Leggere uccide mondi di carta

 

 

 

Ci sono dei casi, ad esempio il caso Balicci, in cui uccidere ribadisce il concetto di sopravvivenza, di tutela a un’idea anche non nostra ma così radicata in noi da considerare una minaccia quella rivoluzione che instancabilmente va progredendo nel mondo là fuori e che  considera noi e le nostre difese idee (anche non nostre, ripetiamo, ma divenute nostre o come si dice di pubblico dominio dopo un- “punto” -a piacevole tortura di propaganda letteraria), dei cliché insomma ormai obsoleti e rimbecilliti.

Nasce un Copernico rompicoglioni ogni secondo, ogni minuto. Difficile per una persona anziana adeguarsi al moderno. Meglio morire o lasciarsi vivere morendo?

L’anziano Balicci, assiduo lettore di ogni porcheria stampata, avendo perso l’uso della vista si ritrovò costretto, ad una certa età, a pregare la gente perché gli leggessero qualche pagina di un romanzo tra tutti quei romanzi che s’era letto in tempi, diciamo, più luminosi e che, fra l’altro, conosceva quasi a memoria. Però si sa che della memoria non ci si può fidare tanto cie…, beh, lasciamo perdere.

Molte cose si perdono, altre si deformano, si riducono a brandelli, scompaiono, e soprattutto quella bava di ragno tra una parola e l’altra, quel vuoto che, legando ogni parola, è quanto di più riproducibile perdendolo. Così, all’anziano Balicci rimaneva solo un’idea grossolana di tutte quelle pagine che s’era letto, e per di più ne aveva nostalgia, ma più che nostalgia, ne aveva bisogno, un doloroso bisogno delle cose che non sono, che mai furono, perdute, quasi che queste fossero davvero le sole e uniche presenze, le intramontabili amicizie in carne ed ossa che tutti quei libri rappresentano, risorse rinnovabili in cui scorre il sempiterno sangue della trasfusione.

Dunque, dicevamo, non potendosi più affidare ai suoi occhi ne occorrevano un altro paio. L’anziano Balicci abitava da solo, e i rapporti coi vicini erano più bui del giorno che passava a cacciare le mosche. Di tutto se ne poteva fare a meno, ma di questo proprio no. C’era bisogno urgente di un lettore. Un lettore, sconosciuto. Così mette un annuncio sul giornale. Cercasi lettore per anziana persona. Buona remunerazione. No perditempo. Come si scrive in questi casi. E questa è una delle richieste più pericolose che uno, ammorbato dalla passione, possa richiedere. I lettori, lo sappiamo, sono troppo indiscreti forse, esigenti, o magari distratti, indifferenti. Aggiungi a tutto questo anche l’età dell’avventura e, se non è per tutti, sicuramente nella stragrande maggioranza dei casi, anche il rispetto va a farsi fottere. Perché è questo che si desidera maggiormente quando si è giovani. C’è sempre tempo per l’anima (ammesso che uno ce l’abbia l’anima; che esista, sembra un’imprecazione). Il corpo è debole, si corrompe, e ha bisogno perciò di godere di tutto e in tutti i sensi.

Il giovane Balicci…, scusate, volevo dire l’anziano Balicci, aveva trovato una brava figliola che, ritrovandosi in ristrettezze economiche e amante della bella vita (sembra che lo si dica in senso dispregiativo, ma non è così, anzi, la vita è bella finché dura l’erezione), aveva accettato l’annuncio dell’anziano lettore Balicci perché qualcuno accogliesse, più che un’offerta di lavoro, questa strana richiesta di soccorso. Tutto quello che si doveva fare, come riportato nell’annuncio, era leggere una storia a una persona anziana, il che fece subito pensare alla giovane figliola di trovarsi in una situazione inversa, ma non per questo molto lontana, da quella tradizionale scenetta familiare in cui una voce amorevole accompagna i propri piccini nel sogno raccontando fiabe e canzoni. E fino a qui niente di male. La cosa che alla ragazza faceva un po’ ribrezzo, se l’immaginazione la portava avanti fino alla porta dietro la quale abitava l’anziano Balicci, era la chiusura di ogni lettura, vale a dire se rientrava nei suoi compiti  dover dare il bacio della buonanotte. E nient’altro. Questo era chiaro, però sperava di non fare la veglia a nessuno, di non fare la parte delle pantofole accanto al letto…

La bella figliola con queste fantasticherie si presentò alla porta dell’anziano Balicci. E dopo brevi convenevoli del caso ci si mise subito all’opera. Non a letto come aveva pensato la giovane figliola, fortunatamente, ma con tutti i maniaci che si sono in giro non ci si può permettere di escludere nessuna delle ipotesi e nel caso di adottare le dovute precauzioni; un calcio nei coglioni, da farglieli uscire dagli occhi, ammesso che non siano già ospiti nelle orbite; uno spruzzo di vernice nera negli occhi, un segno nella fronte, come la C di Caino, o di Coglione, perché tutti lo possano riconoscere.

La lettura avveniva in soggiorno e alla luce del giorno. Poi ognuno prenda la sua strada. Che il nostro Balicci è un vero misantropo e già malamente sopporta la sua sola presenza in una stanza. 

