5. Leggere uccide – Gli occhiali da sole

 

Un mattino di splendida luce, in fondo a un cassetto della scrivania, notai quasi nascoste, le mie vecchie e scure lenti da sole starsene, chissà da quanto tempo, là, in un angolo, al riparo nel loro astuccio comodamente sdraiate a braccia incrociate dietro la nuca. Sembravano scrutarmi, in una sorta di rimprovero, come la coda di un cane che scodinzola in un pianto silenzioso per fare un giro. Allora posai le mie lenti da vista sul tavolo e senza pensare a cosa mi sarebbe accaduto mi inoltrai nel buio, per così dire. Naturalmente è un’esagerazione. Ma ditemi voi se un mezzo cieco con gli occhiali da sole non è ancora di metà più cieco. Però non mi importava. Mi alzai dalla scrivania con le mie vecchie e scure lenti da sole e a passo sicuro uscii di casa. Il buio mi avrebbe guidato. Presi la bici e cominciai a pedalare, scuro e silenzioso ma deciso. E mentre pedalavo dietro i miei occhiali da cavallo sentivo ch’era questa la soluzione imponderabile. Andare dritti per la propria strada, raggiungere la meta che sempre più sembra allontanarsi man mano che ci si avvicina, non curarsi dei paesaggi, dei cartelloni pubblicitari che si alternano a spalle poggiate ai muri, e che si differenziano le une dalle altre soltanto per le dimensioni, ma entrambe prive della terza dimensione. Io pedalavo, come ognuno convinto di rotolare per la propria strada dritta anche se si incurva come lingua di cane verso il basso. Questa era la strada. Non vedere nessuno che ti guarda. Essere sempre più determinati come freccia che imita il declino della sete. Puntare l’obiettivo che ci inquadra per essere scelto. Trovare un muro libero e senza divieto di affissione. Non curarsi nemmeno di questo, di nessuno, non scegliere, non essere scelto. Ricambiare i saluti delle ombre. Incondizionatamente senza privilegio per alcuno. Ritenersi fortunati se si è riconosciuta qualche voce. Perché i ciechi siamo noi e gli altri non sanno di essere non visti. La strada s’accorcia man mano che la notte negli occhi aumenta. E la colpa ci consuma dentro. In camera da letto troveranno un corpo di donna che piange sangue. E ci addosseranno anche questo mistero. E a noi toccherà ficcarci due dita in gola e poi negli occhi stanchi. Un gesto  simile si compie quando, affaticati da tutto ciò che ci circonda, ci si consegna rassegnati al criminoso destino di figli. 

 

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