Archivio per Maggio 2008

Teatro degli artisti (invito a cena…)

Maggio 18, 2008

 

Luogo imprecisato del centro Italia. Molta pioggia. Maggio 2008

 

 

Se c’è davvero qualcosa che non mi è mai riuscito di fare, tra le altre e tantissime cose (né mai sembra che ci siano speranze), è quella di raccontare, o meglio, di scrivere una storia che valga la pena d’essere raccontata (ammesso che ci sia realmente una storia che valga la pena d’essere raccontata), una di quelle storie celate dietro le parole impresse lì come un’insegna, o solo a richiamarne un nome, talvolta curioso, troppe volte allettante, una specie di invito insomma che, adoperando infinita leggerezza, tenta di riallacciare il filo dei fatti così come sono avvenuti, senza imbrogli, senza maschere, senza spezie, affinché si possa preservarne forse un ricordo, come si faceva una volta, un avvertimento, anche una parvenza, qualcosa, un fumetto disegnato su pareti di caverna. Ecco, le immagini, sì, le immagini ci aiuterebbero e non le parole. Perché sono proprio le parole il nemico principale, il muro da abbattere, la recinzione da sfondare. Per questo mi sono messo a scrivere. Mi sono inventato scrittore, o meglio, preferirei dire narratore, senza offendere certo la categoria. Scrivo perché non ne sono capace. Ci crederesti? Non è pazzesco? Non avrei dovuto lasciarti andare. Ma proprio quando uno si accorge dei propri limiti (come questa finestra sempre aperta al quarto piano), è in quel momento che deve iniziare a oltrepassarli. Dunque scrivo. Ma in realtà non ho una storia da raccontare. Niente. Ho invece qui un soggetto che vorrei presentare e analizzarne in qualche maniera i processi. Scrivere è più un’urgenza che una necessità, mi dico. Come adesso, in questo momento, uno dei tanti motivi relativo alla mia incapacità di scovare le parole, di stanarle, incoraggiarle al volo dai davanzali, sondare i marciapiedi della libertà. Ma questo è impossibile. Mi accorgo che non potrei mai raccontare, senza aver prima conosciuto i fatti, e come si fa? Da dove cominciare, dalla testa, dalla coda, dalle cosce, dal cuore? Certo, sì, a vostra scelta. Bisognerebbe proprio averne fatto parte, anche con spiacevole esperienza. Un soffio. Ma chi può distinguere cosa è spiacevole da cosa non lo è? Ci spiace più della nostra morte o di quella di qualcun altro?  Ma un momento. Non allontaniamoci troppo. Atteniamoci ai fatti, dei quali ho ancora accennato ben poco mi sembra. Il fatto è che ogni volta che mi metto a scrivere o a leggere come in questo momento che sto facendo o fatto, mi soffermo troppo su certe parole, e soprattutto sui modi di dire, sì, i cosiddetti luoghi comuni, gli stereotipi (chissà da quale pianeta provengono) mi fanno girare la testa, mi fanno disgregare tutte le forze e le intenzioni, mi svenano, annientano, ho detto la testa. Ed ecco, anche come nasce una metafora o da dove è nata questa storia. Dunque.

Sì, penso proprio di aver centrato il punto. Il ricordo è nitido come non lo fu mai alcun principio, né i pensieri fattosi parole scritte sulle righe di questa fronte.

Il luogo è chiamato “Testaccio degli artisti”, ma non è un teatro, e nemmeno un insulto, almeno non sembra. È una trattoria, o qualcosa che molto si avvicina. Ci siamo rifugiati qua dentro, Lina e io, ieri sera, per sfuggire agli aghi avvelenati di questa pioggia sempre più acida.  

 

continua….

 

 

 

oscuramenti

Maggio 14, 2008

A nuoto in queste stanze affogo
lame, virgole, annoto, risate, arroto, vuote, grasse,
mescolanze dell’iridi delle notti
sommerse, a pancia in su, cielo! stelle
indolenti insonni inoperose.
Qui non si sogna qui
non si getta altro che gettare mosche
inchiostro sui vetri.