LEGGERE UCCIDE

(…intro…)

C’è chi legge con gli occhi, in silenzio, chi ad alta voce. Ma la voce, questa voce, sembra essere quella di un altro e non la sua stessa voce che adesso da fuori gli parla e in silenzio lui o lei l’altro ora l’ascolta. Una voce nera dal futuro mi chiama, Dario, Dario.

Dama di compagnia è questa voce.

Lama da recidere i nodi in gola.

Per un bacio o un bacio delizioso

nel buio delle bocche scintillano

le lingue provocano un corto circuito

defibrillano il cuore un’esplosione lontana affinché la morte si allontani dal cerchio degli occhi. Questi occhi che vedono nulla.

Sono il buio nascosto nella notte. Sono le mille cavità di un corpo che dorme. Tu dormi. Dormono tutti. Il pericolo è scampato. La bianca stanza d’ospedale ora riposa come una nuvola in un cielo notturno.

Che fare?

Deliro, in voce, mi sembra, per complicare le cose gli aghi di flebo nella pelle. Dal volto trasparente gocciolano fantasmi. S’apre nella mente una foresta. Pugni che strappano capelli. Le lunghe e crespe chiome di femmine preistoriche. A volte vengono via con tutta la testa. E il corpo. Portarlo nella grotta. Pompare tutte le risorse. Estrarne poco per volta facendo molta attenzione a non urtare i vicini parecchio suscettibili da prendere a mazzate questi rompiscatole con l’orecchio teso di là dalla porta o dal muro mentre da un’altra parte e da sotto nascono urla di gioia e ancora spasmodiche erezioni.

Ho complicato. Mi sembra. Tutto. Nuovamente. Tutto nel sonno scompare, o passa oltre. È la mia specialità. Non riesco ad essere chiaro perché sono un incompetente ad usare le parole. Le parole attraversano i muri come i fantasmi le parole. Non ho studiato nulla e dunque devo cavarmela da solo col mio innato talento.

Capisco e vedo tutte le imperfezioni che necessitano un mascheramento immediato, quando un restauro chirurgico diventerebbe un’impresa genetica, da nuova genesi.

Sono arrivato a una certa conclusione. Il rapporto che sussiste da sempre con gli altri, tra leggere e scrivere, dico, questi imparziali ermafroditi. E questa è un’assurdità. Mi trovo costretto a correggermi da solo. Poiché imparziale non può esserlo nessuno, mi dico, né tanto meno ermafrodite. Ognuno ha il suo ruolo ben preciso da occupare a breve scadenza e in uno spazio buio e ben ristretto, ma seduto se ne sta comodamente sul cesso che è di colore bianco, come lo sono tutti i cessi, e nella cui piccola pozza d’acqua in fondo si riflette un buco di culo in cui, a sua volta si riflette ancora, come in una pupilla, il volto di chi ci ha nutrito e ci ha voluto bene e che ora precipita come una grossa lacrima nera nell’acqua. Una volta, un amico, di cui naturalmente non posso fare il nome, inveiva contro di me e tutto il mondo perché la ragazza lo aveva lasciato. “quella stronza” ripeteva “quella stronza”. Dopo essersi stancato con gli insulti, cominciava a confidarsi.

 – Mi sento come morto, Dario. E non perché Laura ha deciso di lasciarmi. Ma perché, l’ho letto nei suoi occhi, non ci sono, non ci sono mai stato. E non dico in senso metaforico o che so io. Non ci sono proprio letteralmente, anzi materialmente. Questo corpo non c’è. Ha bruciato i tempi. Scomparso. E sono io il solo che non lo sa. Ma mi vedi tu?

E si aggrappava alle mie gote come alle maniglie di una giara lucida per guardarsi guardare nei miei occhi il suo volto come affacciato a un oblò.

– Calmati – gli dicevo sbrigliandolo per i polsi e allontanandomi dal suo alito alcolico. – Non dire stupidaggini, non sei ancora un fantasma. (Stavo per dirgli che i fantasmi non esistono. Ma sarebbe stato un errore, un po’ come fare da eco a un pazzo e i pazzi sono letteralmente fuori, sono pazzi, di sé).

Mi raccontava di vedersi negli occhi di Laura, ed era una sensazione bellissima. Ma noi sappiamo che quest’aspetto straordinario dipende dalla novità dell’evento.

– Poi – continuava –  quando le cose cominciarono a scivolare, scure e appassite e amare acque, per quanto fossimo faccia a faccia, mi credi? – sottolineava – muso contro muso, lei mi guardava ma nei suoi occhi non c’ero. Il suo sguardo dico, o mi oscurava o mi oltrepassava.

