Laura e la mosca II

By wordinprogress

 

II

 

 

 

È fantastico vaneggiare su un delirio inesistente. Delle volte resterei qui seduto a tormentarmi e scrivere di tutti i calabroni che mi assediano per ore, anni, secoli, minuti, fino all’ultimo tramonto, fino all’epifania di un rogo spento. Fantasticare è desiderare, e il desiderio è un sogno, e il sogno fantastica. (Ma che cazzo mi prende?) Ma quante?

Quante vite ancora al sorgere di un’altra

pietra, nel mio vago e inutile vivaio,

dovrò incontrare e perdere – di nuovo – incontrare e perdere di nuovo.

 

Queste sciocchezze della mosca e altre cose del genere riempiono i miei quaderni e gran parte dei giorni. Un occhio attento, o un altro che, come me, non ha niente altro di meglio da fare, potrebbe addirittura trovarle interessanti o, se non altro, una maniera curiosa di trascorrere le giornate, di perdere il tempo che non ha, non ha mai avuto, che nessuno ha d’avanzo, perché tenere aggiornato il proseguo dei miei giorni sarebbe ridicolo, sarebbe come abbandonare il vuoto al suo destino. La mosca ha trovato una varco e si è lanciata come dalla finestra. Certo, potrei appellarmi alla fantasia, se non fosse già stata processata, addirittura seppellita. Faceva il bagno nell’inchiostro blu del mare. S’illudeva, dei colori, del blu, e le piaceva. S’allontanò in poche e rapide bracciate, nuotando al largo dalle mie mani, dai miei occhi che non possono raggiungerla, oltre la curva odiosa e spigolosa dell’orizzonte delle ciglia. I suoi sguardi erano come stelle, minuscole pietre scintillanti che vorrei ancora mi cadessero addosso.

 

La mosca è fuori. S’è precipitata come un ultimo granello di sabbia che dalla parte alta della clessidra va a posarsi su una piramide di sterco, come la stella sulla cima dell’albero. O un residuo di barca orbitante nell’imbuto del maelstrom  È una voce lontana, una luce di stella morente che svanisce nel chiedere aiuto quando ormai è troppo tardi. Nell’ultima eco.

Ecco. Una parola è caduta sulla pagina come una foglia ai piedi del tempo. Un lungo addio durato giorni, anni, secoli, glaciazioni in mezzo al blu ingiallito di un deserto. Giorni grigi, giorni per niente grigi. È come un muro insormontabile e senza alcun appiglio; e poi il grigio non è un colore, è un conflitto tra due mondi, in equilibrio precario sulla bilancia. Se dico grigio penso a un topo che è la miniatura di un elefante. Se penso alla vergogna di morire mi allontanerei anch’io sempre più al largo dalle smorfie e dai pianti e dalle risa (frecciate dietro le spalle, le prime, lavate di mani i secondi, e da paralisi le terze come di persone o confetti tirati o pietre o occhi o denti).

 

Mi chiedo cosa sarebbe successo se invece di nascere fossi morto; se al posto di incontrarci ci fossimo ignorati, deficienti. Nulla, assolutamente. Inutile persino pensarci. Nutro i vermi – o i verbi – della dimenticanza distesi sotto un palmo di pietra. Un’ipotesi ci sarebbe ma ignoro ancora per chi scrivo, di certo non per lei che non sa niente di me o di ogni altro mio respiro, se pure respiro. È questo quello che penso continuamente: sono vivo, e non sono il solo. Magari fossi morto a nessuno dispiacerebbe l’irreversibile assenza, ma vivo in questi eterni tempi di lordure, come sono tutti i tempi e tutto l’orrido di un tempo. Orrido! Terribile! Uno Schifo! Sapere di stare in paradiso, e poco più in là, nella stanza accanto, haccanto, h-nto, sgozzano tua madre.

 

La mosca è fuori. Mi alzo dal letto trainato dal volo folle della mosca. Mi avvicino alla finestra. O al trompe-l’oil, e mi sembro il prigioniero di una poesia di Goethe. Caduto in trappola. Il fiorellino meraviglioso. Goethe è sempre stato un autore pornografico anche se qui in realtà non c’è niente di pornografico. E so che vi sarebbe piaciuto. Non so. Magari ai suoi tempi. Ma ora. Niente è pornografico. Tutto è osceno. Fuori scena. Fuori dalla scena. Fuori dal cazzo. Tutto quel che accade, accade fuori dalla scena, è pleonasticamente e, in modo irreversibile, osceno.

 

Ecco, finalmente è nato. È nato il personaggio. Non sapevo proprio come tirarlo fuori. Fuori dal cilindro. Fuori dai coglioni. Fuori dal cazzo. Il coniglietto.

Il personaggio della poesia in questione è il gotico prigioniero. Un classico del romanticismo. Egli è imprigionato in una torre (naturalmente di forma circolare) e va scivolando come acqua nel pozzo della sua mente alla ricerca improbabile di un’anamnesi, di un ricordo, di una reminiscenza oltre il muro della nascita, in una anteriore e ipotetica e antecedente altra vita, forse, che poi è il sogno di ogni carcerato, il pendolo delle allucinazioni di ogni pazzo, il pozzo e il pendolo, stasi e quiete, prigionia e libertà, il sogno che vuole evadere all’aria fresca e lasciarsi inebriare non dall’estetico e duro dolore di un trompe-l’oil, perché il muro è duro,  ma dal profumo di libertà fantasma, questa veramente inesistente. Il fiorellino meraviglioso. Ah! Certo, potrà sembrare ovvio il riferimento al sesso femminile, ma qui si dovrebbe aprire una parentesi lunga quanto un tunnel nelle carceri dell’immaginazione. Poiché dopo tanto oscurantismo (chissà se esiste una branca del genere nell’octopus otto-novecentesco) gli occhi subiscono una metamorfosi, diventano più o meno come quelli delle talpe, o dei polipi. Si dice infatti che per difetto di un senso altri ne traggono vantaggio. Come un agricoltore che pota i rami superflui per irrobustirne uno soltanto. Qui è la cecità acquisita o persa. È  l’odorato che si affina e scorre come fiumi a misurare le distanze, a valicare e delimitare Religioni e Stati. È la prerogativa di un fiore il vanto di una scelta.

 

 

 

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