WC

Da qualche tempo a questa parte non si fa altro che ripetere, tra le altre e tantissime cose, più o meno esplicitamente, o forse sono io, ormai giunto alle ultime emissioni di fumo della mia vita, ad essere di poco più avanti, come la doppia W luminosa disegnata a terra, sulla strada, dai fari di un auto che ronfa nella notte come le braccia di un sonnambulo ubriaco o le corna di una lumaca che tastano il cerchio dell’aria impercettibile, a intuirne o meglio percepirne l’imbroglio nei suddetti dialoghi, quando se ne presenta l’occasione, come adesso in questo prorompente ribollire da un tombino della fogna: oscuro ipogeo, reclamata condotta, dove finisce sempre chi ci vuole bene, anche nel fango, dico, di una C che sta per creazione, da/per sempre nei più diversi luoghi e momenti, salotti o mercati, si ripete che la più astuta invenzione del diavolo sia stata quella di farci credere che il diavolo non esiste, e, nel ripeterlo, come Baudelaire, il primo si presume ad aver messo in giro questa voce, da bravo ragazzo ben addestrato qual’era, oltre che fradicio d’erbe e d’assoluto, crediamo di fare la nostra bella mostra di cultura, o almeno si faceva, perché in ultima voce, quella dove ognuno ne voleva alludere a un’altra, speculare e sanguinolenta, non si può far altro che confermare quel che si era detto, e in questo, ora, non si può, e nella maniera più assoluta, non ostentare un minimo di intellettuale cinismo e grossolana soddisfazione o in-soddisfazione. Sì, si diceva così, in modo d’essere liberi di agire, di mandare al diavolo chi ci pare, o di prendere nel sacco quello che più ci piace, di scrivere o dire o fare quello che si vuole. E anche adesso, se state leggendo queste righe, potete crederci, in qualità di scrittore io non esisto più di una foresta rasa al suolo dal fuoco rubato a un canestro  riflesso a una finestra di una camera del sesto piano bruciata, a Sesto S. Giovanni, che le autorità circonderanno di sigilli. Già sento il sibilo del gas nelle orecchie: “Vieni!”, insinuare tentazioni, sebbene io stia già dormendo sdraiato comodamente su questo rossiccio pagliericcio con le dita intrecciate sopra il petto, intuirne il senso, alterarne le tensioni, modificarne il volume, bilanciarne il peso agendo sulle apposite manopole di controllo. E non lo dico per rovesciare il guanto di questa offesa, o maledire l’assenza, l’altra, di quell’altra mano fredda a rovistare gli occhi dentro nuvole a forma di mutande o mutande cariche di fulmini e urina, ma altresì invece per denunciare il distillato genoma di roghi e la pluridecorata legione di pannocchie.  Presto ci incateneremo come eretici ai pali, i pali nei campi mascherati da Priamo o Priapo, non ricordo più bene, con indosso una tunica scarlatta e per cappello un elmo piumato, e ci eleveremo nel suo regno, come fari di fuoco che incornano il cielo, in alto, a fecondarne il femminino tremore, come fumo negli occhi che ascende a oscurare il sole. “E un gran segno fu visto nel cielo, una donna rivestita del sole, e la luna era sotto i suoi piedi…” Adesso sì che possiamo decantarlo questo mondo.

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