occhio spleendidamente riconciliato
il morso nella carne – dicemento
medusa la luce lascia passare
implacabile fluire dei loculi
*
occhio spleendidamente riconciliato
il morso nella carne – dicemento
medusa la luce lascia passare
implacabile fluire dei loculi
*
A volte sembro un uomo… o uno di quegl’uomini
innumerevoli che sembrano avere delle idee,
e con quelle, senza scrupoli, le propongono innanzi,
chiamandole per nome, le espongono, tralasciando ogni fondamentale retrospettiva, sgorgano, incestuosamente in superficie -
sangue versato dentro il canale metallico,
esaurendo tutte le risorse, stremati natali,
controfirmando d’inchiostro labirintiche direzioni,
come un contadino che gira e rigira la terra,
quello è il suo nome che la morte già invidia,
come pure un dormiente insonne tra le lenzuola.
A volte sembro un uomo… è vero, o uno di quegl’uomini
innnumerevoli appena scesi da un treno
proveniente da terre sempre più lontane
e che qui, in mezzo al mondo, è questo quello che conta,
sani e salvi, per fortuna, li ha trasportati, e che bene
hanno capito quale è la direzine da prendere, quella
(della freccia), quale lasciare e quale vietare.
Ma il più delle volte sono solo uno che si gratta la testa.
Alla cieca mi aggiro per il mondo,
o a memoria, tra le ombre che ricordo.
Queste due righe non sono poesia
ma parole per dire che da qualche giorno
ho perso i miei occhiali da pipistrello
e il piacere della ragione.
Quasi presagio del divenire.
Non voglio più scrivere poesie
ma pensarle come facevo una volta, senza
spaccarmi il cervello a cercare le parole
Fuori fuoco le distanze senza volto
della gente che parla senza dire niente,
e legge senza vedere quello che c’è scritto
anche adesso mentre scrivo,
deve essere un sogno incominciato
da qualche parte senza di noi,
senza metterci a dormire, un sogno
che ci rende ancora meno vivi.
A volte il sonno ritarda a mordere il corpo
nel deserto delle ore trascorso a guardare
il sole cautamente ruotare come un avvoltoio
intorno al sole. Attende un sonno che tuttavia
non arriverà mai. Io non dormo e, nel mio non
dormire, il corpo avverte il fresco buono
sulla fronte, una nuvola che tramonta
sul miraggio, la stanchezza del verbo impallidire.
È troppo e non basta ancora. Mai scoprirò
la parola impiccata alla gola riarsa, mentre
il disegno dell’uomo si completa, sospeso e
distante e il cielo e la terra e il mare in mezzo
come un bimbo che salta dentro a una corda.
Per le sue parole che il vento mi portava
e il caldo luccichio di quegli occhi lontani,
apparentemente inafferrabili
come stelle negli abissi dei cieli
ma pronti, al mio primo gesto, a cadere
e in cui sembrava a me di potermici vedere
come su vetri rotti sparsi in mezzo ai prati.
Per il mormorio del suo incanto notturno
che solo noi possiamo riascoltare,
traghettando nel sogno,
con l’orecchio mai stanco coricato
sull’altoparlante di un telefono cellulare,
come un lenzuolo su un cadavere di porto.
Davanti al suo amore prostrato, messo
a nudo quasi genuflesso,
incorporeo desiderio che solo
aspetta diventi eterno
gorgo di sangue,
raccolto dal vetro
dei suoi sguardi nell’erba
secca.
Ed è qui che son fermo, come in-sogno
quando le braccia e le gambe non rispondono,
o in mezzo al mare dopo una nuotata estrema.
Ed è qui che sono come pietra,
paralizzato e senza memoria
dei miei passi, inchiodato a un albero
senza vela, folle e nudo e senza lamento.
