Laura e la mosca III

By wordinprogress

III

 

 

 

Questo prigioniero, da uno squarcio della torre, vede un cielo inviolato e allo stesso tempo trasparente e luccicante come un mare che emette vagiti insopportabili da udire come quelli di una partoriente. Gli prende un senso di vuoto e di vertigine. Avverte nella stanza una presenza invisibile, uno strano odore di passato. Si sente invadere da una strana frenesia. Si trascina davanti a uno specchio e lì, ispezionando il suo volto come ha sempre fatto, quasi fosse l’unica persona che lo ha visto crescere, si rende conto di quanto sta per essergli rivelato.

Volge il suo sguardo e l’attenzione allo squarcio nella parete. Sente il fruscio dei fiori nel giardino, e più in là l’onde del mare crescono e decrescono, s’infrangono sulla spiaggia, voci femminili sussurrano qualcosa che il vento subito ripete e come un’eco dunque seduce e rapisce. E ad un tratto ha paura. Sì, quella paura che ti riduce senza identità. E ti fa tremare. Il prigioniero è sconvolto. Vorrebbe uscire. Predato dall’orrore. Fugge e fuggendo si pone a misura-oggetto rotolante tra le pareti della cella circolare, come a spegnere il fuoco che lo abbraccia. Ma rimane nel fondo di questo bicchiere. E l’unica cosa da fare è bere e spegnere le fiamme. Vorrebbe volare, vorrebbe uscire fuori, volare, come cenere volare, buttarsi giù dalla finestra, volare. Invece china il volto sul libro (perché c’è sempre un libro sotto le nostre mani inoperose) e legge:

 

La donna…

ripete: non ti scordar di me!

lo sento anche di lontano.

 

Certo, si sente la forza di lontano,

se due si amano davvero;

nella notte del carcere sono rimasto

ancora vivo per questo.

E anche se mi spezza il cuore, basta che

io esclami: non ti scordar di me!

 

Ma chi muore la donna o il prigioniero? Perché qualcuno a quei tempi doveva morire. Egli, dall’alto della sua torre, sente un lontano “non ti scordar di me”. Certo, si sente la forza di lontano se due si amano davvero.

E c’è una porosa poesia di Montale che ricalca quest’elegia:

 

 

Il fiore che ripete

dall’orlo del burrato

non scordarti di me,

non ha tinte più liete né più chiare

dello spazio gettato tra me e te.

 

Un cigolìo si sferra, ci discosta,

l’azzurro pervicace non ricompare.

Nell’afa quasi visibile mi riporta all’opposta

tappa, già buia, la funicolare.

 

 

Ma il percorso sembra inverso, e sicuramente lo è, assente. L’azzurro non riaffiora, il giorno non rinasce. La funicolare retrocede a terra. 

 

Dalla mia torre mi affaccio sul mondo attraverso queste alte e strette finestre che sembrano occhi felini. Vorrei vedere dove è andata a posarsi la mosca. Ma tutto è sempre lo stesso. La solita strada sotto il naso che non si può vedere come non si può vedere la propria bocca senza l’aiuto di uno specchio o la bocca di un altro che ci chi/ama. Non mi sporgo neanche più di tanto. A che servirebbe. Non m’importa di quello che vedo o che non vedo. Non m’importa. È sempre lo stesso, falso come un’immagine nella memoria. Un battaglio di campana. Un’orfica puttana. Una striscia di campagna…

Però, un attimo, è curioso. Questa è l’unica striscia verde rimasta nella zona, non assediata dal cemento, dal ferro, dalla pece, e che mi permette di osservare il mare e il continente qui di fronte, come lo chiamano gli isolani. La punta di questa classica ballerina che è l’Italia. La si considera uno stivale o una classica scarpetta rosa perché si è soliti vederla dall’alto, in una cartina geografica, ma è invece verticale e viva come ogni poesia che si rispetti.

Però, dal mio punto di osservazione mi appare in una forma impropria, quasi allucinante. La Calabria è la testa di un coccodrillo che emerge dall’acqua e sulla cui punta più estrema lampeggia un faro. È il soffio di un drago dalle cui narici luminose si genera l’orizzonte. La curva dell’orizzonte che non va da nessuna parte. Declina come una virgola. Il respiro.

L’orizzonte è un inganno, un’altra grande invenzione. Un magistrale inganno, una stravagante invenzione. Non sai mai dove è. E quando lo raggiungi, continui a non saperlo. Ti sei soltanto spostato di poco da dove ti trovavi. E adesso ti trovi su un altro orizzonte, con un altro orizzonte davanti, e poi un altro, e un altro ancora e ancora un altro, fino a che non ti accorgi di aver girato su te stesso e ti ritrovi esattamente al punto di partenza come la ballerina di un carillon. Come quel bastardo di un cane da cui eravamo partiti. Come non ricordare allora questi quattro bellissimi versi di T. S. Eliot. Non desisteremo di cercare./E alla fine delle nostre ricerche/ci troveremo al punto di partenza./E sarà come vederlo per la prima volta.

 

Lascia un commento