Archivio per la categoria ‘Uncategorized’

Memoria d’oltrevia

Agosto 27, 2007

Ci protegge nel suo abbraccio l’orizzonte
il silenzio gettato negli occhi come sabbia
noi aldiquà della campana di vetro – il vetro
come l’acqua a cingere lo scheletro. E tutto
questo crescere del mondo a goccia di flebo
nella clessidra – morente flusso dei tuoi pensieri
- soltanto per lasciare qualche tratto su labbra
morsicate da parole – gridi nel palato
di una partoriente. E insieme cresce all’attesa
la paura d’essere occhi dentro l’urne dei sepolcri
- solo un numero tra i definiti all’estrazione.

Ma se davvero fosse possibile che io fossi te
e tu fossi me allora forse capiremmo e tutto
sarebbe esattamente come è – il sole nel mondo,
nel medesimo tempo e luogo inaccessibile – un gioco
da prestigiatore che fa apparire l’inconsueto
un inganno e l’immediato la sola verità – come
quest’inerzia amore simile all’abbraccio di un morto.

casa di mattoni

Agosto 26, 2007

Non era vero il nostro amore
solo bisogno carnale, di sesso
direbbero i medici oggi. T’imploravo.
Con quanto fiato avevo in gola t’esploravo.
E anche dopo, privato del corpo, ti cercavo
nel fuoco, nei passi scricchiolanti
le foglie, stagione dopo stagione,
fossili di ciò che fu brace e non
lo sapevo. E i rami spezzati sul corso
di lingue verticali e rotolanti le tracce
le giunture che si piegano

nei libri, nella casa dell’uomo
di legno e di pietra e da pietra su pietra
la calce, perché tutto è uno e uno è tutto
un evolversi e di nuovo nel legno ti cercavo
e nel canto di orfeo persino e
nella pietà di chi pietà non conosce,
ma solo accordi di fusa pece e silenzio
certo è tutto quel che dissotteriamo.

Perché soffia un vento lupo alla porta
non cederà la casa di mattoni
perché soffia un vento lupo… no
non cederà la casa…

assediata sembra e silenziosa
perché soffia un vento lupo alla casa
la porta no non cederà la mia casa di mattoni
no non cederà la mia casa
non cederà la casa mia casa
no non cederà la mia casa

per futili aruspici o falsi sacerdoti
perché soffierà un altro vento
alla grande casa di mattoni,
avvilita la rabbia e franta la paura.
E anche quello non sarà vero amore,
ma tu credici almeno, e state bene.
*
 

NN

Maggio 4, 2007

NN 

 

 

 

