Munch-Hausen?

La dimora divorata?

 

 

 

no lupus in fabula sed in equo

 

 

 

insomma

 

 

 

 

 

 

 

Ma un viso senza occhi è pur sempre un viso

che non può superarsi, che non può superare

la fisicità dell’occhio attraverso lo sguardo.

J. P. Sartre

 

 

 

 

 

Per tutta la notte, nel sonno, o in qualcosa di molto simile al sonno, non ho fatto altro che ripetermi questa parola, superarsi. Ma che significa? Non ho nessuna intenzioni di superarmi. Nessun uomo può superare se stesso. Al massimo può superare un altro uomo, ma non può superare se stesso. È come chiedere al mare di superarsi. Il mare ci prova poverino, ma è come un cane che cerca di mordersi la coda, è ridicolo, non è fisicamente possibile. È una bestia in catene. Un condannato con una palla di piombo al piede. Può solo arrivare fino a un certo punto, poi è come strattonato indietro, trattenuto da una forza statica che per lui è invisibile, in questo caso la catena del cane, che sembra pure lontano, tipo la luna, eppure è dunque proprio per questo invincibile. Un’onda dopo l’altra si ritrova nuovamente al punto di partenza, e non può farci niente.  È condannato a rimanere sul posto al suo posto. (eh?)

Alle corse dei cavalli succede più o meno la stessa cosa. Nei circuiti ovali, intendo, si ruota sempre attorno a un campo dove l’occhio scrupoloso della videocamera segue ed anzi insegue la corsa di quei schiumanti destrieri chiamati a evadere dalle celle in cui a forza erano stati rinchiusi.

Da sempre (e per sempre) è come se mi trovassi sull’orlo di un mare, come pure della vita, e non ho nessuna intenzione di superarmi. Almeno non in senso qualitativo, ma fisico. Sì, fisicamente può darsi mi interessi di più. Però neanche questo mi interessa e credo di non essere il solo, non andrei da nessuna parte.

Però c’era quest’immagine che continuava a calpestarmi nella mente. E non vedo perché dovrei imputarmi su questa ridicola parola. Superarsi.

Avevo ben nitida tutta la scena, potete starne certi. L’unica cosa che mi premeva maggiormente era il desiderio, anche questo fastidioso (-issimo) di registrarla. Non potevo permettermi di dimenticarmene. Non dimenticare, mi ripetevo. Non dimenticare, in quello stato di incoscienza per niente inconscia.

Avevo superato già questo limite dell’uomo, ero padrone del mio sogno come mai sono stato niente nella vita. Dovevo ricordarmene, questa la conclusione, questo era tutto. A che cosa serviva superarsi ancora e lasciarsi rapire così da/per  questa immagine? La luna, la luna!

 

Stavo coricato sul letto e pensavo ossessivamente di superarmi nella corsa, perché correvo, dovevo al più presto scriverlo, all’indomani, certo, quando mi sarei svegliato, immagino. Era nel sogno anche lì una questione di vita o di morte, di morte soprattutto, anche se non ricordavo chi o che cosa non avesse più intenzione di vivere. Di esistere. Se l’esistenza viene prima dell’essere, come scrisse una volta qualcuno. Avrei dovuto scriverlo.

 

Stavo di nuovo cominciando a pensare alla maniera più facile di uscire di scena che, tra le altre cose, non ho mai calpestato. Siamo consapevoli del fatto che tutto muore, e non volevo starmene sulla spiaggia con le mani in mano a perdere tempo e prendere il sole e aspettare chi non arriva mai e vedere chi se ne và, volevo dare una mano, darmi da fare e perdermi.

 

Correvo, anzi corro, piuttosto fuggivo (gli sguardi che correvano e nella corsa cercavano di fermarmi, ma niente si può fermare. Non mi rimane neppure un ricordo. La sua bellezza non è più niente. Niente!), correvo, anzi piuttosto rincorrevo il fiato alla ricerca dell’ultimo –

 

e correvo quasi fossi un miraggio lontano –

io stesso mi vedevo correre e dovevo superarmi

(“un miraggio nato dal luccichio pallido del cielo nell’acqua”)

 

L’essenziale è invisibile agli occhi. (Secondo Sartre). Ma sarà poi vero? Non lo so Paul, devo pensarci. Ma cosa è essenziale? Essenziale è la verità? E dunque la verità che è invisibile agli occhi. Ma la verità è essenziale?

 

Dovevo scriverla questa cosa qui, dovevo al più presto, all’indomani mattina, reclamare il diritto di vedere senza essere visti – scrivere

 

un miraggio quasi non mi fosse dato di avere nemmeno più questo mio corpo.

Ma allora chi era se non era “io” (inteso come una parte di me) a guardare il mio corpo lontano correre e raggiungermi da dietro come l’ombra di lato b-anale della morte alle calcagna?

 

La morte, famelica, questo lupo che inseguiva il barone di Munchhausen penetrato nel gelido inverno della Russia, dopo aver preso una slitta a un solo cavallo ed essersi lanciato per le strade bianche di Pietroburgo, questa morte famelica, questo lupo dalla fame pendente dal muso e anzi vorticante come un’elica da aeroplano della prima guerra, come pure tra le prime necessità della vita, questa fame dispotica che lo costringe a correre dietro ai culi delle bestie. Escludendo l’uomo perché l’uomo è indegno dell’interesse del lupo. Perciò il barone viene ignorato e dunque con un balzo in lungo prodigioso prontamente scavalcato. Il bersaglio è il cavallo. Il lupo azzanna le poderose cosce una volta parchiate adesso anch’esse tatuate del destriero e lo comincia a divorare, a brani, a prose, a poesie. E il destriero continua a correre e correre sempre più veloce e senza nemmeno avvedersene s’avvicina alla fine. Il lupo divora  il cavallo, mentre il cavallo divora la strada. Il barone assiste stupito al prodigio degli eventi.  La strada sembra non finire mai. La strada non finisce, il cavallo sì. Il barone coglie l’occasione. Con un colpo di frusta spinge il lupo a scattare in avanti. La carcassa del cavallo va in frantumi. Il lupo è ora al posto del cavallo. Il lupo è imbrigliato nei finimenti del cavallo.

Chi è ora la morte?

Morte era il freddo e la fame dell’inverno. Morte fu il lupo per il cavallo. Morte è l’ardente frusta del freddo e della fame. Che cos’è ora la morte se non l’intelligenza di carpire le cose!

 

 

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3 thoughts on “Munch-Hausen?

    1. wordinprogress says:

      veramente i 20 anni li ho superati da un po’ (tanto per rimanere in tema del post, eheheh) però, sì, quando scrissi questa assurda cosa qua potevo avere 20 anni o su di lì. quindi il tuo ego è salvo, nel caso contrario mi dispiace, ma magari è l’occasione per rimetterlo in forma o in una nuova forma.

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