Cominciarono a leggere. La ragazza ripeteva le parole stampate. E l’anziano Balicci da bravo ventriloquo in silenzio le ripassava sulle sue labbra. Però subito si accorse che qualcosa non funzionava, non era come se l’era immaginata. Non quadrava. La voce della ragazza ronzava nelle orecchie dell’anziano Balicci troppo velocemente. Non si posava su certe parole invece che su altre. Si vedeva che l’anziano Balicci era infastidito. E più e più volte indietro la faceva ritornare, a riprendere da capo quel paragrafo. E ancora molte volte l’anziano Balicci sulla poltrona s’agitava, come uno legato, gesticolando con le mani come a fermare un treno che lo sta per travolgere, lui disteso e legato sui binari.

La ragazza doveva leggere più lentamente e a bassa voce, le spiegava l’anziano Balicci. Un sussurro lieve, doveva essere. Perché lui era uno di quelli che leggevano con gli occhi. Ma anche così, dopo due o tre sole righe, la corsa riprendeva, e a rotta di collo e il giovane Balicci, volevo dire l’anziano Balicci, scuoteva di nuovo il capo come un cavallo stanco.

Qualcosa ancora non funzionava. Propose si leggere in silenzio. Sì, in silenzio, senza emettere suono da quella sua bocca. Ma questo voleva dire allora leggere per se stessi. E che motivo c’era allora? Era semplicemente pazzesco. L’anziano Balicci si sarebbe accontentato di percepire lo sfrigolio delle pagine voltate. Di tanto in tanto avrebbe chiesto come procedeva la lettura, a che punto si trovava. Ma molte volte non riceveva nemmeno risposta, pensò che quella giovane e bella figliola doveva essere immersa nella lettura da non sentire le voci dal di qua della finzione, che noi sappiamo invece dove stava, di là, scivolata di poltrona come un gatto di neve e riversata in cucina a conversare con la governate o al telefono con chissà chi. Poi ritornava con altrettanto passo felpato a smuovere il silenzio nella stanza, leggeva qualche riga a voce alta.

Le cose sarebbero potute continuare magnificamente se non fosse per l’eccentricità di questo vecchio lettore. Un giorno l’anziano Balicci chiese alla bella figliola di leggere un certo libro. E fu a questo punto che le cose si andarono complicando. Quando cioè la lettura cominciò a deformare la realtà. O quale poteva essere quel residuo di realtà rimasta, radica morente, come un ricordo di poco sbiadito nella memoria dell’anziano Balicci. Il problema è che il ricordo era già falso in partenza. Lo scrittore aveva descritto un quartiere di una città in modo del tutto arbitrario senza andare a verificarne poi il reale stato scenografico. Forse neanche tanto importante ai fini della sua storia. Ma il fatto è che nel libro c’era stata questa descrizione paesaggistica ed era riuscita così bene, che ci sarebbe persino motivo di credere ad insaputa del suo stesso autore, da andarsi a conquistare un posticino nella mente puttana del giovane Balicci (qui sì che possiamo ricordarlo giovane, così come lo sono tutti o lo furono forse in un’altra vita). La ragazza che, come abbiamo già detto, è una vera amante della vita, e soprattutto di quella di genere maschile, come è giustissimo per il normale corso delle cose di natura, c’era stata in quella bella città (per un bel viaggio fatto, bello bello, guarda un po’, proprio l’anno scorso), insisteva col dire che quella descrizione era pessima, molte cose non quadravano, non c’erano, e questo non è così, e quell’altro nemmeno, insomma lo scrittore s’era inventato tutto alla faccia di chi non ci vede, ecco. Lei invece, la ragazza c’era stata in quella città, s’era divertita un mondo, aveva incontrato molta gente, stretto amicizie, respirato aria diversa, migliore (è sempre migliore l’aria del vicino, o era l’erba? Sì, accendiamo! Scusate.) e perciò sapeva chiaramente come stavano le cose e questo, all’anziano Balicci, non andava giù. Comincia a urlare, a imprecare tutti i tempi e i luoghi conosciuti, e quelli meno noti ai più, almeno in un mondo di carta,* e se solo avesse avuto ancora la vista, lui vittima di quel mondo che lo rese cieco e sordo, zoppo e quasi senza fiato, avrebbe fatto senz’altro un’altra vittima afferrandola per il collo con le sue mani da maschio e l’avrebbe strangolata di certo come tutti i libri che adesso è chiaro chi aveva ucciso.

Può darsi. Ma questo è solo un caso… e non è sufficiente.

 

 

* Mondo di carta è una novella di Pirandello

 

 

 

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One thought on “Leggere uccide mondi di carta

  1. poetella ha detto:

    stupendo!
    ma come cacchio fanno a non commentare un brano così…
    ché ci sarebbe tanto, tantissimo da dire…e direi, certo che direi se non avessi l’arrosto sul fuoco che deve essere custodito se non si vuole correre il rischio penosissimo di bruciarlo, con grave dispitto mio e di tutti i commensali…
    Tornerò.

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