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Laura e la mosca IV

Agosto 1, 2008

IV

 

 

Ricordo quella volta d’estate. Era pomeriggio. Mi trovavo nella mia stanza, come al solito, ad affaticare la vista leggendo un libro di poesia medievale.

Ho come l’impressione che qualcuno l’abbia già declamata questa canzone. Ma non è molto importante. Quello che importa veramente, adesso come allora, è riuscire a perdere tempo e a prendere sonno. Si narra che un ragno approfittò di un uomo addormentato su un prato per tessere la sua tela, usando il corpo dell’uomo come punti cardini del fiore che andava costruendo. E quell’uomo, dunque, al contatto costante con quella mostruosa architettura sognò di labirinti vischiosi e multiformi, crisalidi di angosce. Più che dormire doveva essere morto, mi viene da pensare. Chissà cosa sogneranno gli amanti abbracciati nel sonno. 

Mi coprii il volto con un libro e mi addormentai. Sogno di quel che è sognato. Così ogni lettura è una rilettura. Ma quella volta l’inganno non funzionò. Mi alzai dal letto, dove mi preparo alla lettura eterna, mi affacciai alla finestra. Vidi una macchia nera serpeggiare tra i campi, in questa striscia di verde qua sotto. La curiosità mi fece afferrare il binocolo e inquadrarla più da vicino. Una ragazza magra e snella, completamente vestita di nero veleggiava tra l’erba. Le gambe infilate in calze a rete. Scintillavano a ogni passo. Come fili di rame nella guaina scorticata.

Era Laura. Avvolta dall’aura folgorante della sua bellezza misteriosa e in limine, nell’aurato crogiuolo che la spoglia come una matrioska. Laura. La Urania delle nostre domande al cielo. La uranografia delle sue pose ammirevoli, la uranometria sequenza di scatti, la uranoplastica, di un’apertura nella bocca del cielo, meraviglia, la uranoscopia scintillante del suo corpo.

 

Ci si chiede che cos’è la fortuna. A volte è la mano di un bambino che per capriccio disfa la tela. Mi risvegliai. In tutto la vidi due volte nella mia vita, la prima (nel sogno, e questo ne è il ricordo che annotai subito in un foglio di carta prima che svanisse), e l’ultima (in un altro sogno breve). E posso ritenermi più che fortunato. Alcuni non sanno nemmeno che esiste, ma vivono senza pensarci. Ed è questa la loro bestiale fortuna.

 

Ricordo quella volta che la vidi ritirarsi dal mare, da questo stesso mare che mi è ancora possibile ammirare oltre la solita striscia verde.

Quella mattina d’estate, sul litorale, tra le tante macchine parcheggiate in fila una dietro l’altra, mi parve di aver riconosciuto la sua. Prendo il binocolo e ho la conferma. Ma perché proprio qui, mi chiesi. Con tutto il mare del mondo proprio in questo fossa alla radice del naso doveva venire a crogiolarsi al sole. Non può essere la sua macchina. No, mi sarò sbagliato. Vedo rosso dappertutto. Ma no, invece era proprio la sua, ne ero sicuro. E non solo per il modello di macchina. Ma per l’influenza che gli oggetti subiscono al solo contatto di chi li usa, come un camaleonte subisce i colori del mondo. Ma in maniera inversa, invece di mimetizzare, denunciano una presenza. Quella era la sua macchina. Non c’erano dubbi.

Decisi di appostarmi come una sentinella intransigente. Qui di fronte, nel raggio di mezzo chilometro, c’è un solo punto da dove è possibile conquistare la via del mare, ed è lì che oriento il binocolo. Ovviamente è lo stesso da cui si dovrà risalire. Logico. Mi è impossibile però vedere quel tratto di spiaggia perché si trova sottostante il livello della strada.

Mi appostai, nel mio corpo di guardia, dietro finestra, continuamente fissavo quel punto, nella maniera più intransigente e inevitabile, da lì doveva passare, come un granello di sabbia attraverso il buco di una clessidra. Nemmeno il più infinitesimale granello mi sarebbe sfuggito. Certe volte riesco ad essere ingombrante quanto desiderabile, proprio come una sedia.

