3.
Nove è davvero un numero affascinante – continuò - Nove multiplo di tre, tre multiplo di nulla. E’ un po’ l’enigma della sfinge. Nasci, cresci, muori. Muori, cresci, nasci.” Fantasticava sulla spiaggia col sole ormai dentro la testa. “Il mondo gira, gira il mondo gira, giro giro tondo, quanto è bello il mondo, il mondo, vaffanculo, il mondo gira. Questo porco mondo gira e muove tutte quelle sfere e tutte quelle cosce sode, che sostengono un segreto. Tutto è una partita (iva inclusa) in una tavola pitagorica, e nei codici a barre delle vendite, delle identità, dell’atomo e del nonatomo. Lo zero. Sì. Làlàlà. Il centro di un niente perché non avendolo visto non lo conosciamo come si dovrebbe. La paura. La cura. La pinta. La tinta. La Santa Maria. E a volte i conti non tornano.” Soprattutto quando si è vicini a sfiorare la follia aggiungiamo noi. A questo punto Enrico preferì non pensarci oltre. Era meglio farsi un bagno. Non erano problemi da potersi risolvere in un sogno. Però non riusciva ad alzarsi. Sentiva poco distante il dolce canto delle acque invitarlo a immergersi nel loro fresco abbraccio. Ma qualcosa lo tratteneva. Il suo corpo disteso sulla spiaggia non rispondeva più agli impulsi elettrici impartiti dal cervello. Tutti i muscoli inerti o addirittura scomparsi, dissolti, sembrava si fossero staccati dalle ossa. Non riusciva ad alzarsi. Risolse per la rinuncia. Alla fine sprofondò nella sabbia con più rassegnazione di prima come una lucertola intenta o sorbirsi qualche raggio di sole virtuale. “Domani si vedrà.” Pensò. Tutt’intorno lo avvolgeva un vociferare d’inutile gioia. Dai padiglioni della spiaggia, dallo schermo del mare. Da lontano sentì avvicinarsi una musica. E via via che si avvicinava, note e parole si mescolavano allo sfregarsi delle onde sulle sabbia. Scintille negli occhi, pur avendo le palpebre abbassate. Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare. Riconobbe la canzone di Franco Battiato che usciva da qualche profugo altoparlante. Non volle guardare. Lasciò che la musica si avvicinasse e lo attraversasse. Sicuramente era qualche africano venditore di nastri, occhiali da sole, mollette per capelli, collane, bracciali, telefonini, marijuana e cose del genere. Dopo che la musica finì di travisarsi da un orecchio all’altro e allontanarsi fino alla più irraggiungibile lontananza, aprì gli occhi, il pericolo era passato. Nessuno gli avrebbe venduto nulla. Nessuno lo avrebbe visto. Risollevandosi come un morto dalla bara si accorse di una donna seduta in riva al mare a leggere un libro, e di una bambina, probabilmente la figlia, che le girava attorno sorridendo. Fa sempre piacere vedere l’innocenza sorridere. Gli mise in cuore un po’ di serenità. Poi, per una strana interferenza, un errore nell’ingranaggio del sogno, fu disturbato da ambigue voci che provenivano dal fondo della strada e che lo riportarono nel suo letto dove lo avevamo lasciato prima che si addormentasse. Passa una macchina per strada col volume altissimo come quel venditore di musicassette di poco prima, ma questi non vendono nulla. La porta della camera è socchiusa. Ed è strano perché lo infastidisce tenere la porta aperta, anche di poco. Forse fu il vento ad aprirla. Ma è nel sogno e non può alzarsi per chiudere la porta. Cerca di non pensarci. Non pensarci. Però è irresistibile. È impossibile non pensarci. Come la lingua che batte sul dente che duole anche il pensiero si ostina sulle cose di cuore, cazzo una specie di rima, e la porta, ci voleva solo la porta adesso, la porta timidamente comincia a sbattere sullo stipite, anche lui, immobile per il momento. Deve esserci qualcuno dietro la porta. Si insinua questa paranoia nell’orecchio, s’incunea tra i viali del cervello, ma resta sulla soglia, stenta a farsi vedere, o forse non vuole. Una spia. Enrico comincia ad agitarsi. Il mare là fuori russa, dorme beatamente, come suo padre, suo padre dorme di là, nell’altra stanza, e russa quando dorme, quando dorme russa. Il mare là fuori, si sente, sta russando, e suo padre nell’altra stanza russa anche lui. Enrico comincia a sudare. Lui non russa, si crede sveglio. Vorrebbe alzarsi e andare a chiudere la porta. Solo un passo li separa ed è fatta. E’ solo un passo da fare, in avanti. E poi retrocedere, rimanere al di qua del dirupo e del dubbio. Vorrebbe parlare, sciogliere la lingua che nel frattempo s’è andata a rifugiare in fondo al cuore, ma non ha voce. Chiedere chi è, o cosa è. Il mare continua a russare. Ronfa, ronfa. Sente che sta per accadere qualcosa. Ronfa il mare. Deve svegliarsi, oppure proseguire nel sogno. Decidere cosa fare. Cosa fare? Si era addormentato con questa domanda. Ed ora la circostanza lo chiama all’azione. Scoprire quell’immagine. La propria immagine. Come disse Dante: “In ogni azione, l’intenzione prima di colui che agisce è di rivelare la propria immagine.” Ma come poteva essere lui quello là fuori? È lui il padrone del suo sogno, è lui che decide. Non può permettere interferenze. Deve sapere che cosa succede. Si accorge che suo padre di là ha smesso di russare, e anche il mare non si riesce più a sentire. Troppo lontano, lui. E vicino invece. Chi c’è dietro la porta? Chi si nasconde dietro, dietro di me? Perché non si fa vedere? E soprattutto perché se ne sta la dietro? Si decide. Si sveglia. Apre gli occhi e si volta verso la fessura buia e verticale della porta socchiusa. Di là c’è il corridoio. Per un attimo gli sembrò di vedere le orbite scure dell’ Uomo che passeggia di notte di Edward Munch. Ma non è possibile. Perché non c’è nessuno là fuori. C’è solo il corridoio. “Era solo un sogno – pensò. – Non c’è bisogno di aver paura”. Strani occhi lo fissavano. Ma non c’era bisogno di aver paura. Oppure sì? Sentiva il peso di tutto la notte silenziosa. Adesso anche da sveglio percepiva strani sguardi addosso. Lo indagavano. Lo spiavano. Lo giudicavano. Alla fine con un filo di voce esitante riesce a bisbigliare. Papà? E dopo un lungo ed estenuante silenzio, tutto quello che la voce cavernosa dietro la porta disse fu semplicemente: No!
fine