IV
Ricordo quella volta d’estate. Era pomeriggio. Mi trovavo nella mia stanza, come al solito, ad affaticare la vista leggendo un libro di poesia medievale.
Ho come l’impressione che qualcuno l’abbia già declamata questa canzone. Ma non è molto importante. Quello che importa veramente, adesso come allora, è riuscire a perdere tempo e a prendere sonno. Si narra che un ragno approfittò di un uomo addormentato su un prato per tessere la sua tela, usando il corpo dell’uomo come punti cardini del fiore che andava costruendo. E quell’uomo, dunque, al contatto costante con quella mostruosa architettura sognò di labirinti vischiosi e multiformi, crisalidi di angosce. Più che dormire doveva essere morto, mi viene da pensare. Chissà cosa sogneranno gli amanti abbracciati nel sonno.
Mi coprii il volto con un libro e mi addormentai. Sogno di quel che è sognato. Così ogni lettura è una rilettura. Ma quella volta l’inganno non funzionò. Mi alzai dal letto, dove mi preparo alla lettura eterna, mi affacciai alla finestra. Vidi una macchia nera serpeggiare tra i campi, in questa striscia di verde qua sotto. La curiosità mi fece afferrare il binocolo e inquadrarla più da vicino. Una ragazza magra e snella, completamente vestita di nero veleggiava tra l’erba. Le gambe infilate in calze a rete. Scintillavano a ogni passo. Come fili di rame nella guaina scorticata.
Era Laura. Avvolta dall’aura folgorante della sua bellezza misteriosa e in limine, nell’aurato crogiuolo che la spoglia come una matrioska. Laura. La Urania delle nostre domande al cielo. La uranografia delle sue pose ammirevoli, la uranometria sequenza di scatti, la uranoplastica, di un’apertura nella bocca del cielo, meraviglia, la uranoscopia scintillante del suo corpo.
Ci si chiede che cos’è la fortuna. A volte è la mano di un bambino che per capriccio disfa la tela. Mi risvegliai. In tutto la vidi due volte nella mia vita, la prima (nel sogno, e questo ne è il ricordo che annotai subito in un foglio di carta prima che svanisse), e l’ultima (in un altro sogno breve). E posso ritenermi più che fortunato. Alcuni non sanno nemmeno che esiste, ma vivono senza pensarci. Ed è questa la loro bestiale fortuna.
Ricordo quella volta che la vidi ritirarsi dal mare, da questo stesso mare che mi è ancora possibile ammirare oltre la solita striscia verde.
Quella mattina d’estate, sul litorale, tra le tante macchine parcheggiate in fila una dietro l’altra, mi parve di aver riconosciuto la sua. Prendo il binocolo e ho la conferma. Ma perché proprio qui, mi chiesi. Con tutto il mare del mondo proprio in questo fossa alla radice del naso doveva venire a crogiolarsi al sole. Non può essere la sua macchina. No, mi sarò sbagliato. Vedo rosso dappertutto. Ma no, invece era proprio la sua, ne ero sicuro. E non solo per il modello di macchina. Ma per l’influenza che gli oggetti subiscono al solo contatto di chi li usa, come un camaleonte subisce i colori del mondo. Ma in maniera inversa, invece di mimetizzare, denunciano una presenza. Quella era la sua macchina. Non c’erano dubbi.
Decisi di appostarmi come una sentinella intransigente. Qui di fronte, nel raggio di mezzo chilometro, c’è un solo punto da dove è possibile conquistare la via del mare, ed è lì che oriento il binocolo. Ovviamente è lo stesso da cui si dovrà risalire. Logico. Mi è impossibile però vedere quel tratto di spiaggia perché si trova sottostante il livello della strada.
Mi appostai, nel mio corpo di guardia, dietro finestra, continuamente fissavo quel punto, nella maniera più intransigente e inevitabile, da lì doveva passare, come un granello di sabbia attraverso il buco di una clessidra. Nemmeno il più infinitesimale granello mi sarebbe sfuggito. Certe volte riesco ad essere ingombrante quanto desiderabile, proprio come una sedia.
Ecco, dopo qualche minuto, qualcosa laggiù si mosse. Guardai dentro il binocolo e vi scorsi alcune chiome risalire dal mare, mostrare la fronte gli occhi il naso la bocca il mento il collo le spalle il petto il ventre i fianchi le cosce i ginocchi le tibie le caviglie e i piedi, che sembravano far marciare sul posto la creatura che era riemersa dal mare. Non era lei. Ma alla fine dovrà mostrarsi. È scritto.
E quando sarebbe giunto il momento dovevo trovarmi pronto a inquadrarla, aprendo il varco di questa rete che qualcuno mi stava costruendo addosso.
Ecco, si avvicina alla macchina, apre lo sportello, vi monta, toglie il parasole dal parabrezza, lo ripiega e lo mette da un parte nel sedile posteriore, mette in moto, abbassa la leva che accende le tre lucette laterali lampeggianti, ingrana la prima, sterza un poco le ruote a sinistra e piano piano si muove, s’avvicina sulla linea a margine della carreggiata, gira la testa per guardare indietro se ci sono macchine che sopraggiungono, il mento lo appoggia sulla spalla, lascia passare una macchina, poi un’altra, e non ce ne sono altre, la strada è libera, vi si immette, passa e non resta che il vuoto d’ombra nel parcheggio fino a pochi secondi fa ancora occupato, può ingranare la seconda marcia, poi la terza. Crede d’essere sola, ma non sa che qualcun altro è con lei, la osserva dal finestrino, le corre a fianco anche se da un centinaio di metri di distanza, e la segue con lo sguardo nel suo viaggio di ritorno verso casa, e la segue come si può seguire la scrittura degli arabi, da destra verso sinistra, perché verso sinistra ritornava, verso il nord, verso il quinto piano del palazzo dove abita, verso la fresca pioggia di una doccia, verso le carezze della schiuma da bagno che scivola sulla sua pelle, sullo splendore delle sue forme sinuose, mentre accarezza il sesso e sembra masturbarsi, e la vede scorrere nel mondo, in questa breve riga della vita, da destra verso sinistra, in quest’arco di tempo breve, m’ero persino illuso che potesse gettare per un attimo solo, solo un attimo insignificante, che potesse gettare lo sguardo da questa parte del mondo dove abito e che lei non può ignorare, e invece, niente di tutto questo, scorre decisa per la sua strada in una direzione determinata, lineare, precisa, segue la prospettiva piramidale della strada, la seguo in questa panoramica fino a perderla nello stipite buio della finestra, in uno dei cardini, nella completezza di un angolo piatto, i 180 gradi di final destination, oltre i nostri diciotto anni ormai passati, aumenta la temperatura e i battiti del cuore, allungo in fuori la testa, per quanto mi è possibile, una mano, e la mia povera testa di lumaca, dilato l’impossibile del piano geometrico, ma non posso trattenerla, siamo troppo lontani, non ti scordar di me sussurro, non ti scordar di me, don’t forget of me, ne pas oublier de moi, ne me pas oublier de, no te olvides de mí, não o esqueça de mim, von mir dich nicht, non ti scordar, não se esquecer de mim, non ti bruciar di me, non te scordar, forgetmenot, non si scordar, non ti scordar di me… ma non può sentirmi. S’allontana, la vedo rimpicciolirsi e sgretolarsi come una stella che assedia la barriera dell’atmosfera terrestre, s’infiamma nella sua macchina rossa per svanire inghiottita dal mondo, come un granello di sabbia, di tempo, pulviscolo di polvere, più nulla, ammutolisco, non ti scordar di me… ripete una voce, e l’eco s’allontana…