondò nella sabbia con più rassegnazione di prima come una lucertola intenta o sorbirsi qualche raggio di sole virtuale. “Domani si vedrà.” Pensò. Tutt’intorno lo avvolgeva un vociferare d’inutile gioia. Dai  padiglioni della spiaggia, dallo schermo del mare. Da lontano sentì avvicinarsi una musica. E via via che si avvicinava, note e parole si mescolavano allo sfregarsi delle onde sulle sabbia. Scintille negli occhi, pur avendo le palpebre abbassate. Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare. Riconobbe la canzone di Franco Battiato che usciva da qualche profugo altoparlante. Non volle guardare. Lasciò che la musica si avvicinasse e lo attraversasse. Sicuramente era qualche africano venditore di nastri, occhiali da sole, mollette per capelli, collane, bracciali, telefonini, marijuana e cose del genere. Dopo che la musica finì di travisarsi da un orecchio all’altro e allontanarsi fino alla più irraggiungibile lontananza, aprì gli occhi, il pericolo era passato. Nessuno gli avrebbe venduto nulla. Nessuno lo avrebbe visto. Risollevandosi come un morto dalla bara si accorse di una donna seduta in riva al mare a leggere un libro, e di una bambina, probabilmente la figlia, che le girava attorno sorridendo. Fa sempre piacere vedere l’innocenza sorridere. Gli mise in cuore un po’ di serenità. Poi, per una strana interferenza, un errore nell’ingranaggio del sogno, fu disturbato da ambigue voci che provenivano dal fondo della strada e che lo riportarono nel suo letto dove lo avevamo lasciato prima che si addormentasse. Passa una macchina per strada col volume altissimo come quel venditore di musicassette di poco prima, ma questi non vendono nulla. La porta della camera è socchiusa. Ed è strano perché lo infastidisce tenere la porta aperta, anche di poco. Forse fu il vento ad aprirla. Ma è nel sogno e non può alzarsi per chiudere la porta. Cerca di non pensarci. Non pensarci. Però è irresistibile. È impossibile non pensarci. Come la lingua che batte sul dente che duole anche il pensiero si ostina sulle cose di cuore, cazzo una specie di rima, e la porta, ci voleva solo la porta adesso, la porta timidamente comincia a sbattere sullo stipite, anche lui, immobile per il momento. Deve esserci qualcuno dietro la porta. Si insinua questa paranoia nell’orecchio, s’incunea tra i viali del cervello, ma resta sulla soglia, stenta a farsi vedere, o forse non vuole. Una spia. Enrico comincia ad agitarsi. Il mare là fuori russa, dorme beatamente, come suo padre, suo padre dorme di là, nell’altra stanza, e russa quando dorme, quando dorme russa. Il mare là fuori, si sente, sta russando, e suo padre nell’altra stanza russa anche lui. Enrico comincia a sudare. Lui non russa, si crede sveglio. Vorrebbe alzarsi e andare a chiudere la porta. Solo un passo li separa ed è fatta. E’ solo un passo da fare, in avanti. E poi retrocedere, rimanere al di qua del dirupo e del dubbio. Vorrebbe parlare, sciogliere la lingua che nel frattempo s’è andata a rifugiare in fondo al cuore, ma non ha voce. Chiedere chi è, o cosa è. Il mare continua a russare. Ronfa, ronfa. Sente che sta per accadere qualcosa. Ronfa il mare. Deve svegliarsi, oppure proseguire nel sogno. Decidere cosa fare. Cosa fare? Si era addormentato con questa domanda. Ed ora la circostanza lo chiama all’azione. Scoprire quell’immagine. La propria immagine. Come disse Dante: “In ogni azione, l’intenzione prima di colui che agisce è di rivelare la propria immagine.” Ma come poteva essere lui quello là fuori? È lui il padrone del suo sogno, è lui che decide. Non può permettere interferenze. Deve sapere che cosa succede. Si accorge che suo padre di là ha smesso di russare, e anche il mare non si riesce più a sentire. Troppo lontano, lui. E vicino invece. Chi c’è dietro la porta? Chi si nasconde dietro, dietro di me? Perché non si fa vedere? E soprattutto perché se ne sta la dietro? Si decide. Si sveglia. Apre gli occhi e si volta verso la fessura buia e verticale della porta socchiusa. Di là c’è il corridoio. Per un attimo gli sembrò di vedere le orbite scure dell’ Uomo che passeggia di notte di Edward Munch. Ma non è possibile. Perché non c’è nessuno là fuori. C’è solo il corridoio. “Era solo un sogno – pensò. – Non c’è bisogno di aver paura”. Strani occhi lo fissavano. Ma non c’era bisogno di aver paura. Oppure sì? Sentiva il peso di tutto la notte silenziosa. Adesso anche da sveglio percepiva strani sguardi addosso. Lo indagavano. Lo spiavano. Lo giudicavano. Alla fine con un filo di voce esitante riesce a bisbigliare. Papà? E dopo un lungo ed estenuante silenzio,  tutto quello che la voce cavernosa dietro la porta disse fu semplicemente: No!

