Il tempo sembra in ogni caso passare. Quando ti volgi indietro e già non
ti ricordi. E mi convinco del bene di tutto questo incessante scorrere e
scorrere e scorrere e che sia davvero così. Passi il tempo e tutto il
mondo passi e tutto continui a passare. Mi inchiodo su questa frase come
un codardo sul patibolo. Ma sono sopratutto stanco. Perché in realtà non è
il tempo che passa. Ti guardi intorno e tutto ha un sentore di già visto
una volta, due volte, tre quattro volte. Tutto appare uguale a come lo
lasciammo o riposto in ruvide scatole. Quello che abbiamo scritto, e
quello che non abbiamo. Gli orologi continuano a mordere i passanti sui
marciapiedi e sotto, capovolti nelle pozzanghere, se ci sono le pozzanghe,
e sopra, nelle vetrine, se ci sono le vetrine, ma sempre sopra di noi c’è
una vetrina. A scatti fulminei le lancette dei secondi si srotolano come
tappeti o lingue di camaleonti. Ci fanno strada come un invito
irrinunciabile. Non puoi. E continuamente il mondo si svuota e si riempie
di fiori e di letame. E tu sempre fermo a guardare oltre il vetro. Dietro
questo mondo ci deve essere un polso che pensa di scrollarsi di dosso
tutta la polvere dei cieli, e lo fa ruotando come un uomo in fiamme che si
rotola per terra. Dietro questo polso ci deve essere un uomo che pensa di
scrollarsi di dosso tutta la polvere dei cieli, e lo fa scuotendosi come
un burattino che tenta di recidere i fili che lo reggono in piedi, come
chi volesse vedere chi si nasconde dietro di sé. E c’è una luce di metallo
in cui il volto si riflette e che non conosce spazio, né gli anfratti tra
le pietre.