Leggere uccide:

Due punti

 

.1

 

Innanzitutto è un rischio per gli occhi. Poi anche per il cervello. Ricordiamoci il caso di quel poveretto che turbato da letture di cavalleria se ne andava in giro armato e truccato, truccato perché anacronisticamente indossava abiti di altri tempi (dunque moderni?) e per di più, armato, dicevamo, con una spada di legno, la qualcosa non dovrebbe suscitare tanta meraviglia, se non fosse che la spada detta di legno – poteva essere anche di metallo, ma non era il libro dietro cui potersi nascondere mentre lo si legge –  era l’oggetto che si tiene a un fianco come un orologio al polso, o nel fondo di un taschino del panciotto, da poter esibire in qualsiasi momento di incertezza o di disputa con un forestiero. Quando ero ragazzo, durante il breve periodo della scuola dell’obbligo, ebbi modo di incontrare un tale personaggio. Tra i tanti che popolano questo manicomio di mondo che viviamo. Questi era un comandante della marina militare in pensione. O almeno ne era convinto. Ma non un Napoleone o un Colombo.  Un vecchietto qualsiasi con indosso la divisa, giacca blu e capello bianco con visiera scura sotto lo stemma con l’ancora e i serpenti. Ricordo i suoi occhi lucidi e celesti. Saliva sull’autobus pieno di gente come all’ora di punta a mensa in una bara. E per farsi l’argo sfoderava la sua spada di legno e cominciava a dettare ordine. E non era raro che a qualcuno scappasse una lacrima dopo il colpo ricevuto alla testa. Ma che fare? Egli era il nostro comandante. Ognuno tragga le sue stolte conclusioni.

 

2.

 

Gli occhi, inoltre, tenuti continuamente sotto sforzo a ricreare le dettature perentorie delle parole incise sulla placca delle pagine cominciano a poco a poco a indebolirsi e in questo lento e dolce deperimento ecco che si iniziano ad avere le prime stravolgenti visioni dorate. Emergono dalla schiuma o sperma della carta le tante veneri provviste di uno strascico d’ombra azzurra. Oppure tutta quell’armata di parole cominciano, come tante formichine mercenarie, a risalire l’arco del giorno. Il primo passo è quello del piede, così detto di collo, poi si spostano raggirando la caviglia sopra il famoso tallone e, come se stessero risalendo per una scala a chiocciola (.qualche dominio), si ritrovano nuovamente davanti a pianeggiare sulla tavola della tibia e da lì, rampicandosi ancora a fagiolo delle favole alla ricerca del gigante, percorrono il retro di un ginocchio piegato perché si è sdraiati da qualche parte, forse su una spiaggia dorata che sembra più un deserto d’immaginazioni e si è piegata una gamba disegnando con questa proprio un qualcosa di molto simile all’arco di un giorno… un tendere la corda che riabborda l’àncora.

 

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