Senza di NOI… figure immaginarie nell’UNIVERSO

 

Manuel indietreggiò per vedere meglio cosa stava fotografando. Indietreggiò di un passo, poi ancora un altro, poi un altro ancora, perché sono le distanze, dice, gli piace ripetere/ricordare/ricordarsi, sono le distanze che ci aiutano a mettere a fuoco il soggetto che vogliamo fotografare. Ma anche forse sono le stesse distanze che ci aiutano a mettere a fuoco le distanze. Così Manuel indietreggiò, abbiamo detto. Fece un passo indietro poi ancora un altro poi un altro ancora. Poi si voltò e cominciò a camminare, e tanto camminò che quasi raggiunse se stesso che camminava come un altro dietro a un altro più avanti. Ma l’altro è sempre dall’altra parte. Così Manuel si voltò e un passo dopo l’altro ritornò sui suoi passi trascurandosi nell’aspetto ma non nel pensare, lasciandosi crescere strani bitorzoli in viso e oscure ammaccature spuntavano improvvise e quindi i capelli e la barba e le unghie persino, lasciato in balìa di se stesso e delle collisioni come un asteroide nel buio universo o un corpo vegetale, una patata ad esempio, che invero tanto a quello le somiglia, immersa in un bicchiere pieno d’acqua, le radici si aggrovigliano e moltiplicano, crescono come i passi in un labirinto, e fuori la vegetazione eguaglia la sotterranea ricerca della fonte, ma più estesamente, fino a non riconoscersi più e infatti Manuel non si riconobbe quando si trovò di nuovo di fronte a uno specchio cresciuto come il gigante che cercava di fotografare da anni per intero ma senza mai riuscirci, perché il confine è sempre più in là, nel futuro.

“Mi rimane il tuo odore sulla pelle – pensò –  infiltratosi mette radici e si appropria di tutto quanto me stesso, del poco spazio che ho da offrire. Tu sei in un luogo remoto, tu sei viva. Lo so. Mentre io di qua sto subendo una metamorfosi, mi annullo. E io volentieri tornerei ad essere niente. Per strada la gente mi parla di te come se io fossi te stessa. E’ comprensibile. Li abbiamo abituati a farci vedere sempre insieme, come due esseri siamesi attaccati per l’anima. E dopo la chirurgia del risveglio è strano ritrovarsi in due luoghi nello stesso momento. Ma se tutti fossero ciechi, allora sì, crederebbero di rivolgersi a te, e non al mio fantasma mentre ti cerca nell’orbita incompiuta”.

Poi all’improvviso Manuel si pronunciò: <<Io dico che alla cieca continuo ad aggirarmi per il mondo, o a memoria, se più si preferisce, tra le ombre che ricordo, se del nulla ci può essere ricordo.

E poi è tutto fuori fuoco, fuori bordo, tutto ciò che ci circonda ci mette all’angolo e in tensione come l’angolo di bugna di una vela, o l’arco con la sua freccia, pronti a schizzare via e scomparire improvvisamente da un momento all’altro, ciecamente, così non troviamo mai un vero centro, sono le spigolose distanze della gente senza volto, ma con queste acute escrescenze ricresciutegli in testa, o sul naso, come a quegli angeli caduti o a unicorni mai visti; senza bocca, ma che pure parla, come un pozzo o una voragine di scienza senza però dire niente più di putridri miasmi o nefandi climi; senza occhi, per piangere, ma che pure leggono, riflessi sui crateri della pagina senza però vedere quello che c’è pure scritto. È tutto così ovvio. Sarà per via delle lacrime che di solito vengono dopo. Ma non sempre e non stavolta. Spontanee e vagamente silenziose come bave di ragno a tessere la nostra morte o di lumaca a profanarci dall’esistenza.

Ma luminosa la gente

per aver preso troppo

sole, adesso illumina

da dentro. Come adesso,

mentre scrivo, deve essere un sogno incominciato da qualche parte senza di noi, senza metterci a dormire, un sogno che ci rende ancora meno vivi>>.

 

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