 

Ecco, dopo qualche minuto, qualcosa laggiù si mosse. Guardai dentro il binocolo e vi scorsi alcune chiome risalire dal mare, mostrare la fronte gli occhi il naso la bocca il mento il collo le spalle il petto il ventre i fianchi le cosce i ginocchi le tibie le caviglie e i piedi, che sembravano far marciare sul posto la creatura che era riemersa dal mare. Non era lei. Ma alla fine dovrà mostrarsi. È scritto.

 

E quando sarebbe giunto il momento dovevo trovarmi pronto a inquadrarla, aprendo il varco di questa rete che qualcuno mi stava costruendo addosso.

Ecco, si avvicina alla macchina, apre lo sportello, vi monta, toglie il parasole dal parabrezza, lo ripiega e lo mette da un parte nel sedile posteriore, mette in moto, abbassa la leva che accende le tre lucette laterali lampeggianti, ingrana la prima, sterza un poco le ruote a sinistra e piano piano si muove, s’avvicina sulla linea a margine della carreggiata, gira la testa per guardare indietro se ci sono macchine che sopraggiungono, il mento lo appoggia sulla spalla, lascia passare una macchina, poi un’altra, e non ce ne sono altre, la strada è libera, vi si immette, passa e non resta che il vuoto d’ombra nel parcheggio fino a pochi secondi fa ancora occupato, può ingranare la seconda marcia, poi la terza. Crede d’essere sola, ma non sa che qualcun altro è con lei, la osserva dal finestrino, le corre a fianco anche se da un centinaio di metri di distanza, e la segue con lo sguardo nel suo viaggio di ritorno verso casa, e la segue come si può seguire la scrittura degli arabi, da destra verso sinistra, perché verso sinistra ritornava, verso il nord, verso il quinto piano  del palazzo dove abita, verso la fresca pioggia di una doccia, verso le carezze della schiuma da bagno che scivola sulla sua pelle, sullo splendore delle sue forme sinuose, mentre accarezza il sesso e sembra masturbarsi, e la vede scorrere nel mondo, in questa breve riga della vita, da destra verso sinistra, in quest’arco di tempo breve, m’ero persino illuso che potesse gettare per un attimo solo, solo un attimo insignificante, che potesse gettare lo sguardo da questa parte del mondo dove abito e che lei non può ignorare, e invece, niente di tutto questo, scorre decisa per la sua strada in una direzione determinata, lineare, precisa, segue la prospettiva piramidale della strada, la seguo in questa panoramica fino a perderla nello stipite buio della finestra, in uno dei cardini, nella completezza di un angolo piatto, i 180 gradi di final destination, oltre i nostri diciotto anni ormai passati, aumenta la temperatura e i battiti del cuore, allungo in fuori la testa, per quanto mi è possibile, una mano, e  la mia povera testa di lumaca, dilato l’impossibile del piano geometrico, ma non posso trattenerla, siamo troppo lontani, non ti scordar di me sussurro, non ti scordar di me, don’t forget of me, ne pas oublier de moi, ne me pas oublier de, no te olvides de mí, não o esqueça de mim, von mir dich nicht, non ti scordar, não se esquecer de mim, non ti bruciar di me, non te scordar, forgetmenot, non si scordar, non ti scordar di me… ma non può sentirmi. S’allontana, la vedo rimpicciolirsi e sgretolarsi come una stella che assedia la barriera dell’atmosfera terrestre, s’infiamma nella sua macchina rossa per svanire inghiottita dal mondo,  come un granello di sabbia, di tempo, pulviscolo di polvere, più nulla, ammutolisco, non ti scordar di me… ripete una voce, e l’eco s’allontana…

 

 

 

Laura e la mosca III

Agosto 1, 2008

III

 

 

 

Questo prigioniero, da uno squarcio della torre, vede un cielo inviolato e allo stesso tempo trasparente e luccicante come un mare che emette vagiti insopportabili da udire come quelli di una partoriente. Gli prende un senso di vuoto e di vertigine. Avverte nella stanza una presenza invisibile, uno strano odore di passato. Si sente invadere da una strana frenesia. Si trascina davanti a uno specchio e lì, ispezionando il suo volto come ha sempre fatto, quasi fosse l’unica persona che lo ha visto crescere, si rende conto di quanto sta per essergli rivelato.

