Inferno I,3

Nell’incerta solitudine del mondo gli incendi proliferavano come fiori a primavera e noi inseguiti sembriamo dall’ombra senza scelta, senza speranza. Ma per la sempre diritta (e illusoria) via.
Saltando piuttosto più volte su malcelate mine.
Polvere eravamo, ed è vero, ma se ne ignorava l’essenza.
Si sentiva risuonare anche e invece un misto di campane, campanule, o cappucci che sempre nascondono teschi, ad ogni esplosione di colori, estremi sogni delle vita che si crede appiccicata a noi come labbra, adesive labbra, per aver perso l’uso della parola e della fame di certe parole, come pure delle ciglia cispose, troppo cispose ciglia, da troppi amici sogni, ma senza carezze né doni.
Mi sembra a volte d’essere rimasto indietro rispetto a quelle teste turbate da troppe notturne letture di cieli neri più neri delle parole stampate d’inchiostro e dei riverberi dei campanili delle chiese che richiamano come mucche al pascolo l’erranza delle stesse e delle carte stampate in cui si leggeva, e si continua a leggere, il dovere di seguire il filo di una stella come del discorso. Ci pensavo stamattina mentre mi radevo, ed è vero devo anche essere rimasto indietro, non caduto tra i peli, in quel vortice d’acqua che il lavandino del bagno ingoiava senza dire parole senza parole da dire.
Ed anche e invece mi sarebbe piaciuto restare ancora un’altra mezz’ora a letto arricciato con le ginocchia al mento sotto le coperte come un verme sotto la pietra. Ma cambiai idea, come sempre succede, alla velocità di un fiammifero sfregato su una minerva, o uno sbattere di porta, e mi misi in marcia cercandomi e credendomi, tra l’altro, più che seguire le tracce del Carovan…, inseguito.
O, in altre parole, quasi arrotolate maniche,
vuote sembianze che imitano il cerchio
del cielo come un cappio che ci snoda
sulla botola del palco in mezzo a occhi
crudi testimoni di sangue compiacenti, noi erranti che rincorriamo l’ombre troppo lunghe – lontane ombre di maniche sopra i gomiti che scavano e scavano e spolverano con un pennello da barba quello che siamo o siamo stati, e riesumano con la delicatezza dovuta a un oggetto sacro o appena pescato o a una bomba o a un gesù cristo appena nato quello che siamo e non eravamo ma continuiamo a essere nostro malgrado.
E riesumano un chiaro scuro di linee delle mani sommerse dall’acqua che toglie ogni residuo di tempo al volto che da tanto, troppo tempo, non si vedeva riflesso nelle rughe delle mani, come se davvero il volto, con i suoi tagli e le sue ombre, fosse il destino che in ogni mano si dice a poco a poco si può leggere,
o una terza mano da congiungere alle altre due come in una preghiera, per poter  nascondere un lacrimoso rosario (o una corona di occhi);
o forse è per il sole che brucia gli occhi come in un umido specchio che dalla notte dei tempi ci si esplode (dentro) al mondo, alla creazione, al pensiero, come uno sparo alla tempia che non voleva desistere un solo istante di rinunciare alla marcia.

2 Risposte a “Inferno I,3”

  1. Josè Pascal Dice:

    Toc toc, si può?

    Passeggiando di qua e di la per le vie del web, mi sono imbattuto fra le righe di questo interessante blog.

    Scrivo per passione con lo pseudonimo di Josè Pascal (figlio del fu Mattia Pascal e Ederì Buendìa discendente del grande colonnello Aureliano Buendía).

    Al che mi chiedo: ti va di arricchire la mia scatola di latta con le tue idee e semplici storie?

    Spero di ricevere tue notizie e che la vita ti sia gaia.

  2. wordinprogress Dice:

    Benvenuto José, e saluti all’onorevole famiglia.

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