Laura e la mosca

By wordinprogress

I

 

 

Faccio qualche giro per la stanza. Inizia il ballo. Poi mi sdraio sul letto come una lancetta sul quadrante. Getto lo sguardo nel vuoto della stanza non esattamente vuota. Una mosca corazzata ronza intorno senza tregua, come il cane alato che ogni notte tenta di mordersi la coda, poi deluso o stanco, ai nostri occhi (questi) demorde. Demorde sempre. Il bastardo! E non è proprio una metafora, o un eufemismo, o una metamorfosi o qualsiasi altra cosa vi venga in mente, perché è esattamente quello che accade e che in fede mia non riesco a spiegarmi: questo volo pazzesco – ostinato – dell’orsa e del sole (soprattutto in estate, quando si suda senza aver voglia di sudare), e del lupo che soffia in bocca alla luna, oltre che di questa mosca vertiginosa nella mia stanza.

E sono ancora qui a osservare, anzi, osservavo quella mosca che gira e girava per la stanza e, gira e girava, sembrava avesse voglia di suggerire qualcosa, gesticolando con le ali, disegnando traiettorie circolari come si farebbe con un legnetto sulla sabbia. È in cerca sicuramente di qualcosa, mi dico, mi dicevo: forse deve prendere una decisione, una retta decisione e smetterla di girare intorno al vuoto che disegna.

Domani sarà il diciannove di luglio. Lo dico tanto per dire. Nei diari si segna sempre la data e l’orario. Sono le quattordici di questo assolato pomeriggio d’estate. Ma quel che più occorre, mi dico, mi dicevo: è il coraggio. La chiarezza, mi dico, che da sempre incute il terrore della scoperta. Deve essere questo. Oppure è il silenzio che in segreto cova la paura. Ma paura per che cosa? Un prossimo incendio nella bocca. Forse.

Disegnava nell’aria, quella mosca – la sola idea superstite tra gli squadroni di morte sulla morte decrepita – disegnava infiniti cerchi concentrici, s’avvoltolava su se stessa (forse non l’ho ancora detto), aureole di tempo, un Maelstrom, un vortice di scarico, da toilette. E più l’osservavo e più mi perdevo nell’arcano labirinto, come una giovane cagna, un residuo sacrificale, una cagata di mosca, negli occhi, una dopo l’altra, un gigantismo, un bombardamento, una evacuazione mancata, un’opera d’arte colta dal dubbio o attenta a non farsi fottere (catturare). Il mio destino era, o è stato da altri disegnato, scomparire nella cilindrica vertigine del tubo di scarico.

(Noto in queste ultime righe di parole un certo de-liberato onanismo e una sibilante inflessione della lingua verso la rima baciata, poi adesso che è caldo ci piacerebbe baciare il ghiaccio del frezzer e rimanerci incollati. Chiederemo aiuto ansimando come le bestie dietro le sbarre, ci scatteranno delle fotografie e nessuno verrà in nostro soccorso).

E intanto vegetavo e vegeto in strane riflessioni. Poverina, pensavo, questa mosca, anche lei cerca una strada d’evasione. È così semplice capire. Sparire. Tirare il grilletto. 

Se solo si potesse arrestare, sembra dire, ma senza dire

l’affannosa corsa

nel sangue, del tempo,

la brama o la brace di giungere

alla tomba, dividerei qui, anche ogni parola da una virgola, come una crepa divide una parete o un dipinto due spazi temporali.

In realtà speravo mi potesse conciliare il sonno in quel pomeriggio d’estate. Ma niente! Niente di tutto questo. Invece mi stimolava, quel volo, mi incuriosiva conoscere la scelta che avrebbe preso, fino a che punto la tenacia avrebbe insistito nel suo errare. Non mi dava fastidio, anzi, mi sembrava di riconoscermi nella sua ossessione, come è ormai abbastanza intuibile da quanto sto scrivendo, in un’inutile simbiosi romantica, con una creatura anacronistica, perché roma-ntica, appunto, se stesse riflettendo sui fatti suoi, come io nei miei, o chi nei quali, e chiunque, in queste circostanze, non ha molto tempo da dedicare al come dare fastidio al prossimo suo come a se stesso, di cui uno è steso su un letto, dalle coperte a chiazze verdi e rosse, da giardino fiorito, e sta a guardare e a sentire girare il motore in ricognizione attorno a una piazza gremita di bersagli. Anche un soldato se non sbuccia la favola della guerra, perché troppo fastidiosa come un pungiglione all’orecchio, non è un eroe, ma un assassino. In fondo siamo tutti complici di un delitto. Quando il silenzio comincia a bruciare. E le pareti si fondono. E si sciolgono i vetri alle finestre.

Questa mosca prende una direzione precisa, lineare; è decisa, determinata, per poi annodarsi su se stessa scattando nervosamente indietro come un pesce uncinato. Ad un tratto, mi pare di ricordare, fu attratta da qualcosa giù in strada, nel mondo, un rumore, un odore (molto probabile), una putrida essenza, o chissà ché.

Non so ancora perché sto a dirti o scriverti di queste cose. S’avvicinò alla finestra e vi andò a sbattere contro. Naturale. Lo sapevo. Lo sapevamo tutti. Stordita per un attimo. Poi si riprende. Cammina adesso sulla parete trasparente del vetro come addossata a se stessa. Intuisce che qualcosa che le somiglia la deride e la persegue, non come un’ombra, ma come un’altra se stessa, un specie di sosia, o meglio, un doppelgänger, che fa più letteratura. A guardarci bene neppure noi ci riconosceremmo, tra mille smorfie che abbiamo imparato a dipingerci in faccia, quando lo specchio non è esattamente quello di casa. È inevitabile. Solo che lei non riesce a spiegarsi di questa mostruosità trasparente che è il vetro. Torna indietro come un toro infuriato. Vuole riprovare. La finestra fondente riverbera come una gonna al vento e sventola provocazioni. La bastarda! Si assesta tutta la ferraglia che indossa, chiama a raccolta tutte le forze per ripetere nuovamente lo stesso errore di prima e ritornare indietro tutta ammaccata come una mela marcia. Ma non demorde, tenterà di nuovo questo IGNARO e IMBECILLE e SOGGIOCATO kamikaze del cazzo, proverà di nuovo a sfracellarsi le membra, ridursi in poltiglia, questa mosca dentro la vuota scatola cranica, rumorosissima, ostinata, comprensibilmente DEFICIENTE. La cosa cominciava a divertirmi. Ci fanno sempre ridere le disgrazie altrui. Poi, fortuna per lei, riuscì ad evadere, e con immenso stupore immagino, dalla metà della finestra che per fortuna era aperta. ritornò nel mondo, proprio come voleva. O in un trompe-l’oil.

 

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