Volge il suo sguardo e l’attenzione allo squarcio nella parete. Sente il fruscio dei fiori nel giardino, e più in là l’onde del mare crescono e decrescono, s’infrangono sulla spiaggia, voci femminili sussurrano qualcosa che il vento subito ripete e come un’eco dunque seduce e rapisce. E ad un tratto ha paura. Sì, quella paura che ti riduce senza identità. E ti fa tremare. Il prigioniero è sconvolto. Vorrebbe uscire. Predato dall’orrore. Fugge e fuggendo si pone a misura-oggetto rotolante tra le pareti della cella circolare, come a spegnere il fuoco che lo abbraccia. Ma rimane nel fondo di questo bicchiere. E l’unica cosa da fare è bere e spegnere le fiamme. Vorrebbe volare, vorrebbe uscire fuori, volare, come cenere volare, buttarsi giù dalla finestra, volare. Invece china il volto sul libro (perché c’è sempre un libro sotto le nostre mani inoperose) e legge:

 

La donna…

ripete: non ti scordar di me!

lo sento anche di lontano.

 

Certo, si sente la forza di lontano,

se due si amano davvero;

nella notte del carcere sono rimasto

ancora vivo per questo.

E anche se mi spezza il cuore, basta che

io esclami: non ti scordar di me!

 

Ma chi muore la donna o il prigioniero? Perché qualcuno a quei tempi doveva morire. Egli, dall’alto della sua torre, sente un lontano “non ti scordar di me”. Certo, si sente la forza di lontano se due si amano davvero.

E c’è una porosa poesia di Montale che ricalca quest’elegia:

 

 

Il fiore che ripete

dall’orlo del burrato

non scordarti di me,

non ha tinte più liete né più chiare

dello spazio gettato tra me e te.

 

Un cigolìo si sferra, ci discosta,

l’azzurro pervicace non ricompare.

Nell’afa quasi visibile mi riporta all’opposta

tappa, già buia, la funicolare.

 

 

Ma il percorso sembra inverso, e sicuramente lo è, assente. L’azzurro non riaffiora, il giorno non rinasce. La funicolare retrocede a terra. 

 

Dalla mia torre mi affaccio sul mondo attraverso queste alte e strette finestre che sembrano occhi felini. Vorrei vedere dove è andata a posarsi la mosca. Ma tutto è sempre lo stesso. La solita strada sotto il naso che non si può vedere come non si può vedere la propria bocca senza l’aiuto di uno specchio o la bocca di un altro che ci chi/ama. Non mi sporgo neanche più di tanto. A che servirebbe. Non m’importa di quello che vedo o che non vedo. Non m’importa. È sempre lo stesso, falso come un’immagine nella memoria. Un battaglio di campana. Un’orfica puttana. Una striscia di campagna…

Però, un attimo, è curioso. Questa è l’unica striscia verde rimasta nella zona, non assediata dal cemento, dal ferro, dalla pece, e che mi permette di osservare il mare e il continente qui di fronte, come lo chiamano gli isolani. La punta di questa classica ballerina che è l’Italia. La si considera uno stivale o una classica scarpetta rosa perché si è soliti vederla dall’alto, in una cartina geografica, ma è invece verticale e viva come ogni poesia che si rispetti.

Però, dal mio punto di osservazione mi appare in una forma impropria, quasi allucinante. La Calabria è la testa di un coccodrillo che emerge dall’acqua e sulla cui punta più estrema lampeggia un faro. È il soffio di un drago dalle cui narici luminose si genera l’orizzonte. La curva dell’orizzonte che non va da nessuna parte. Declina come una virgola. Il respiro.

L’orizzonte è un inganno, un’altra grande invenzione. Un magistrale inganno, una stravagante invenzione. Non sai mai dove è. E quando lo raggiungi, continui a non saperlo. Ti sei soltanto spostato di poco da dove ti trovavi. E adesso ti trovi su un altro orizzonte, con un altro orizzonte davanti, e poi un altro, e un altro ancora e ancora un altro, fino a che non ti accorgi di aver girato su te stesso e ti ritrovi esattamente al punto di partenza come la ballerina di un carillon. Come quel bastardo di un cane da cui eravamo partiti. Come non ricordare allora questi quattro bellissimi versi di T. S. Eliot. Non desisteremo di cercare./E alla fine delle nostre ricerche/ci troveremo al punto di partenza./E sarà come vederlo per la prima volta.