Eppure a poco a poco sento
crescere dentro me ancora
un poco di quel sale
inestinguibile,
insondabile, incurabile come
un cancro ma necessario a entrambi,
aspettando solo che spunti fuori,
da palpebra di nuvola,
pure la carne, l’uomo
da questo pagliericcio
“come zampe di topo sopra vetri infranti”
e gli occhi lucidi, tumefatti
come corpo sbrecciato da scintilla
primordiale, gravido
d’inferno.
Un bicchiere di vino si è incarnato
in un corpo umano ch’era già morto.
Io restisto, seppure senza cuore,
senza strada, né impronte di rilievo.
perché temuto sarà stato il frutto anche legato
porta che su calpestato palco ciotola
in posa apertamente diffusa alla sete che distoglie
corpo a passare voce e tramonto dunque
per quale soglia sdraiata botola
che preme che fa scendere che ingoia
profonda accoglienza nome linguaggio
senza specchio non vedersi corpo simile il sole
Da qualche tempo dormo serenamente, dormo così serenamente che, se solo fosse possibile, un angelo sembro…, ma non era questo che volevo dire, piuttosto, e con molte probabilità di riuscita, sono certo, susciterei invidia a molti uomini che si credono vivi, e invece; e ad altri, scometto, ignari non ancora e non per molto.
Niente mi inquieta e nessuno mi disturba. Nemmeno la mia non presenza. Sono così profondamente immerso in me da non sentirne
neppure la mancanza. Devo essermi perso, immagino, in questo mercato di mondo, come un ragazzino attratto dalle luci dei magazzini generali; o un infante lasciato in carrozzina in qualche ripido corridoio di un qualche sperduto centro commerciale della catena di desideri inespressi o esauriti; come pure, non è da escludere, dimenticato in una macchina posteggiata là fuori in divieto di sosta, perché già i posti disponibili tutti occupati, e per di più senza marcia né freno di stazionamento; come anche una barca debolmente legata a una bitta da dove facilmente si snoda e si lancia alla deriva dei santi bevitori, insomma devo essermi perso nella triviale e blasfema quotidianità.
Non una sola inquietudine, non una sola parola da falso poeta eremita o scemo, non un verso d’asino o d’ovidio strascicante sul cielo della pagina come di un qualsiasi frutteto.
L’anima, se solo avesse ancora senso parlare di anime, non tenta più di manifestarsi, d’uscire allo scoperto. Semplicemente è in sé, come le numerose ciglia secche di una meridiana, in tutti i luoghi e in nessun tempo.
Ogni sera la testa sprofonda nel cuscino e con la mente gli occhi mi riportano all’ultima stella vista al mattino. Ogni sera, una manciata di secondi, a me sembra, e subito m’addormento. Non smetto. Ma potrebbe anche essere ancora mattino ed è solo mia la sensazione di questo oscuramento, come di palpebra che per gravità o stancezza s’abbassa dissolvendo la già povera luce di questo mattino. Ma so che mi sbaglio e perciò continuo a dormire nella mia storia priva d’attrazione, mobilità, tensione, e dunque senza continuità o turbamento.
La noia, che cos’è la noia?
Noia
Noir
Nuit
La noia
La nuit
Le noir
L’ennui
La noia, che cos’è la noia? Prese un foglio di carta e vi scrisse sopra:
Noia
Noir
Nuit
La noia
Le noir
La nuit
L’ennui
Prima da un lato e poi dall’altro. Esattamente come ho ricopiato io adesso, su questo foglio di carta, in questo momento. La noia, che cos’è la noia? La noia conduce alla letteratura, disse una volta qualcuno. Amilcare Sgroi decise allora di andare a Parigi. E come molti altri neanche lui conosceva la ragione di questo viaggio. Ma a differenza di questi altri il suo soggiorno fu di una brevità che rasenta la follia, evitando così, tenendo ed essendo sostenuto per le spalle che graffiano i muri come qualsiasi altra intemperia di tempo e-vento pioggia vino sguardo unghia chiodo penna piastrella numeri foto ritratti madonne vernice maghe Je t’aime. I love you. Dieu est. Je non, e poi ancora colla-schianti-pianti e grida di bottiglie e pallottole e verdure-sputi e deliri di propaganda, di qualsiasi forma e natura, e dal cinema, che sta sempre dietro il delirio di quella stessa parete dove Amilcare Sgroi insozzava, come tutti gli altri pure lui, di se stesso evitando così di calpestare tutto l’invisibile e dirupato squallore del centro. Tornò infatti dopo dieci giorni (10). E non ne volle parlare. Era il 15 novembre del 1995.