La giornata si presentava molto noiosa. Meglio sarebbe stato darsi malato. Ma sarebbe stato lo stesso che dirsi vivo.Da una lezione a un’altra un’ora buca larga quanto una voragine. Molti  ragazzi, terminata l’ora di lezione, uscivano dall’aula e allagavano i corridoi di un vociferare violento che andava infiltrandosi in tutti gli interstizi, proprio come acqua nelle crepe del muro a cercare scampo nell’aria fresca verso il mare. Altri invece rimanevano in aula docili come pecore nel recinto, o pesci nell’acquario. Muti, silenziosi, quasi fossero in chiesa a bisbigliare ri-guardi per non farsi sentire… John Hopeless (che a quell’epoca si faceva chiamare Arthur come un’assonanza a un “Future” che non poteva durare), studente al primo anno alla Facoltà di lettere e filosofia, quel mattino era in aula insieme a questi mistici relitti. Si trovava, in quel momento di cui stiamo raccontando, in uno stato di trance, o di pubblica meditazione, come se stesse cercando una risposta o riflettendo, e molto vagamente, sull’argomento di cui si discuteva coi colleghi d’università, quando arrivò lei: Maria Grazia. S’erano conosciuti soltanto il giorno prima. In realtà avevano scambiato soltanto qualche parola sulle lezioni. Incondizionatamente Arturo si girò verso di lei, e non perché l’avesse vista, ma perché gli occhi retrovisori di Carlo che, seduto davanti era il solo a doversi torcere il collo per parlare con quelli seduti dietro, l’avevano vista arrivare, fermarsi come un’ombra alle spalle di Arturo, e timidamente, stava quasi per toccarlo come l’acqua nelle vaschette delle chiese quando, proprio in quello stesso istante, come se fosse provvisto di un terzo occhio alla nuca vigile alle non conosciute minacce che piombano sempre improvvise, Arturo s’era voltato a dare forma a questa nuova presenza per poi reclinare leggermente la testa e mettere a fuoco le distanze su questa apparizione tutta sorriso. Chissà cosa aveva da sorridere. Forse s’era accorta che stava un attimo assente. Aveva allungato un momento la mano sinistra per ridestarlo e riportarlo in (o verso di) sé, ma l’aveva ritirata quasi subito quando si accorse che s’era risvegliato. Quando Arturo la vide gli sembrò di scorgere una specie di mostruosità. Era in piedi, piegata verso di lui, che invece stava seduto, una mano (la sinistra) protesa a toccarlo, l’altra (la destra), da quella bassa prospettiva sembrava sorreggerle il mento come a dare sostegno a un pensiero più profondo, ma lontanissimo, il viso sbiadito, e aveva una spalla più bassa dell’altra e ciò contribuiva a renderla ancora più goffa e sgorbia, obliqua come una gatta che stranamente passeggia sul cornicione di una casa, e questa strana postura era dovuta semplicemente alla pesante cartella libreria pendente dalla sua spalla destra. - Ciao (?) – dissero le sue labbra anticipando un sorriso. – Sai quando ci saranno le lezioni di filologia romanza questa settimana?- Oh, non so – disse Arturo retrocedendo un po’ la testa come a cercare in un’agenda un appunto forse mai segnato. – Mi sembra di aver capito per i giorni dispari. Ma non mi sembrano molto sicuri. Sono in carenza di professori, eheheh. E se ne uscì con questo sorriso idiota. Parlarono ancora un po’ come a prendere appunti per le lezioni, o un appuntamento per un’ora non chiarita. Si scambiarono di nuovo anche i nomi perché la memoria può sbagliare quando non prestando attenzione rimane vuota. Ma non si può mai sapere a cosa prestare attenzione col rischio di non dormire la notte. Poi lei se ne andò, quasi a nuoto in quel mare di voci. Arturo tornò nel suo silenzio. Poco dopo anche gli altri rientrarono insieme al docente di storia romana. Di nuovo silenzio. Parlavano le spade e le cospirazioni ambiziose di quello che siamo. Noi. Ma terminata quest’ora un’altra buca davanti. Arturo decise stavolta di andarsi a fare una nuotata. Ma dopo le prime bracciate si sentì subito stanco. Per fortuna trovò uno scoglio in mezzo al mare. Beh, non era proprio stanco, e quello non era proprio uno scoglio, ma in certi casi invece di arginare la bolgia è preferibile fingersi stanchi, e per tale ragione, ho motivo di pensare, fece manovra di arresto abbracciando ipoteticamente la metodica risoluzione di affondare. Era il capitano della sua nave, e in quel momento anche il marinaio di vedetta. Però a dirla tutta non c’era granché da osservare. Già si sapeva. Tutto molto noioso. Tutto ripetitivo. Questo che parla con Quella. Quella che nemmeno lo ascolta. Quello che salta da Una bolgia ad un’Altra. L’Altra al contrario lo stesso. Quella che se la tira e Quella che la molla. Insomma le solite cose. La nave della noia è affondata solo dopo pochi minuti. Il marinaio non si vede nemmeno più. Arturo stava scivolando dalla sedia. Scivolando. Scivolando.Decide di fare quattro passi. Di nuovo. L’ansia. Si sapesse almeno di che. La marea, anche lei, maestosamente inchinandosi s’era ritirata. Vede di nuovo Maria Grazia che scende le scale come un fiore in una cascata di Questi o Quelli. I loro occhi si incrociano stavolta nello stesso istante. Lei fece un’inversione di rotta. Invece di continuare a scendere si fermò sul piano, e si diresse verso Arturo. Si vennero incontro.- Stavi andando via? – Le domandò.- Sì, mi sono seccata. Preferisco studiare a casa. Ogni volta che vengo all’università perdo solo tempo. Non si capisce più niente con queste ore sballate. Arturo non riusciva più a dire niente, la lasciava parlare. Lei abbracciava dei libri al petto, sembrava cullarli. Lui la guardava però senza vederla. Forse non voleva lasciarsi prendere dall’enfasi della conversazione, o da chissà che cosa.  Ad un certo punto però si accorse che ogni qualvolta lui annuisse come una testa di cavallo o solo cercasse di prendere la parola per iniziare un argomento di discussione qualsiasi, diverso, forse s’annoiava, ma sempre, per esempio, di poesia, lei retrocedeva, lentamente, istintivamente forse, metteva a fuoco le distanze. Sembravano danzare aderenti nell’acqua, i loro corpi si respingevano come onde dirette a opposte rive, così da consentire il passaggio di Mosè alla terra del patto, e subito dopo si cercavano come per chiudersi nel buio abbraccio della riservatezza. Ma chiuse le danze uno scrosciante applauso li invitava ad indossare nuovamente abiti consoni alla realtà e a salutarsi perché l’ora buca era terminata. E adesso c’era… cosa? Ah sì, storia delle religioni. Tanto per cambiare. Però era anche mezzogiorno e la tediosa giornata traboccava dal vaso. In bilico se restare oppure andarsene Arturo se ne andò. Al diavolo l’obbligo di frequenza. Ma chi se ne frega.Uscito fuori dalla tempesta dei vari piani di Questi o Quelli (i più tenaci) si sedette su una panchina fuori dall’università come a raccogliere alcune idee. Prese un libro di poesie dalla cartella e iniziò a leggerne qualcuna. Pochi versi, poi si bloccò. Non capì se per natura del verso o per natura di non si sa che cosa. 