 

Laura e la mosca II

Agosto 1, 2008

 

II

 

 

 

È fantastico vaneggiare su un delirio inesistente. Delle volte resterei qui seduto a tormentarmi e scrivere di tutti i calabroni che mi assediano per ore, anni, secoli, minuti, fino all’ultimo tramonto, fino all’epifania di un rogo spento. Fantasticare è desiderare, e il desiderio è un sogno, e il sogno fantastica. (Ma che cazzo mi prende?) Ma quante?

Quante vite ancora al sorgere di un’altra

pietra, nel mio vago e inutile vivaio,

dovrò incontrare e perdere – di nuovo – incontrare e perdere di nuovo.

 

Queste sciocchezze della mosca e altre cose del genere riempiono i miei quaderni e gran parte dei giorni. Un occhio attento, o un altro che, come me, non ha niente altro di meglio da fare, potrebbe addirittura trovarle interessanti o, se non altro, una maniera curiosa di trascorrere le giornate, di perdere il tempo che non ha, non ha mai avuto, che nessuno ha d’avanzo, perché tenere aggiornato il proseguo dei miei giorni sarebbe ridicolo, sarebbe come abbandonare il vuoto al suo destino. La mosca ha trovato una varco e si è lanciata come dalla finestra. Certo, potrei appellarmi alla fantasia, se non fosse già stata processata, addirittura seppellita. Faceva il bagno nell’inchiostro blu del mare. S’illudeva, dei colori, del blu, e le piaceva. S’allontanò in poche e rapide bracciate, nuotando al largo dalle mie mani, dai miei occhi che non possono raggiungerla, oltre la curva odiosa e spigolosa dell’orizzonte delle ciglia. I suoi sguardi erano come stelle, minuscole pietre scintillanti che vorrei ancora mi cadessero addosso.

 

La mosca è fuori. S’è precipitata come un ultimo granello di sabbia che dalla parte alta della clessidra va a posarsi su una piramide di sterco, come la stella sulla cima dell’albero. O un residuo di barca orbitante nell’imbuto del maelstrom  È una voce lontana, una luce di stella morente che svanisce nel chiedere aiuto quando ormai è troppo tardi. Nell’ultima eco.

Ecco. Una parola è caduta sulla pagina come una foglia ai piedi del tempo. Un lungo addio durato giorni, anni, secoli, glaciazioni in mezzo al blu ingiallito di un deserto. Giorni grigi, giorni per niente grigi. È come un muro insormontabile e senza alcun appiglio; e poi il grigio non è un colore, è un conflitto tra due mondi, in equilibrio precario sulla bilancia. Se dico grigio penso a un topo che è la miniatura di un elefante. Se penso alla vergogna di morire mi allontanerei anch’io sempre più al largo dalle smorfie e dai pianti e dalle risa (frecciate dietro le spalle, le prime, lavate di mani i secondi, e da paralisi le terze come di persone o confetti tirati o pietre o occhi o denti).

 

Mi chiedo cosa sarebbe successo se invece di nascere fossi morto; se al posto di incontrarci ci fossimo ignorati, deficienti. Nulla, assolutamente. Inutile persino pensarci. Nutro i vermi – o i verbi – della dimenticanza distesi sotto un palmo di pietra. Un’ipotesi ci sarebbe ma ignoro ancora per chi scrivo, di certo non per lei che non sa niente di me o di ogni altro mio respiro, se pure respiro. È questo quello che penso continuamente: sono vivo, e non sono il solo. Magari fossi morto a nessuno dispiacerebbe l’irreversibile assenza, ma vivo in questi eterni tempi di lordure, come sono tutti i tempi e tutto l’orrido di un tempo. Orrido! Terribile! Uno Schifo! Sapere di stare in paradiso, e poco più in là, nella stanza accanto, haccanto, h-nto, sgozzano tua madre.

 

La mosca è fuori. Mi alzo dal letto trainato dal volo folle della mosca. Mi avvicino alla finestra. O al trompe-l’oil, e mi sembro il prigioniero di una poesia di Goethe. Caduto in trappola. Il fiorellino meraviglioso. Goethe è sempre stato un autore pornografico anche se qui in realtà non c’è niente di pornografico. E so che vi sarebbe piaciuto. Non so. Magari ai suoi tempi. Ma ora. Niente è pornografico. Tutto è osceno. Fuori scena. Fuori dalla scena. Fuori dal cazzo. Tutto quel che accade, accade fuori dalla scena, è pleonasticamente e, in modo irreversibile, osceno.

