Così quando decidiamo di alzare il culo dal mondo e andare inseguiti siamo dall’ombra che non ha scelta invece si crede appiccicata a noi come labbra adesive o ciglia cispose da troppi amici sonni; mi sembra a volte d’essere rimasto indietro rispetto a quelle teste turbate da troppe letture di cieli neri e carte stampate in cui si leggeva di seguire il filo di una stella come del discorso, ci pensavo stamattina mentre mi radevo, e devo anche essere rimasto indietro tra i peli in quel vortice d’acqua che il lavandino del bagno ingoiava senza parole da dire; e invece mi sarebbe piaciuto restare ancora un’altra mezz’ora a letto arricciato con le ginocchia al mento sotto le coperte come un verme sotto la pietra; ma cambiai idea, come sempre succede, alla velocità di un fiammifero sfregato su una minerva, o uno sbattere di porta, e mi misi in marcia credendomi, tra l’altro, più che seguire le tracce del carovan, inseguito; o in altre arrotolate maniche – quelle sembianze che imitano il cielo elastico come un cappio che ci snoda sul palco, noi erranti che rincorriamo l’ombre troppo lunghe – lontane ombre di maniche sopra i gomiti che scavano e spolverano con un pennello da barba quello che siamo e riesumano con la delicatezza dovuta a un oggetto sacro o appena pescato o a una bomba o a un gesù cristo appena nato quello che siamo e non eravamo ma continuiamo a essere e riesumano un chiaro scuro di linee delle mani sommerse dall’acqua che toglie ogni residuo di tempo al volto che da tanto non si vedeva riflesso nelle rughe delle mani, come se davvero il volto, con i suoi tagli e le sue ombre, fosse il destino che in ogni mano si dice a poco a poco si può leggere, o una terza mano da congiungere alle altre due come in preghiera, per poter nascondere un lacrimoso rosario (o una corona di lacrime); o forse è per il sole che brucia gli occhi come in un umido specchio che dalla notte dei tempi ci si esplode al mondo, alla creazione, al pensiero, come uno sparo alla tempia che non voleva desistere un solo istante di rinunciare alla marcia.
Archivio per Ottobre 2007
Dalla fonte alla fronte
Ottobre 30, 2007…sword words…
Ottobre 15, 2007ma anche drown: annegare
La parola è illusione, tutto nasce da lì, lo vedi, sulle linee sinuose della sabbia, sulle dischiuse labbra dei suoi silenzi. Per alcuni la parola è la spada, invisibile, folgorante, con cui recidere controversi destini. Io sto venendo a ucciderti con questa immagine negli occhi. Una lama all’altezza dell’orecchio, sembra sinistro, che si allontana nervoso verso l’infinito con una grigia parrucca sulla testa. Basta cogliere una scena, del film, l’ultima, la nostra, e riconoscere nella fine l’inizio. Basta togliere una esse alla parola inglese sword e la parola word è compiuta. The word is the word is the word. Recitando. Quasi speculare diventa drown, annegare. Io sto andando verso il fiume rosso di Eraclito, pleonasticamente inutile e importante, con la leggerezza di ogni suo limite schiumoso e fluviale, con i suoi tratti annunciati in sgrave simbiosi di ghirigori e retine, giù per il tubo di scarico della mia doccia.
Saudade
Ottobre 15, 2007Saudade (più o meno)
Non so se sono triste
o se desideri esserlo. O peggio.
E’ questo vivere ciònonostante
che non porta da nessuna parte.
Non una lacrima denuncia
ciò che si perso e che forse
non è stato, e non è ancora presente
quanto ancora resta da perdere.
Non una parola. Non un gesto,
un incendio, un lembo di cielo
da far schiantare, un’ombra.
Dovunque io vada, con chiunque
mi trovi sono sempre in ritardo,
ma con in più il sospetto
di aver ancora una volta e sempre
sbagliato strada, come chi, errante
per il mondo, scopre infine
di non essere in nessun cuore,
in nessuna mente, da nessuna parte.
Verità ingannevoli
Ottobre 2, 2007 <<Tu sei malato>> aveva concluso l’attrice non appena se le era visto davanti.
Oppure:
<<Tu sei malato>> aveva concluso la tempesta non appena se le era visto davanti.
O ancora:
<<Tu sei malato>> aveva concluso l’acqua informe non appena se le era visto davanti.
Ma già dal primo rigo s’era capito che non avrei più voluto continuare a scrivere niente, per non correre il rischio di cadere in lussureggianti pagine di immagini retoriche.
L’attrice, la tempesta, l’acqua. I tre diversi nomi di una medesima specie. Lo specchio. La menzogna. La morte che, come al solito e al pari forse della sua stessa antagonista, non ha niente da raccontarci se non queste subdole e tediose guerre e non guerre dei miei trent’anni più o meno. Troppe fantasie. Troppe lame schivate per non esserci mai passato vicino, nemmeno a nuoto. Non aver provato nulla, neanche averci provato.
<<No, io non sono malato>> avrei potuto rispondere modificando al rovescio le parole di un altro. E invece tutto ciò che seppi dire fu soltanto silenzio:<<Taci!>>.
L’attrice era fradicia dalla tempesta che ancora di più la faceva infuriare mentre si precipitava verso il portone di casa dove il suo amante l’aspettava.
Oppure:
L’attrice era scintillante dalla tempesta che ancora di più la faceva brillare, quasi esplodere, mentre si precipitava come un fulmine verso il portone di casa dove il suo amante a braccia aperte l’aspettava.
o ancora:
L’attrice precipitava come un lampo verso il portone di casa anch’esso abbagliante del suo amante.
Ah! Quant’è dura la vita a volte o sempre e quanto deve durare ancora.
Ma se tutto ha un tempo e una durata come tutte le cose, quanto dura un sogno o la morte? Un millenio, una notte, tre giorni?