Archivio per Dicembre 2007

Quadretti

Dicembre 18, 2007

Avevo già scritto su “Righe” (titolo che diedi a un abbozzo… o a un’accozzaglia di un abbozzo di una storia poi rinominata “Le dune dei deserti e dei parabrezza”), quando ancora la scorza del cuore mi era tenera e umida per ogni inezia della vita che si struscia alle caviglie come gatti, o dei passanti sui marciapiedi che ci urtano le spalle, niente scuse troppa fretta, e i gomiti a gomiti, sui tavoli sui denti, e logorano i cappotti e i nasi di Gogol i fazzoletti, avevo scritto del bisogno di alcuni di sostare ai semafori, o meglio, di risalire dal rosso del semaforo come raggi di sole in cerca di mani sonanti di conforto, il frutto, risalire mignolo anulare medio indice, vieni, per tutta la colonna di macchine che non fanno un solo giorno, eh? Bene, cominciamo male. Ma era ora.  Già di primo mattino (le otto, più o meno, questo numero da culo) lì vedi coi loro cartelli in mano, quasi tenessero anche loro un volante che non porta da nessuna parte, neppure in coda, e li guardi dal di dentro del finestrino alzato, mostrarti tutta la loro miseria e paternità di bimbi che presumibilmente non hanno mai conosciuto, o riconosciuto. E pensare che qui non si riesce nemmeno a fare sesso. Capisci?

Coi loro cartelli scritti in italiano a prestito, a stampatello, risalgono per le gomme di automobili ferme ai semafori. E lì, in quei brevi istanti di sospensione, sembriamo tutti appena scesi da un volo sbalorditivo che ci ha portato all’uscita di un aeroporto, in un paese straniero, dove degli uomini, molti uomini, una ressa, una popolazione, tengono in mano dei cartelloni con sovraimpresso il nome del parente o amico o collega che aspettavano e che non conoscono nemmeno ma che comunque bisogna cercare adesso e ricercare. Dov’è finito il bambino che non fu… una persona? Queste fantasie finiscono non appena quest’uomo s’avvicina al mio finestrino picchiettando con l’indice di una delle due mani che fuoriescono dai polsi legati a un cartello, sul suo cartello, come su un clacson nei pressi di una foto che ritrae un bambino che con molta probabilità non ha mai conosciuto, o riconosciuto. E’ il secondo giorno che quest’uomo mi raggiunge in questo punto della strada più o meno alla stessa ora ma sempre lo stesso centesimo avrei da dargli e non mi sembra il caso. Un po’ di dignità per la miseria. Ci mandiamo affanculo reciprocamente e mentre passo sotto il sole che, nel frattempo, s’era rinverdito scorgo un altro uomo non tanto diverso dal precedente, ma un altro, risalire un’altra colonna di macchine. Quest’uomo è sbarbato, e questo fa la differenza, dev’esser fortunato chi è più fortunato, infatti sorride, un punto in più, un surplasse di sguardi-e un certo reclinare della testa e dei fianchi e rien ne va plus, entrambi, come si dice, fan buon viso, un tocco in più, un bicchiere anche che tonifica il corpo e, pare anche la mente, non mente, un po’ più in là, ancora, ed ecco, le jeu est fait, je n’ai pas de l’argent, sembra con decenza, alla pena suscitare preferisce il sorriso fulminante. Anche egli tiene in mano un cartello che mostra ai passeggeri confusi o in attesa sulla colonna. Anch’egli suona il clacson silenzioso. O mostra il tipo impresso su ciò che egli crede sia o porti una banconota. Allora è lui il vero padre dello stesso bambino di prima in cerca di conforto, risalire mignolo anulare medio indice, vieni. Ti giuro. Beduino. Fatti più vicino. Se riesco a superare un’altro giorno domani di lavoro e sbattimento di coglioni. Per il bacio della buonanotte una pallottola in fronte chi ce la toglie. E pensare che qui non si riesce nemmeno a fare sesso.

Un giorno

Dicembre 15, 2007

Certe volte mi domando se non sia
io il gatto e tu la volpe a cui nessuno
da la caccia e questo libro di poesie
che ci siamo intestarditi a scrivere
il campo dei miracoli finirà che uno
di noi – quello più infiammato certo -
dovrà impiccarsi. Ma n’è valsa la pena
essere stati un giorno innamorati.

Ultima sera

Dicembre 13, 2007

Non ho che questo zampettare sui tasti
come un insetto sulle bave del cielo.
Neri i vetri alla finestra, due ciechi
in una stanza come in uno specchio.
Ma che avrò mai da dire, dove andare
aldilà della vita che m’è cara più
d’un laccio emostatico. Per così dire.
Mi passa accanto il fiume e non si vede.
Triste e folle cercarsi tra le giostre
e rotolarsi fino in bocca al mare.
Il suo destino era ritornare in sé.
Ed ecco allora quel che posso fare.
Aprir gli scuri e in segreto lasciargli
fuggire il bagliore dello schermo.

Scelte

Dicembre 12, 2007

Capitano delle cose assai strane. Di questi tempi o da per sempre. Mi è tornato un libro tra le mani che avevo scritto anni addietro ma senza pubblicarlo e del quale pensavo di aver dimenticato tutto come l’ultimo il primo amore ogni cosa, tutte le parole. Ma veramente. In principio non era il verbo. La pazienza ha superato il limite della vergogna. E perché mai ora dovremmo dirlo? Saremo nudi come bambini dell’età adamitica che danno nome alle cose? No, mai! Continuamente ingannati. Continueremo per questa falsa ignoranza. Rei di plagio più che di creazioni (i poeti che non sono), agguantatori di scoperte più che di invenzioni (gli editori che non ci vogliono). Così quando ti avvicinasti io sapevo già il tuo nome perché eri tu a volere che io lo sapessi. Tra un po’ è natale, si scartano i regali. E questi oggetti in regalo verranno fuori alla luce (saranno editi) come schizzi di sperma, verranno fuori dalle loro scatole buie come uteri per l’unica parete che s’allarga, l’unica da dove era possibile uscire, e non perché non ce ne fossero altre, ma quella era la sola predefinita per venire alla luce. Continuamente capitano delle cose assai strane. Non avere più voglia di niente e di nessuno. E allora perché mi sono messo a sistemare tutte queste pagine e libri e quaderni e insolazioni di scritture in una scatola? come se dovessi di nuovo trasferirmi. non sapere dove andare. che fare. andare per strada. fino allo stremo delle forze. e sempre più abbassare la testa. non avere idea del perché ci accingiamo a fare certe scelte invece che altre. sono le scelte che ci scelgono come gli oggetti e le cose che vogliono un nome donando a noi l’illusione di averglielo donato. e non provare più nemmeno quel piacere non condiviso di aver letto o scritto certe storie. e non aver più voglia di resistere a quell’attrazione sempre più fervida per il silenzio, il freddo buio delle scatole, l’umido sapore della terra e del mare, il gelo solare di un letto di cartone. Che importa dire o non dire, a chi interessa? a chi può? essere e non avere. e non essere quello che non abbiamo.