 

Ecco, finalmente è nato. È nato il personaggio. Non sapevo proprio come tirarlo fuori. Fuori dal cilindro. Fuori dai coglioni. Fuori dal cazzo. Il coniglietto.

Il personaggio della poesia in questione è il gotico prigioniero. Un classico del romanticismo. Egli è imprigionato in una torre (naturalmente di forma circolare) e va scivolando come acqua nel pozzo della sua mente alla ricerca improbabile di un’anamnesi, di un ricordo, di una reminiscenza oltre il muro della nascita, in una anteriore e ipotetica e antecedente altra vita, forse, che poi è il sogno di ogni carcerato, il pendolo delle allucinazioni di ogni pazzo, il pozzo e il pendolo, stasi e quiete, prigionia e libertà, il sogno che vuole evadere all’aria fresca e lasciarsi inebriare non dall’estetico e duro dolore di un trompe-l’oil, perché il muro è duro,  ma dal profumo di libertà fantasma, questa veramente inesistente. Il fiorellino meraviglioso. Ah! Certo, potrà sembrare ovvio il riferimento al sesso femminile, ma qui si dovrebbe aprire una parentesi lunga quanto un tunnel nelle carceri dell’immaginazione. Poiché dopo tanto oscurantismo (chissà se esiste una branca del genere nell’octopus otto-novecentesco) gli occhi subiscono una metamorfosi, diventano più o meno come quelli delle talpe, o dei polipi. Si dice infatti che per difetto di un senso altri ne traggono vantaggio. Come un agricoltore che pota i rami superflui per irrobustirne uno soltanto. Qui è la cecità acquisita o persa. È  l’odorato che si affina e scorre come fiumi a misurare le distanze, a valicare e delimitare Religioni e Stati. È la prerogativa di un fiore il vanto di una scelta.

 

 

 

Laura e la mosca

Agosto 1, 2008

I

 

 

Faccio qualche giro per la stanza. Inizia il ballo. Poi mi sdraio sul letto come una lancetta sul quadrante. Getto lo sguardo nel vuoto della stanza non esattamente vuota. Una mosca corazzata ronza intorno senza tregua, come il cane alato che ogni notte tenta di mordersi la coda, poi deluso o stanco, ai nostri occhi (questi) demorde. Demorde sempre. Il bastardo! E non è proprio una metafora, o un eufemismo, o una metamorfosi o qualsiasi altra cosa vi venga in mente, perché è esattamente quello che accade e che in fede mia non riesco a spiegarmi: questo volo pazzesco – ostinato – dell’orsa e del sole (soprattutto in estate, quando si suda senza aver voglia di sudare), e del lupo che soffia in bocca alla luna, oltre che di questa mosca vertiginosa nella mia stanza.

E sono ancora qui a osservare, anzi, osservavo quella mosca che gira e girava per la stanza e, gira e girava, sembrava avesse voglia di suggerire qualcosa, gesticolando con le ali, disegnando traiettorie circolari come si farebbe con un legnetto sulla sabbia. È in cerca sicuramente di qualcosa, mi dico, mi dicevo: forse deve prendere una decisione, una retta decisione e smetterla di girare intorno al vuoto che disegna.

Domani sarà il diciannove di luglio. Lo dico tanto per dire. Nei diari si segna sempre la data e l’orario. Sono le quattordici di questo assolato pomeriggio d’estate. Ma quel che più occorre, mi dico, mi dicevo: è il coraggio. La chiarezza, mi dico, che da sempre incute il terrore della scoperta. Deve essere questo. Oppure è il silenzio che in segreto cova la paura. Ma paura per che cosa? Un prossimo incendio nella bocca. Forse.

Disegnava nell’aria, quella mosca – la sola idea superstite tra gli squadroni di morte sulla morte decrepita – disegnava infiniti cerchi concentrici, s’avvoltolava su se stessa (forse non l’ho ancora detto), aureole di tempo, un Maelstrom, un vortice di scarico, da toilette. E più l’osservavo e più mi perdevo nell’arcano labirinto, come una giovane cagna, un residuo sacrificale, una cagata di mosca, negli occhi, una dopo l’altra, un gigantismo, un bombardamento, una evacuazione mancata, un’opera d’arte colta dal dubbio o attenta a non farsi fottere (catturare). Il mio destino era, o è stato da altri disegnato, scomparire nella cilindrica vertigine del tubo di scarico.