Natura afrodisiaca notte fluire 

Ma che significa? Non faceva altro che interrogarsi su questo verso. Non c’era una ragione. Non la conosceva, eppure queste parole gli ronzavano nel cervello o nel cuore come dei pianeti o dei corvi, non sapeva focalizzare bene il frullio di tali parole. Cosa s’erano detti per finirla così? Natura s’immaginò fosse la donna, ma nella sua essenza afrodisiaca. Sì, stava cominciando a legare le sue dita alla penna. Devo scriverlo altrimenti rischio di dimenticarlo, pensò. E scrisse: la Natura afrodisiaca è… ma si fermò. La notte? No, come può essere. Non possono esserci due donne nella genesi (titolo dell’opera). E poi quel fluire, verbo, all’infinito mi disorienta. Non mi fa capire dove vuole arrivare. Crede forse che io sia un ragazzino, che non possa vivere senza di lei? Che s’arrangi. (Punto). Continuò a leggere. 

sinuosa ai fianchi e al collo recisa. 

Già, questo è ancora peggio. Sinuosa ai fianchi, non c’è dubbio si sta parlando della donna. Ma al collo recisa mi lascia perplesso. Una mutilazione, e che cosa s’è perso? Il corpo no, si conosce, è sinuoso. Allora è il volto, anzi no, la testa intera s’è persa. Una donna senza testa, il che la dice lunga… forse per questo nelle vette più alte ci sono sempre le nuvole: per nascondere qualcosa che non c’è, ma che sarebbe orribile a vedersi. Orribile. Però è strano come somiglia tanto ad Annamaria. Lo stesso colore dei capelli, lo stesso taglio degli occhi, e la pelle, chiaro profumo di neve. E poi, oltre questo, hanno qualcosa in comune anche nel nome. Annamaria – Mariagrazia.  Così era deciso. Avrebbe lasciato l’università considerandola soltanto come un ulteriore fallimento. Del resto, non gli importava. Voleva solo dimostrare che non trovava difficoltà a stare in mezzo agli altri. Ma si mentiva. Non era lui che allontanava gli altri, lui stesso si allontanava dagli altri. Pensò: “Arrivati al punto dove siamo arrivati mi manca solo di salutare Maddalena, poi potrò andarmene”. 

 

 

 

II 

 

 

 

