Avevo già scritto su “Righe” (titolo che diedi a un abbozzo… o a un’accozzaglia di un abbozzo di una storia poi rinominata “Le dune dei deserti e dei parabrezza”), quando ancora la scorza del cuore mi era tenera e umida per ogni inezia della vita che si struscia alle caviglie come gatti, o dei passanti sui marciapiedi che ci urtano le spalle, niente scuse troppa fretta, e i gomiti a gomiti, sui tavoli sui denti, e logorano i cappotti e i nasi di Gogol i fazzoletti, avevo scritto del bisogno di alcuni di sostare ai semafori, o meglio, di risalire dal rosso del semaforo come raggi di sole in cerca di mani sonanti di conforto, il frutto, risalire mignolo anulare medio indice, vieni, per tutta la colonna di macchine che non fanno un solo giorno, eh? Bene, cominciamo male. Ma era ora. Già di primo mattino (le otto, più o meno, questo numero da culo) lì vedi coi loro cartelli in mano, quasi tenessero anche loro un volante che non porta da nessuna parte, neppure in coda, e li guardi dal di dentro del finestrino alzato, mostrarti tutta la loro miseria e paternità di bimbi che presumibilmente non hanno mai conosciuto, o riconosciuto. E pensare che qui non si riesce nemmeno a fare sesso. Capisci?
Coi loro cartelli scritti in italiano a prestito, a stampatello, risalgono per le gomme di automobili ferme ai semafori. E lì, in quei brevi istanti di sospensione, sembriamo tutti appena scesi da un volo sbalorditivo che ci ha portato all’uscita di un aeroporto, in un paese straniero, dove degli uomini, molti uomini, una ressa, una popolazione, tengono in mano dei cartelloni con sovraimpresso il nome del parente o amico o collega che aspettavano e che non conoscono nemmeno ma che comunque bisogna cercare adesso e ricercare. Dov’è finito il bambino che non fu… una persona? Queste fantasie finiscono non appena quest’uomo s’avvicina al mio finestrino picchiettando con l’indice di una delle due mani che fuoriescono dai polsi legati a un cartello, sul suo cartello, come su un clacson nei pressi di una foto che ritrae un bambino che con molta probabilità non ha mai conosciuto, o riconosciuto. E’ il secondo giorno che quest’uomo mi raggiunge in questo punto della strada più o meno alla stessa ora ma sempre lo stesso centesimo avrei da dargli e non mi sembra il caso. Un po’ di dignità per la miseria. Ci mandiamo affanculo reciprocamente e mentre passo sotto il sole che, nel frattempo, s’era rinverdito scorgo un altro uomo non tanto diverso dal precedente, ma un altro, risalire un’altra colonna di macchine. Quest’uomo è sbarbato, e questo fa la differenza, dev’esser fortunato chi è più fortunato, infatti sorride, un punto in più, un surplasse di sguardi-e un certo reclinare della testa e dei fianchi e rien ne va plus, entrambi, come si dice, fan buon viso, un tocco in più, un bicchiere anche che tonifica il corpo e, pare anche la mente, non mente, un po’ più in là, ancora, ed ecco, le jeu est fait, je n’ai pas de l’argent, sembra con decenza, alla pena suscitare preferisce il sorriso fulminante. Anche egli tiene in mano un cartello che mostra ai passeggeri confusi o in attesa sulla colonna. Anch’egli suona il clacson silenzioso. O mostra il tipo impresso su ciò che egli crede sia o porti una banconota. Allora è lui il vero padre dello stesso bambino di prima in cerca di conforto, risalire mignolo anulare medio indice, vieni. Ti giuro. Beduino. Fatti più vicino. Se riesco a superare un’altro giorno domani di lavoro e sbattimento di coglioni. Per il bacio della buonanotte una pallottola in fronte chi ce la toglie. E pensare che qui non si riesce nemmeno a fare sesso.