Credo che volesse in qualche modo giustificare questa sensazione perché a un certo punto occorre che qualcuno ci creda e, in silenzio, ci legga negli occhi senza voltarci le spalle dell’indifferenza. E continuava:

– Le stavo davanti ma non mi vedeva. O meglio, mi guardava, il suo sguardo non era nel vuoto, non poteva essere, so che mi vedeva, però la mia immagine nei suoi occhi, io ero lì davanti, a un palmo, non c’era. Forse tu credi io mi stia inventando tutto. Può darsi fossero i miei occhi appannati, non lo so, può essere, e quindi non riuscivo a oltrepassare il carcere dell’io. Sì. Quest’io petulante che mi scoppia dentro. E sai perché? Te lo dico io perché. L’occhio è il cesso di un amore. No, volevo dire. Il cesso è l’occhio di un amore. Quando finisce, si tira lo sciacquone e le pupille sollevandosi lasciano vedere solo il bianco quasi si rivoltassero indietro e verso l’alto dove, risalendo al ghiacciolo della fronte, raggiungono disperati la camERA cerebrale dei ricordi.

Sono giunto a una conclusione, dicevo, della quale per ovvi motivi razziali non potrei rivelare. Ma… diciamo che, essendo maschio, sono maschilista e dunque la scrittura è prerogativa dell’uomo.

L’uomo è un essere buono. Non è malvagio.

L’uomo è buono da mangiare.

La donna, invece, faccia il personaggio. La penna infatti si posa sulla pagina come l’onde a plasmarne le coste, a esplorarne le geografie di un corpo sinuoso fino a penetrarne l’originalità vischiosa del suo stesso mistero. Qui siamo! Dove andiamo? Me lo sono chiesto mille volte. Anche gli altri mi chiedevano:

– Dario mio dove sei, perché mi hai abbandonato?

È il solito dualismo di sempre. Leggere e scrivere. E lo so che vi piacerebbe. Ma tutto questo movimento non basta. Leggere è scrivere: scrivere dentro. Ingoiare nutrirsi assimilare. Ci dicono. Scrivere è leggere: leggere fuori. Liberarsi digerire defecare. Sono i due opposti sessi. Se ancora non s’era capito. Ma quale sia l’uno o l’altro in realtà non è poi così importante. Quello che più conta è eliminare un soggetto. FastiDIOsissimo. Fino a che questo non accadrà leggere e scrivere avranno in quest’ordine le sembianze di una donna e di un uomo che, parlando sempre e solo di se stessi, uno di fronte all’altro, e contemporaneamente, si masturbano senza toccarsi, sì l’un l’altro, odorarsi, vedersi, mangiarsi, insomma un rapporto senza senso e nessun piacere. Mi spiego? A nulla porta scrivere per farsi leggere, meglio leggere per farsi scrivere. Con uno stiletto piantato in mezzo agli occhi. E siamo creature in un mondo fantastico. L’unicorno nell’altra stanza.

In questo momento sto dialogando con me stesso per chiarirmi o chiarire per sempre i motivi che mi hanno portato a considerare la lettura come un qualcosa che uccide (ho smesso di fumare e non ho trovato niente di peggio da fare che mettermi a leggere), qualcosa o qualcuno, tipo serial killer impietosi e straricercati ma di cui ancora non se ne conosce il volto. E ho scoperto che sono in molti questi che leggono. Leggono dentro. Così credono. Come un vizio assurdo, il respirare, il fumo. Finita una storia si prende una boccata d’aria e se ne comincia subito un’altra, e un’altra ancora, e dopo un’altra, un’altra ancora e un’altra, e un’altra ancora, dose dopo dose, fino allo sfinimento. Quando si smetterà di leggere staremo tutti bene e tranquilli. Tranne quei poveretti che scrivono, nominano le cose, ogni cosa, buttano fuori le loro vomitate. Si troveranno costretti a cambiare, a trovare nuove occupazioni. E quindi conquistare sarà  la parola genetica. E penso che in un primo momento ce ne vorranno. Non è mai stato facile disintossicarsi della gran Dama bianca navigante come iceberg nelle vene di un paradiso a scacchi. Ma poi si sentiranno meglio e cominceranno a ringraziarci.

Istruzioni per un prossimo fantasma. (Fantasma fa risma con futuro). Specchiarsi su un foglio sempre più pallido e non vedersi.

 

 

 

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5 thoughts on “LEGGERE UCCIDE

  1. poetella says:

    “La donna, invece, faccia il personaggio.”

    ma… buono o cattivo?
    protagonista?
    coprotagonista?
    antagonista?
    coantagonista?
    Insomma…cosacacchio?
    MI sta venendo una crisi di identità.
    Intanto…leggo. Fuori, dentro. Boh…

    1. wordinprogress says:

      mi hai fatto rileggere queste vecchie strade transennate così come sono nate sono rimaste e dunque non portano da nessuna parte se non dalla stessa parte, temo per la tua la mia incolumità, mon dieu

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