EXIT

Sarebbe stato più facile lanciare un grido e farla finita così, ma in quel momento eravamo paralizzati, completamente agghiacciati sulle poltrone del cinema. Fuori, e dunque dietro le quinte, pioveva con tanto di effetti sonori. Noi ci trovavamo letteralmente nelle mani dei nostri sequestratori. Anche quando si accesero le luci, stamattina, come tutte le mattine, ci volle del tempo, prima che gli occhi ridisegnassero le forme ordinarie e restituissero pienezza a ogni sagoma febbricitante di alzarsi ognuna dalla poltrona numerata in cui vi era andata a sprofondare. Poi, non so cosa fosse successo, scompiglio tutt’intorno. Il panico. Tutta una folla apparentemente in delirio, seguivano un ordine segreto. La sala cominciava a poco a poco a svuotarsi. Tutti diretti verso un cartello con su scritto EXIT. Dunque, esso fu. (Cosa? Il mondo). Ci accoglie a braccia aperte come crocifisso. Sullo schermo, incolonnati e messi in riga, i nomi degli attori e dei personaggi, scelti con la meticolosa cura di un falsario, o di un fotografo, tutti quei nomi stesi lì, sul filo, come banconote d’identità, una accanto all’altra ad asciugare, come di fronte alla verità del personaggio, mille ritratti risalivano per scomparire forse nel buco del culo della notte, oltre la coda dei titoli, oltre la striscia nera del cielo, invisibile come una giarrettiera sotto l’orlo di una gonna, come pesciolini venivano issati su con forza su una scialuppa di salvataggio. Oltre la superficie d’acqua fredda di granito. Fredda. Ecco. Lanciare un grido sarebbe stato un’àncora di salvezza, un bicchiere d’acqua, un chiedere aiuto perché non fuggissero, con tutti nodi alle  parole, non ve ne andate, li catturassero di nuovo, non si ingannassero oltre. Oltre il tempo. Non possiamo trattenerli oltre, dissero alcune voci senza forma. Oltre la finzione. Non si può ripetere oltre la calda scorreggia della creazione. Una vibrazione nata in qualche punto della stanza e andata a morire sulla tua bocca. Tu mi eri entrata dentro con tutto il tuo corso di recitazione sulle spalle, come un corpo estraneo che bisognava espellere. Ecco, mi chiamarono, sollecitandomi d’evacuare il locale. Stava entrano acqua, infradiciando le poltrone fino all’ossa. Hanno acceso tutte le luci per questo, ma nessuno riuscirà mai a riprenderli, quelli là. Si sono aperti un varco per strada, una breccia sulla (parete di) fronte. Sono fuggiti nel delirio. E poi, ho motivo di credere che nessuno ci avrebbe sentito. Così come ci trovarono, con un rasoio d’acqua alla gola. Tutti presi com’erano a calpestarsi i piedi l’un l’altro, a tirarsi per le maniche o le orecchie. Fuori di qui, non vi sopporto, maledette parole (in italiano nel testo), mi disgusta la vostra presenza. Ma parliamone. Parliamone. Per piacere. Calma. Pazienza. Cosa è successo? Per questa sera. Facciamo presto. Dimentichiamo. Ne riparliamo domani. Sì, ma intanto potete restituirmi alla realtà? Sono stanco di ripetermi.

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