siderius in medio stat

Tornavamo in macchina verso casa, verso sera, verso il sole. Quando posasti la tua mano sulla mia coscia come su un libro che non sapevi di dover scrivere. Sentii in quel momento un brivido oltre il distacco e la paura di volermi restituire qualcosa d’impreciso. Qualcosa di cui neppure tu ne conoscevi il volto tremante come di luna nell’acqua. E posasti la mano guidata dal pensiero quasi a volertene sincerare lo sguardo che ti compensava presente. Come le impronte rugose dell’albero, a combaciare talvolta l’impossibilità degli istanti, mentre parole mute e trasparenti si miscelavano nel pensiero colmo d’inchiostro e nel corpo di sangue in frenetica ebollizione. Mi si gonfiava il sesso tra le gambe e non sapevo che fare. Premere di più sul pedale dell’acceleratore. O meglio, su quello del freno! E quindi fermarsi, spogliarsi, fare l’amore. Fu come un risveglio stretto alla mano in penombra in un cinema complice ai nostri sguardi riflessi [c’è la luna là fuori, non vedi?/dice un poeta al suo spettro/sullo schermo di un cinema all’aperto/ed entrambi stan lì inconsapevoli/a illuminarci lontane tenerezze di stelle/- sono là tutti i poeti a scrivere versi dal cielo/non si avvedono della nuova dimora – mentre noi ancora viviamo in questa bolgia/piena di uomini che paiono bestie/o è più vero il contrario/gettati prematuri nei cassonetti… da un libro all’alba fummo strappati/come qualcosa d’importante, una poesia da ricordare] ed anche allora sentii che t’avrei perduta come un sasso gettato in acqua e dimenticato. Amo chi non esiste!

In “La jetèe” (1962, fotomontaggio animato del regista francese Chris Marker) un uomo e una donna passeggiano nei giardini pubblici parigini. Si fermano davanti a un albero di sequoia (sempre verde, sempre vivo, almeno finché non viene reciso per le dimostrazioni storiche, o anacronistiche), e lì, l’uomo coglie l’occasione per raccontare le sue origini, approfittando dell’albero come di una lavagna su cui disegnare il promemoria di quanto ancora deve accadere. Si avvicina alla corteccia dell’albero, ne misura approssimativamente la distanza di un palmo di mano, indica un punto nell’aria, fuori dalla corteccia. Nato nel futuro. Fuori dall’infinito. Dentro, solo la solitudine profonda e lontanissima dal primo cerchio, unico seme. E la solitudine insistente di vivere tra i (non ancora) morti.

Tornerai. Mi dico. È il destino della scrittura. Tornare indietro, risalire il corso funebre dalla fine di un mare in fermento. Perché il presente sia, crescendo, la punta delle dita di quella distanza. Tornerai rieducando la memoria. Saggiando il piacere della mia dimenticanza. Il contrappunto di un’eco costante e antichissima. Tornerai. Sì, certo. Ma qui intanto ogni aurora ripropone il suo tormento. Mi risveglio tutto bagnato, gettato come un sasso all’incontinenza delle parole dettate da mille bicchieri di vino. E se è vero che da un momento all’altro si può anche morire da un po’ di tempo le mie giornate s’aprono come in sogno un colpo di mano al volante in tangenziale, agendo sui pedali, innestare la marcia, di nuovo, perché l’occasione sta nel mezzo, andare o no controsenso in autostrada, perché non è affatto vero che si muore da un momento all’altro, ma si potrebbe anche. Sì certo. Tornerai. Come ritornano i sogni e i desideri dispersi per strada simili a lunghi lamenti di gatti ubriachi travolti da una macchina che passava proprio in quel momento o dal cerchio della luna chissà- luce di un faro inesistente. Tornerai e di nuovo saremo soli, fuori da un angolo di mondo a cancellare con le gomme stridenti sull’asfalto le ultime righe, sinuose e parallele, di una poesia non scritta e mai sentita nemmeno in sogno.

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