Nascosto dal fumo della sigaretta, e sotto l’occhio inquisitore della lampada accesa sul tavolo, John Hopeless cercava di scrivere un epilogo. Un ennesimo epilogo. Ma non vi riusciva. Non vi riusciva perché non c’era stata una vera e propria azione. Teneva la fronte appoggiata sulla mano concava, le dita fra i capelli. Poi alza lo sguardo e lo volge al vuoto della mano che sembra sostenere teatralmente un libro invisibile, o inesistente. Ancora ad  interrogare il teschio di Orazio, illeggibile il carpe diem delle bestie. Le linee visibili invece c’erano tutte, nella mano,  come in tutti, a disegnare quella specie di M o di W o di E… Poi l’occhio va a posarsi su qualcosa di nuovo, una nuova linea mai vista prima, quasi un taglio ma non una cicatrice. È un’altra linea, la trasversale di altre due lineette parallele, incise nella piccola membrana dell’anulare. Come un ponte tra le due opposte rive. Si rese conto che un ritorno alla realtà era inevitabile. Come sempre succede. Un                                                                  lampo                                                                                    Inter                                                                    rogò                                                                                          il                                                                                                       cielo. Quasi fosse un richiamo telepatico alla memoria, il ricordo di un fugace, quanto casuale incontro al mattino, lo strappa dal suo proposito, bloccandolo, proprio come il giovane Enea, in fuga dalla città in fiamme (fu colto da una dimenticanza), e lo costringe a tornare indietro, lasciando il padre e il figlio ad attendere il suo ritorno. Era la sera di un giorno qualunque, quello che si dice un giorno perfetto. John Hopeless aveva da un pezzo abbandonato la lettura degli annali di Roma (si fa per dire) che allontana il libro come una medicina dall’aspro sapore. Teneva le braccia incrociate sul tavolo e, quasi in segno di sconfitta o di rinuncia, vi lascia sprofondare il volto in cerca di una tregua, e magari di addormentarsi, così com’era vestito, per non trovarsi impreparato da un improvviso risveglio, come un soldato fedele alla sua armatura. Cercava di ripassarsi in mente quel poco che aveva letto durante il giorno. Lasciandosi avvolgere dal velo del sogno. Poco per volta percepì di allontanarsi da se stesso. Non si vide più seduto in quella posizione scomoda sulla sedia, non accusò più il dolore alla schiena e agli occhi, era altrove, s’era addormentato. Sperò di sognare, e nel sogno, se sognava, ma non poteva più esserne così sicuro, gli parve di sentire una mano posarsi sui capelli che fuoriuscivano dalle braccia incrociate sul tavolo in cui il volto s’era immerso, e lo carezzavano. Quella mano lo aiutava (di questo ne aveva fede) a districarsi dalle vie da cui non era più certo di uscirne illeso. Ed ecco che nel sogno, se pure era sogno, una visione gli appare presente: chiara come un’eco del giorno che va a posarsi sul cuscino della morte apparente, come una rondine al nido. L’uccisero. Chiese perdono. Ah!Il breve incontro-scontro di due anime, alla vista opposte, un uomo e una donna, unite da un legame di evidente e, al contempo, celata sofferenza. Due corpi girovaghi per le strade di un mondo, due menti vaganti per le strade di un altro. Si incontrarono un attimo per non vedersi mai più, e consapevoli di questo.John Hopeless era appena uscito dall’università. Le lezioni erano state interrotte per un’ora o forse due. (Gli studenti erano stati cacciati dai barbari dottori bavosi di occupare la grande aula delle conferenze, e fu questa una fortuna per alcuni barbari studenti che già sbavavano di sonno). Indeciso cosa fare, pensò di passare brevemente in  libreria poco distante dall’università, non cercava niente di preciso, solo un po’ di distrazione prima di tornarsene a casa dove proseguire per suo conto a studiare i racconti di battaglie che la memoria non s’arrende di recuperare. Sentiva però in sé una fretta irrazionale spingerlo a raggiungere al più presto la macchina posteggiata a un solo isolato dalla libreria, un solo interminabile isolato, fremeva di raggiungere, come se fosse in ritardo per un appuntamento importante. Ma non aveva appuntamenti (se non appunto il non averne o il recuperare una preghiera come Enea il -nome del- padre, il figlio) e tuttavia fece il giro più lungo, senza nemmeno rendersene conto, era trasportato da una musica interiore che inconsciamente non sapeva di ascoltare. La seguiva soltanto, e allo stesso tempo era assente.Gli venne incontro un’ombra sporca. Era una ragazza, trasandata, però non sembrava affatto una zingara. Forse soltanto da pochi giorni s’era lasciata andare a quella vita da cui non ci si aspetta più nulla, non si crede più in niente, e per assurdo, allo stesso tempo, ancora si cerca il coraggio, solo quello, per fuggire, per avere la forza dunque di fuggire e continuare in quest’orrore osceno dietro cui la vita si nasconde per vederci come gli altri ci vedono senza neanche ascoltare le parole smorzate e fiacche.Il contrasto, tanto per tornare al nostro episodio, lampante, non vietò comunque un timido approccio fra i due sconosciuti, nonostante la fuga, o la paura, forse l’altro suo nome, che costringe azzardate volontà. Qui noi potremmo addirittura improvvisare, con la più serena tranquillità, un’ipotesi di evasione, affrontata o scelta dall’uno o dall’altro personaggio, quando di là, nelle strade, in pieno giorno, è il pregiudizio che Indicizza la pietà. Quella stessa Pietà che ci attrae e allontana.L’incontro sarebbe stato tuttavia semplice e comune, oltre che casuale naturalmente, e al di là delle divergenti nature, se non altro per la fusione di pensieri nati in una sola riflessione. Quasi si fossero incontrate due immagini sovrapposte ad amarsi in un letto come nello stesso specchio, e a svelare ciò che siamo realmente o vorremmo essere,  ignorando il volto che dal sogno s’è perduto. Tre volte le loro ombre cercarono d’abbracciarsi, tre volte dovettero desistere e rassegnarsi all’incipiente abbandono. Non si riconoscono i corpi, solo i fantasmi. 

