my easter day

Ieri sono uscito. C’era da portare fuori la spazzatura, così sono uscito. Sono uscito fuori di testa, ieri sera, come Eraclito fuori dalla piramide di sterco in cui s’immerse fino al collo forse senza essere neppure malato. Ed io non sono nemmeno morto. Mi dico. Mi ripeto per darmi coraggio. Inceppato nel tempo a inventare ricordi caduti come stelle o capelli tutti non uguali epidermici i giorni a concimarmi la paralisi del vuoto attorno al mio cuore impugnato aggrinzito come sicura che s’inceppa a impedire lo sparo al passato e ti costringe ad usare le mani a strangolarti al guinzaglio dell’aria, perché in realtà è solo uccidendo il futuro che il passato muore.

Ieri sera sono uscito, avevo detto, per gettarmi nella grande bocca cassonetto del mondo. Di colpo sono lo spettro dell’uomo di un tempo… cantano i Beatles in una loro famosissima canzone. Porto a spasso il mio cotto odore che per tutti invecchia, come una patata bollente fra le braccia della folla. Ma per me rimane lo stesso il giorno, riecheggiavo nella mia mente, un altro relitto incagliato sulla comoda poltrona della cronaca.
Ed ecco che tutto d’un tratto m’abbandono, esco per strada, guardo dal basso il balcone. Mi avvicino alla spiaggia che attraverso a piedi nudi come vento su un campo di fiori morti, carboni spenti. Eppure so che dovrò allontanarmi di nuovo, attraversarmi, vincere la nausea e la vertigine, e abbandonarmi per sempre come uno stronzo di cane sul giornale.

E le parole che vengono fuori come formichine in cerca di rifiuti e di odori sulle mani sulla punta delle dita sulle sue labbra la lingua sulla sua fronte un bacio a sciogliere le innevate vette di un sipario per inventare nuove strade, nuovi incontri e nessun tramonto alle spalle: mentre tutt’intorno statue di luce e di sale ci accecano i proiettori ci pre(te)ndono di mira e i vuoti allagano conforti enigmi e masturbazioni. L’alcol ingerito gonfia il lavorìo degli occhi, plasma un amore di cera con le sue quattr’ossa messe in un piatto come le strisce pedonali tutte intorno a una piazza o a un letto che improvvisamente scodinzola – io rimescolavo tutte le nettezze della vita con le persone che non hanno tutte le virgole al loro posto. Le maschere s’appiccicano agli occhi come manifesti d’immagini pubblicitarie ai muri sporchi, cimici alla pelle, bisogna grattarsi come cani randagi, dimenarsi per terra a spegnersi le fiamme della passione. Cristo! E smetterla di scivolare sempre nel fango, o nella merda dei sempre troppi cani per strada, divenire polvere e gente lanciata a terra come dadi dal balcone, sfidare le traiettorie infuocate o quei due diversi e identici sguardi sul campo da gioco. Diventare polvere e gente lanciata a terra come dadi, ho detto, come pietre numerate, matricole, codici a barre in altri porti, altri confini, altro oriente.

Il grande e il piccolo coincidono. Come iceberg nel bicchiere… … ci sciogliamo. Ed è proprio vero: Fuori dal proprio habitat nulla dura né perdura.
E le mani che ci raccolgono avide e premurose di portarci la croce e dopo un soffio di buon auspicio dell’amata, o meglio ancora dell’amante, come se questo solo potesse bastare, a gelare la febbre, a smorzare la tensione, di nuovo ci scaraventano sul tappeto e di nuovo il fango e di nuovo ancora le fiamme, la merda che tutt’intorno ci abbraccia e così facendo quanto meno ci protegge, quasi anch’essa per difetto di reciprocità o vicinanza all’aberrazione, finché non estrarranno tutti i chiodi e il chiodo piantato nella mano in fiore innestata a un tavolo, assorbirne la storia e il destino, rimarcarne il silenzio che il tavolo racconta. Perché in verità non c’era nessuna storia da raccontare. Perché in verità non c’era nessuna storia. Perché in verità non c’era.
Allora ho tolto dalla sporca parete/memoria ogni cosa. Dalla parete il quadro. Dal quadro la cornice. Dalla cornice la sagoma di un giovane artista. In quella sagoma residuo sul muro è il chiodo fisso di una storia vuota adesso, ma sana e vergine di ogni volgarità. Ieri sera sono uscito, ho detto. C’era da portare fuori la spazzatura.

 

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