 

 

 

fine

 

Fare e disfare 2

Agosto 25, 2007

2.

 

 

 

È questa l’ora? Era estate. Una nuova stagione. O forse solo una delle tante. Una strana fantasia di colori l’aveva fatto inginocchiare ai suoi piedi. Stese la tovaglia da mare come un vessillo su un cadavere millenario e vi si sdraiò sopra. Si coricò col pensiero di essere una mosca posata sul sacro velo che ricopre la spiaggia. E siamo solo all’inizio. Chissà cosa gli ronzerà per la testa oltre al sole. Ma vedremo.

Dopo pochi minuti gli sembrò di stare dentro a un forno invece che dentro a un sogno.

Desiderò che piovesse. Piovve.

Gli parve di sognare. Perché questo che stiamo raccontando è un sogno. Ricordiamolo. Enrico steso sulla spiaggia dorme e si presume che stia sognando. Anche se non era proprio un sogno. Sognava, è vero, e nel sogno vedeva se stesso sdraiato sulla spiaggia a godere della pioggia che precipitò improvvisa. Ma non era un vero e proprio sogno, era piuttosto un altro ricordo. Come sarà un altro giorno domani, come lo fu ieri.

Tutt’intorno la gente, delusa, cominciava più o meno confusamente a ritirarsi per le proprie case. Segno ormai evidente, questo della pioggia, che l’estate stava per finire. Ma a Enrico non importava. Non gli importava niente di niente, dobbiamo ancora ripeterlo? Rimase calamitato nell’estasi più seducente del sogno, determinato a godersela fino all’eiaculazione spontanea della fine. Non gli interessavano gli sguardi obliqui e interrogativi della gente per la sua indifferenza o infermità. Lui era lì, seppure fosse sdraiato, vedeva tutto dall’alto del suo sogno. Ogni tanto apriva gli occhi e da dietro le scure lenti da sole riusciva a vedere gli aghi della pioggia e i non meno pungenti sguardi della gente trafiggerlo per andare a sciogliersi come neve sul suo corpo rovente, traboccante di passione nei confronti di nessuno.  Poi, il silenzio. Più nulla. Quiete. Solitario Robinson. Enrico di certo non saprebbe quantificare la durata di questo stato di limbo paludoso. Ma a poco a poco, come in un crescente risveglio, una nuova sinfonia cominciò a farsi sentire nel profondo di un letargo cronometrato. Tambureggiante. Quando finalmente si riscosse si trovava ancora sulla spiaggia (umida come il sesso di una partoriente). Si guardò intorno. Pochi ombrelloni erano piantati nel terreno come bandierine su un pianeta morto. La luna. Alcuni bambini giocavano con la sabbia e con l’acqua, creavano delle forme, sembrava che stessero disegnando, come si faceva con un gessetto bianco sulla lavagna, le coste sinuose o frastagliate che il mare avrebbe accarezzato. Ed era sorpreso, non sapeva che pensare. E se fosse questo un sogno? Ma era strano perché lui non sognava mai. O almeno, lui non c’era quando sognava. Non c’era mai stato. Invece quella volta era lì, sicuro che stesse sognando. Cercò gli sguardi della gente perché qualcuno fosse testimone di quello che succedeva, ma nessuno sembrava accorgersi di lui. Poco più in là un pescatore metteva alla prova la sua pazienza. Un bambino correva avanti e indietro, dal mare al secchio sulla spiaggia, pieno solo d’acqua marina. “Papà quando spuntano i pesci?” chiese il bambino. Non ebbe nessuna risposta. Dopo un po’ di altro avanti e indietro, dal mare al secchio vuoto sulla spiaggia, il bambino, che un po’ cominciava a spazientirsi ed anche ad annoiarsi, siamo sinceri, continuò con le domande. “Papà quanto aspettiamo? Quando torniamo a casa?” E anche Enrico avrebbe voluto chiederlo. “Ho aspettato tre anni. Non credi di avermi fatto aspettare abbastanza. Voglio svegliarmi. Non credi sia il momento? La vita umana non è che una lunga gravidanza.” Gli venne in mente quest’altra curiosa definizione. Deve averla letta da qualche parte. E partì come una cicala del pensare. “Tranne casi del tutto eccezionali non ci è dato di vivere per più di un secolo. Nove mesi, più o meno, prima del travaglio, nove i pianeti fino adesso conosciuti. Eccetera eccetera. Novant’anni dunque è un’età accettabile per morire, gli anni giusti prima di nascere di nuovo alla morte. Ecco l’ho detto. Ora mi folgorano. O qualcuno lo avrà già detto. Non io di certo che sto sognando. Almeno che non parli nel sonno, ma nessuno me lo ha mai detto, oppure è il caso che qualcuno mi discorre a un orecchio mentre dormo.

