Fuori luogo

Ci sono dei momenti che resto imbarazzato e pieno di gioia a contemplare il ritratto di una piccola parte di mondo. Con la bocca socchiusa e i denti un poco tremanti ma indifferenti al vento o al freddo di certe giornate.Altre volte invece mi toglierei volentieri la vita. Cosciente che è la vita il dono più prezioso. E nient’altro. Me ne sbarazzerei così come la sera prima di andare a dormire pigiamo con il dito sull’interruttore della luce. Ma un’indole codarda, che da sempre mi ha contraddistinto dagli eroi di cui ne è piena la nostra storia sia fisica che letteraria, mi ha sempre fatto desistere dall’eroico compimento. Né appropriarmi di favori o di ricchezze altrui mi ha mai entusiasmato. Così l’unica trappola in cui non evito mai di cadere è il buio di questa stanza dove a una parete manca un tassello. Una finestra. Eccola qua.Mi affaccio su questo angolo di mondo. Come in uno specchio, la mattina, col rasoio tra le dita sporche di sangue, per un taglio a un labbro mentre distrattamente ci si radeva. Mi affaccio su questo volto che è il mondo e nello stesso momento porto due dita sul labbro insanguinato. Me lo impone una certa abitudine di tormentare le ferite. E non devo essere l’unico.Là in fondo c’è il mare e qui sotto un giardino che da quando ho memoria è sempre stato abbandonato. Sulla spiaggia riesco a vedere alcune canne da pesca piazzate alla giusta distanza l’una dall’altra e pronte a captare la minima vibrazione. Un uomo col maglione rosso di tanto in tanto ne afferra una e ne riavvolge il sottile filo come se fosse la pellicola di un film.

Ma è a questo punto che non riesco più a trovare le parole. Né io vorrei. Perché so già che non servirebbe a niente. E devo ribellarmi con tutte le mie forze a questo dolce e seducente richiamo della poesia. Mi tiro indietro di scatto, come strappando un morso al vetro liscio e ondoso del mio pensiero.  Mi sento le braccia legate, anzi è come se non le avessi. Mi butto a terra sperando di fare forza con tutto il peso del corpo. Mi agito per terra come un epilettico. Dentro la testa, mi sento d’impazzire. Ma non posso cedere. Il silenzio. La fine. La quiete. Un suono nella testa mi esplode continuamente come le onde di un diapason sbattuto sulla costa. E in più è come se fossi un vegetale, o meglio, mi sento come un’alga per niente indifferente al vento o al freddo di certe giornate. Il cui destino è deciso da uno stupro. Come pure la terra qua sotto, bruciata dall’incuria. E la bocca sporca di sangue. E

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