(Noto in queste ultime righe di parole un certo de-liberato onanismo e una sibilante inflessione della lingua verso la rima baciata, poi adesso che è caldo ci piacerebbe baciare il ghiaccio del frezzer e rimanerci incollati. Chiederemo aiuto ansimando come le bestie dietro le sbarre, ci scatteranno delle fotografie e nessuno verrà in nostro soccorso).

E intanto vegetavo e vegeto in strane riflessioni. Poverina, pensavo, questa mosca, anche lei cerca una strada d’evasione. È così semplice capire. Sparire. Tirare il grilletto. 

Se solo si potesse arrestare, sembra dire, ma senza dire

l’affannosa corsa

nel sangue, del tempo,

la brama o la brace di giungere

alla tomba, dividerei qui, anche ogni parola da una virgola, come una crepa divide una parete o un dipinto due spazi temporali.

In realtà speravo mi potesse conciliare il sonno in quel pomeriggio d’estate. Ma niente! Niente di tutto questo. Invece mi stimolava, quel volo, mi incuriosiva conoscere la scelta che avrebbe preso, fino a che punto la tenacia avrebbe insistito nel suo errare. Non mi dava fastidio, anzi, mi sembrava di riconoscermi nella sua ossessione, come è ormai abbastanza intuibile da quanto sto scrivendo, in un’inutile simbiosi romantica, con una creatura anacronistica, perché roma-ntica, appunto, se stesse riflettendo sui fatti suoi, come io nei miei, o chi nei quali, e chiunque, in queste circostanze, non ha molto tempo da dedicare al come dare fastidio al prossimo suo come a se stesso, di cui uno è steso su un letto, dalle coperte a chiazze verdi e rosse, da giardino fiorito, e sta a guardare e a sentire girare il motore in ricognizione attorno a una piazza gremita di bersagli. Anche un soldato se non sbuccia la favola della guerra, perché troppo fastidiosa come un pungiglione all’orecchio, non è un eroe, ma un assassino. In fondo siamo tutti complici di un delitto. Quando il silenzio comincia a bruciare. E le pareti si fondono. E si sciolgono i vetri alle finestre.

Questa mosca prende una direzione precisa, lineare; è decisa, determinata, per poi annodarsi su se stessa scattando nervosamente indietro come un pesce uncinato. Ad un tratto, mi pare di ricordare, fu attratta da qualcosa giù in strada, nel mondo, un rumore, un odore (molto probabile), una putrida essenza, o chissà ché.

Non so ancora perché sto a dirti o scriverti di queste cose. S’avvicinò alla finestra e vi andò a sbattere contro. Naturale. Lo sapevo. Lo sapevamo tutti. Stordita per un attimo. Poi si riprende. Cammina adesso sulla parete trasparente del vetro come addossata a se stessa. Intuisce che qualcosa che le somiglia la deride e la persegue, non come un’ombra, ma come un’altra se stessa, un specie di sosia, o meglio, un doppelgänger, che fa più letteratura. A guardarci bene neppure noi ci riconosceremmo, tra mille smorfie che abbiamo imparato a dipingerci in faccia, quando lo specchio non è esattamente quello di casa. È inevitabile. Solo che lei non riesce a spiegarsi di questa mostruosità trasparente che è il vetro. Torna indietro come un toro infuriato. Vuole riprovare. La finestra fondente riverbera come una gonna al vento e sventola provocazioni. La bastarda! Si assesta tutta la ferraglia che indossa, chiama a raccolta tutte le forze per ripetere nuovamente lo stesso errore di prima e ritornare indietro tutta ammaccata come una mela marcia. Ma non demorde, tenterà di nuovo questo IGNARO e IMBECILLE e SOGGIOCATO kamikaze del cazzo, proverà di nuovo a sfracellarsi le membra, ridursi in poltiglia, questa mosca dentro la vuota scatola cranica, rumorosissima, ostinata, comprensibilmente DEFICIENTE. La cosa cominciava a divertirmi. Ci fanno sempre ridere le disgrazie altrui. Poi, fortuna per lei, riuscì ad evadere, e con immenso stupore immagino, dalla metà della finestra che per fortuna era aperta. ritornò nel mondo, proprio come voleva. O in un trompe-l’oil.