 

 

prosegue

 

 

Fare e disfare

Agosto 24, 2007

Fabbricare fabbricare fabbricarePreferisco il rumore del mareChe dice fabbricare fare e disfareFare e disfare è tutto un lavorareEcco quello che so fare 

Dino Campana

    1.  

Bisogna fare qualcosa, si disse. Crolla come la Torre sul letto. Fumante. Ed anche se avesse voluto che il sonno o qualcuno schiacciasse lui, Enrico osservava la brace per terra esaurirsi da sola. Esattamente come lui fra le nere lenzuola. Gli ultimi residui di un fuoco inestinguibile. La libertà. Ma non essendo più richiesti, sentendosi inutili come vecchi, le piccole scintille che compongono la brace vanno ritirandosi dentro il filtro, come aveva fatto lui qualche anno addietro ritirandosi nella sua stanza di mattoni e pietre da piazza che un po’ ricordano il dorso di una tartaruga o il pavimento di una cella, o come fa il sole ogni sera migrando da un’altra parte. Fare qualcosa, si disse. “Cosa vuoi fare?” gli chiese una volta Anna. “Cosa vuoi diventare?” Ma la domanda doveva essere più indicativa per uno duro d’orecchi come Enrico. Cosa vuoi essere? Essere cenere come il sole? Fare qualcosa. Ma cosa? Fare e disfare. La terza domanda non permetteva dubbi. Anna stava parlando proprio a lui, con lui, di lui. “In cosa sei unico, inimitabile?” gli chiese. Enrico si sentì con le spalle al muro. A sorreggere forse tutto il peso di quelle frecciate. Intuì cosa vuol dire essere tartaruga, perché si stava parlando di qualcosa di più di un petulante “io”. Era in gioco tutto il senso di una vita, la sua e non solo. Ma retoricamente rispose che già un Copernico era nato e che non era lui quello che cercavano.  Fare e disfare. La vita non è che questo fare e disfare, una copula tra i due diversi mondi. No, è un’illusione. Era fissato con questa cosa dell’illusione. Tutto è illusione ripeteva spesso. Oppure, la verità non esiste. La retorica è banale. Formulava aforismi che nessuno avrebbe accettato. Il mare si ritira, sembra rinunciare, ma ecco che ritorna, il luogo di battaglia è sempre lo stesso. Allora, fare o disfare? Fare è disfare! Concluse misteriosamente. È l’interminabile angoscia. L’agonia della piccola brace della sigaretta riversa sul pavimento in mezzo ai resti del suo pasto nudo o avvolta nella carta o passato che dir si voglia o cenere. E il futuro dunque sarebbe solo escremento. Strani parallelismi creava nella sua mente. L’inganno della facile discesa, si diceva, che ha, invece, un grado più elevato di difficoltà, e bisogna puntare i piedi, per non scivolare. Quasi fosse il gradino più alto del mondo, un’altra dimensione, e si è ormai senza fiato e allo stremo delle forze. L’aria è sempre più densa e rarefatta, e le condizioni, come se non bastasse, ci costringono a prenderla sulle punte. Ballerina. Classica. Penisola. Italia. Non poteva dormire. Sdraiato sul letto guardava la finestra spalancata e cosa in essa si andava disegnando come su una notturna lavagna. Forse sognò.