La ragazza gli venne incontro, chiese una sigaretta.John Hopeless aprì il pacchetto dove mancava una sola sigaretta e lo porse alla giovane ragazza. L’esitazione di un istante. Le unghie nere come due pinzette presero la sigaretta.- Grazie. - Nulla.Fu tutto ciò che si dissero. 

Y: Altrove;

Maggio 3, 2007

Mi tormentava soprattutto il non esserci nel mondo, nonostante la vita offra da/per sempre mille occasioni, stupido sarebbe non accorgersi, ma adesso che ho deciso io di non esserci, finalmente, è la vita a tormentarsi di essere sempre stata troppo presente e occupata, altrove, smarrita nel vuoto dei due anelli legati insieme da affinità invisibili e cronologiche e senza sbavature, inferocita di ritorcersi contro se stessa e le pareti, impercettibilmente curve per la lunga distanza del labirinto in cui ci troviamo, e che rimandano indietro i suoi gridi ignorati dai più, perché capovolti in un altro tempo come nel corpo di una macchina fotografica o dall’altra parte di un nastro di moebius.

Sempre più immersi come siamo in queste strade a bucce di limoni o di mele che si srotolano come lingue o denti ai nostri piedi, smarriti dietro il profilo di una donna: (Rind 1955) “frammento di una scultura vuota” diceva M.C. Escher; o gocce anonime crescenti come i passi armonici in un labirinto di Cortecce e di impronte digitali, impresse sulle tende discoste dei capelli e sulle sei corde di una chitarra che stanno lì apposta per essere premute e pizzicate, aspettando una delicata vibrazione che riunifichi e amplifichi i nostri discorsi brevi e passeggeri, come nuvole nere che scintillano e collidono nuovi temporali, falliche torri da ergere e radere al suolo, ergere e di nuovo radere al suolo come lo scoppio alterno e sincopato dei cannoni per ingravidare il cielo di voli e di uomini, e nonostante le delusioni e la precarietà di queste stesse delusioni, perché la vita stessa prima o poi viene a rivelarsi per quello che realmente è, un misterioso intreccio di consonanti si andava ramificando dentro e fuori le ciglia del grido, curve e inevitabili, alghe e radici, margini che verranno superati dagli sguardi forestieri, per primi, lanciati come pietre oltre il reticolato di vetro e poi, a merito degli stessi sguardi vicini, indotti forse verranno trascinati dentro l’armonia limpida e segreta del centro, per si possa scoprire di essere tornati finalmente in se stessi, ed è bello sentirsi presenti, è bello scoprire di non essersi in realtà mai allontanati, è bello sapersi fragili e confusi.

Le tremavano le gambe e le labbra vibravano senza dire nessuna parola. Nessuna. Brillavano gli occhi per il fatto di trovarsi in mezzo a una folla incomprensibilmente spigolosa come un cubetto di ghiaccio, e noi due immersi in una colata di oro fuso nel bicchiere quasi come un grido senza vocale che non trovava altra strada se non quella di precipitare giù nella gola e soffocarci. Noi due insieme avvitati come tronchi di sequoia nell’era paleozoica, smarriti tra le evoluzioni del luogo e dell’ora, noi due assistendo alla crescita delle identità e degli echi di una menzogna avveniristica e trascorsa, e che andava ripetendo, retrocedendo, come in una spirale fossile, i suoi inganni e le impercettibili mutazioni, e noi due lì muti come morti a spiare dal buco della serratura come dal mirino di una macchina fotografica, un ristretto angolo di campo, il vertice interno di una delle quattro piramidi che formano un dado da gioco. E in quel momento l’unica cosa che restava da fare era accordarci ancora una volta per un ultimo respiro, e abbracciarci nel fragore di un crollo come delle onde, e cominciare a girare con le quattro pieghe interne e incognite di una stanza qualsiasi, in un albergo che ci aveva accolti e che si dovrà pure un giorno abbandonare, in un mondo come in un altro, la quattro Y di una scatola, le braccia di uno dietro la schiena dell’altro, i gomiti e i ginocchi dell’altro dietro la schiena dello stesso, le otto Y di un infinito così inimmaginabile, così fuori da ogni umana comprensione, così irrimediabilmente stretto e nonostante questo, mi tormentava soprattutto il non essersi mai incontrati.