Luogo imprecisato del centro Italia. Molta pioggia. Maggio 2008
Se c’è davvero qualcosa che non mi è mai riuscito di fare, tra le altre e tantissime cose (né mai sembra che ci siano speranze), è quella di raccontare, o meglio, di scrivere una storia che valga la pena d’essere raccontata (ammesso che ci sia realmente una storia che valga la pena d’essere raccontata), una di quelle storie celate dietro le parole impresse lì come un’insegna, o solo a richiamarne un nome, talvolta curioso, troppe volte allettante, una specie di invito insomma che, adoperando infinita leggerezza, tenta di riallacciare il filo dei fatti così come sono avvenuti, senza imbrogli, senza maschere, senza spezie, affinché si possa preservarne forse un ricordo, come si faceva una volta, un avvertimento, anche una parvenza, qualcosa, un fumetto disegnato su pareti di caverna. Ecco, le immagini, sì, le immagini ci aiuterebbero e non le parole. Perché sono proprio le parole il nemico principale, il muro da abbattere, la recinzione da sfondare. Per questo mi sono messo a scrivere. Mi sono inventato scrittore, o meglio, preferirei dire narratore, senza offendere certo la categoria. Scrivo perché non ne sono capace. Ci crederesti? Non è pazzesco? Non avrei dovuto lasciarti andare. Ma proprio quando uno si accorge dei propri limiti (come questa finestra sempre aperta al quarto piano), è in quel momento che deve iniziare a oltrepassarli. Dunque scrivo. Ma in realtà non ho una storia da raccontare. Niente. Ho invece qui un soggetto che vorrei presentare e analizzarne in qualche maniera i processi. Scrivere è più un’urgenza che una necessità, mi dico. Come adesso, in questo momento, uno dei tanti motivi relativo alla mia incapacità di scovare le parole, di stanarle, incoraggiarle al volo dai davanzali, sondare i marciapiedi della libertà. Ma questo è impossibile. Mi accorgo che non potrei mai raccontare, senza aver prima conosciuto i fatti, e come si fa? Da dove cominciare, dalla testa, dalla coda, dalle cosce, dal cuore? Certo, sì, a vostra scelta. Bisognerebbe proprio averne fatto parte, anche con spiacevole esperienza. Un soffio. Ma chi può distinguere cosa è spiacevole da cosa non lo è? Ci spiace più della nostra morte o di quella di qualcun altro? Ma un momento. Non allontaniamoci troppo. Atteniamoci ai fatti, dei quali ho ancora accennato ben poco mi sembra. Il fatto è che ogni volta che mi metto a scrivere o a leggere come in questo momento che sto facendo o fatto, mi soffermo troppo su certe parole, e soprattutto sui modi di dire, sì, i cosiddetti luoghi comuni, gli stereotipi (chissà da quale pianeta provengono) mi fanno girare la testa, mi fanno disgregare tutte le forze e le intenzioni, mi svenano, annientano, ho detto la testa. Ed ecco, anche come nasce una metafora o da dove è nata questa storia. Dunque.
Sì, penso proprio di aver centrato il punto. Il ricordo è nitido come non lo fu mai alcun principio, né i pensieri fattosi parole scritte sulle righe di questa fronte.
Il luogo è chiamato “Testaccio degli artisti”, ma non è un teatro, e nemmeno un insulto, almeno non sembra. È una trattoria, o qualcosa che molto si avvicina. Ci siamo rifugiati qua dentro, Lina e io, ieri sera, per sfuggire agli aghi avvelenati di questa pioggia sempre più acida.
continua….