   

Incognite

Agosto 21, 2007

Quali incognite, XYZ
X

E davvero può sembrare una beffa trasparentissima,
quando in questo mattino di sole radioso, come mai
è apparso in questi ultimi sette anni di sanatorio,
in questa allucinante fornace della sua prima gloria,
nuda misura dell’estate nascente, verrebbe quasi voglia
di lacerarsi le bende, far prendere il volo a parole
di silenzio, ad ogni batter di labbra e di seno 
strappare le pagine impure dal quaderno ingannevole,
per tutto questo tempo, inviolato e contorto, e gettarle
dal traghetto che altrove ci porterà un niente, proprio

oggi che a voce ci chiamano vivere in un’altra città,
un’altra vita, un’altra occupazione, tutto questo calore

nuovo che celebra luce nella stanza un rogo, la perdita
di quel che è male e di quel che è ignoto, il timore di

sapere, e non, cosa ci aspetta e sopratutto chi
Y

ma sì, rimettiamoci a scrivere, indebitamente
come colui che rimette a noi i nostri scritti;
e poi se ci penso io devo esserci già stato nel futuro,
oppure già fu il fuoco elettrico postumo diluvio;
così come è il figlio a generare il padre,
qui piove, giù in strada, o piovve, la pioggia
è di certo qualcosa che accade nel passato;
che ti cerca, e quando ti raggiunge t’avvolge,
come un’identità, e non ti lascia più respirare
Z
 
Strani risvegli a volte m’accade o cadde
ma non ora come la pioggia nel cielo passato
a gradini d’una scala : frutto di ogni decentramento
devo dire – come se tornassi dalla morte
stamattina mi sono svegliato più vuoto del solito
tra le vuote lenzuola sparse
sul pavimento che scruta una schiarita
di lampade bianche a risparmio energetico
in una stanza scolorita e ammaccata
ma con in più la strana sensazione
di aver dimenticato tutto
come se qualcuno per tutta la notte
avesse continuato a grattare
con unghie d’avorio il soffitto
come a cancellare l’alfabeto dalla fronte
il cielo infinito presente del verbo
che un panno umido di nuvole cela.

*

Stamattina…

Agosto 19, 2007

Stamattina ho avuto un’erezione. Cazzo. Così, spontanea, senza nessun pensiero o fantasie dinanzi a un calendario, né carezze d’occhi nudi sui nudi corpi che si appiccicano, ma così, spontanea, induttiva diciamo, semplicemente ritornando all’isola mia casa si trova in questo pomeriggio, eppure è strano mi sono rimesso a scrivere. Non che abbia importanza. Poiché niente ne ha. Né più c’è una tela che m’aspetta né una tessitrice che forse non c’è mai stata se non nella fantasia di qualche vecchio sognatore. Solo l’isola è vera come il letto famoso attorno a cui fa da velo il mare. Noi sappiamo che ci aspetta e che ci perderemo.  Solo questo possiamo. Anche se non si perde ciò che non si ha. Stamattina ho avuto un’erezione. Cazzo. Né in questi mesi di lontananza ho avuto modo, come un più fortunato e privilegiato dagli déi, di trovarmi tra le grazie di alcuna maga. Nonostante ci abbia provato e perso anche molte facce. Ma niente si perde, né dignità, né stima e nemmeno se stessi. Allo stesso modo m’illudevo di non tornare più a scrivere. Chissà quale nesso potrà esserci o chi si prenderà la briga di provarci. Oppure m’imponevo. Deve essere questa la parola. Ma (appunto) m’illudevo. Non che abbia importanza. Poiché niente ne ha. Sembro ripetere. Ma davvero m’ero allontanato dal turpiloquio delle folle, ma davvero m’ero allontanato dal turpiloquio delle folle? da tutte quelle vocali che lacerano i corpi come unghie sulla porta della Storia, arrivando a graffiare con queste dita sempre più anonime, con queste scapole sempre più rassegnate e non bastava ancora. Non crolla la Storia. Non deflagrano nuovi mondi. Non distinguo le parole. Non indaga verità sfuggenti. Retrocedere ancora ancora nella vuota ignoranza retrocedere. Ma non saprei spiegarmi se questa mia astensione fosse più per dispetto o non piuttosto per una certa erotica e studiata perversione: ritardare l’attimo di piacere, re-citano, per godere di più suggeriscono i manuali.

Luogo. Ritardare… come il punto focale di questo delirio mi sembra. Perché rileggendo queste quattro righe mi accorgo che il mio stile, o mancanza di stile, non è affatto cambiato. Niente si perde, né dignità né stima né se stessi. Dicevo. Spesso niente è peggio di quel che appare.

Se solo qualcuno potesse di nuovo stringere queste mie dita ossute e vergini e innocenti come fogli bianchi, se davvero qualcuno riuscisse a guardare e vedere nel buio di questi occhi dilatati e inesistenti dietro lunghi capelli che ne velano il nome, allora forse mi direbbe: sembri così solo sembri la Morte.