Nauseaa

Mi stavo svegliando con un’immagine forte.

Ma anche col desiderio guerriero di sputare.

Come una goccia di rugiada che scivola via, ogni mattina, per il solco tracciato sulla schiena di una foglia, per la spina dorsale di una foglia, ed è felice di cadere nel cerchio della bocca di un vaso come un puntino sulla terza vocale, determinante come la tonica di un accordo che ne stabilisce se è maggiore o minore.

A volte può anche capitare che precipiti fuori da quest’infinito,/fuori dalle restrizioni di un corpo,/oppure delle labbra o sul bordo/delle ciglia sta una lacrima/in cui l’anima tutta si/manifesta e intercede.

Questo è il suo sogno,

molteplice e singolare,

durante la notte,

questo il suo destino

irreparabile, e per tutta la notte non fa altro che concentrarsi affinché, di goccia in goccia, al mattino, possa bere da quante più bocche possibile, e alla fine sciogliersi in luce, in una luce unica e avvolgente, in uno splendore ialino di luce, nell’agglutinato globo, nell’irradiante solitudine di un astro nascente.

Ma pur sempre di una sola notte si tratta, sferica e perfetta e solitaria.

Io sono uno sputo, un’orribile sputo, un agglomerato di notti, di sfere, di sogni. Un deposito di immagini opaline che si dovranno abbandonare e lanciare sul banco verde di un croupier o di marmo di un macellaio, come le sei facce di un dado dal buio vagamente stretto di una mano.

Sono una carica elettronegativa.

Sono una parola che non andrebbe mai pronunciata. Una parola cattiva e giusta perché tutto quello che esce di bocca è cattivo e giusto.

Sono un malessere.

E proprio un malessere mi aveva colto nel sonno.

Ma chi? Ma cosa?

 

Nausea.

E non c’entra niente io mare.

Nell’etimo. Nausea. Naufragio.

Nausea.

 

Sì.

Può darsi.

Forse Nausicaa.

Sì, magari.

Ma invece no. Solo nausea.

 

Nausea.

Nausea.

 

Sì, nausea, ma ingiustificata.

Non ricordavo di essermi coricato ubriaco.

Non ricordo di essermi coricato.

Non accusavo un eccessivo dolore alla testa. Stavo svegliandomi. Ecco tutto.

La nausea stava scavando la sua strada.

Nel mondo.

Stava deportandomi, nel fango, e io non avrei potuto farci niente.

 

Una cosa però la sapevo. Doveva andarsene. Oppure, andarmene io. Questo era tutto quello che nell’incoscienza riuscivo a capire, a percepire.

Ma andarmene dove?

Oppure andarmene perché?

E da quale e verso dove orientare il cammino? E se invece questo andarsene voleva dire tornare? La risposta mi sembrò uguale come la doppiamente falsa e simmetrica domanda. E non c’è moto di luogo che persuade.

Andarsene.

Sì!

Prima che sia troppo tardi. Mi dicevo.

Fare qualcosa.

Cosa?

Svegliarsi.

Ecco!

Raccoglievo in bocca quanto più saliva mi era possibile.

Per uno sputo come si deve.

Non potevo evitarlo.

Sentivo freddo.

Sudavo.

Dovevo sputare.

In realtà non potevo farci niente.  Ma ebbi come la sensazione di un deserto nella bocca.

La bocca secca.

E la saliva, che insieme al fiato andavo raccogliendo, mi sembrava come se fosse soltanto un miraggio della mia necessità di sputare. Di sputarmi nel fango. Addosso.

Di sputare.

di-sputare?

 

Un delirio. Mi è sempre riuscito difficile accettarmi accettare fuori di me.

E dunque inghiottii. Forse per paura. Non lo so. È sempre stato così. Inghiottii.

Forse il vuoto.

Forse per adescare il vomito, forse per farlo uscire allo scoperto.

Mi svegliai. E fu subito chiaro e giusto.

In fondo non fui altro che uno scarto di sofferenze; e bene lo posso comprendere questo, altro non potrei fare in questo momento se non abusarmi con banale compiacenza.

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