L’attimo si dilata

 

Mentre l’imperatore fissava il suo volto riflesso nello specchio, esso divenne prima una macchia rosso sangue e poi un teschio dal quale gocciolava muco.

L’imperatore si girò inorridito. “Vostra Altezza”, disse Shenkua, “non rivolga altrove lo sguardo. Ha semplicemente visto il principio e la fine della Sua vita. Continui a fissare lo specchio e vedrà tutto ciò che è e che può essere. E quando avrà raggiunto il più alto grado di stupore, lo specchio stesso Le mostrerà quelle cose che non possono esistere…”

Ching Nung, “Tutto intorno agli specchi”

 

 

 

 

Che l’esistenza stessa sia delusione? Non lo so. Che l’esistenza sia distruzione? Chissà. La segreta deportazione? Oddio! Che l’esistenza stessa sia depilazione? Sorrido. E nello specchio l’uomo dalla pelle grigiastra sor­ride insieme a me, come per prendermi in giro. O forse no: forse quell’uomo è solidale, forse è d’accordo. Così, dopo esserci fissati lungamente negli occhi, iniziai a radermi con cura. Era all’incirca mezzanotte. Non ricordo da quanto tempo non mi radevo, ma doveva essere parecchio, perché faticai a riconoscermi quando rividi il mio volto liscio dentro l’ovale dello specchio (Omne vivum ex ovo. Tutto ciò che vive viene dall’uovo, dicevano i latini) dove ritornano le sembianze disperse. L’aria spettrale di uno appena scomparso. Ricordo appena la sua faccia. Eppure, non so, ancora non ero completamente certo che fossi io quello là dentro. Erano i capelli, certamente, più lunghi del solito. Decisi di tagliarli. Presi le forbici e iniziai a sforbiciare senza cura sopra la mia testa. Ora il quadro dello specchio mi mostrava il busto di un perfetto sconosciuto. Avvicinai la mia faccia alla sua e fui tentato di strappargli ciglia e sopracciglia. Lo odiavo. Così li strappai duramente, con impazienza e gioia. Provai una lacerante sensazione di morte intorno agli occhi; lievi croste di sangue; piccole ferite.

E mentre scrutavo la mia nuova faccia riemersa e ripulita della maschera di trascuratezza non potei fare a meno di notare sotto il mento e la gola un ciuffetto di peli sporgenti dal colletto della camicia. Senza pensarci due volte mi ritrovai col rasoio in mano a falciare quella peluria invadente sul petto e attorno ai capezzoli, e poi sull’addome, e quando finii c’erano ancora troppi peli là in fondo, sul pube. Allora mi sfilai  le mutande. Guardavo il mio pene avvolto da tutti quei peli, come un rudere in un campo incolto per la solitudine dolente, e mi sembrava di vedere una specie di proboscide in miniatura, anzi un condor, o una donna avvolta nella sua bella pelliccia di visone con una sciarpetta pelosa ben arrotolata attorno al collo, come a dire che certe donne hanno proprio la testa di cazzo.

Ma torniamo a noi, anzi a me.

Tagliai i peli del pube e dei testicoli. Un doppio giro del mondo in 80 secondi, seguendo la falsa pista di moebius. Mah, chissà che c’entra ora questo.

Ma ancora non ci siamo: più in basso, altri peli, quelli delle gambe. Questi però non dovevo raderli. Dovevo depilarli. Tanto per cambiare verbo a quella strana nottata. Sapevo cosa fare. Scaldai un po’ di cera. E, appena sufficientemente calda, ne spalmai un po’ su una coscia su cui distesi una lunga striscia diagonale (il breve segmento di un fulmine, l’impulso di un serpente) e STRAZZO!!:  La scossa dirompente, lo spasmodico dolore.

Mi ricordai di una schiuma miracolosa con cui era solita giocherellare Lucy… in the sky with diamond… Aprii l’armadietto del bagno dove teniamo tutte le solite bombolette spray: deodoranti, detergenti, lacche fissanti e che distorcono etc. etc. E fra tutta quella roba, alla fine riuscii a trovare quella che cercavo posteggiata proprio là, in un angolo, come una stella passeggera che aspetta solo d’essere impugnata e posseduta dalle nostre orbite. L’afferrai all’istante. Come per un braccio. La torsi. Lessi velocemente quanto aveva da dirmi, le istruzioni magiche che verificai immediatamente sulle mie gambe. Dopo pochi minuti siamo già alla verifica. La salvezza deliziosa. Con una spugnetta tolgo la schiuma depilante dalle mie cosce e con essa miracolosamente vengono via gran parte dei peli. Un esodo. Anche se qualcuno fa più resistenza ad andarsene, e lascia alcuni graffi sulla pelle mentre lo si strappa decisamente via. Lasciando un bizzarro concetto spaziale. Uno sfregio. Uno sradicamento. Ma non è niente di grave. Saranno in gran segreto deportati. Dopodiché anche questo scempio passerà cadendo nella parte più profonda della memoria, l’oblio. O forse no.

Quindi mi portai di nuovo davanti allo specchio, mi allontanai un po’ indietro per cercare di mettere a fuoco interamente il ritratto ovale che stava riemergendo dal fondo di me stesso: La scultura dionisiaca! E quasi mi commuovevo, come quando si rivede un amico perso di vista da tanto tempo, troppo tempo, e si è felici di rivederlo. Ero proprio un verme. Sì, lo so. O lo sono adesso. È lo stesso. Mi mancava di togliere solo i peli alle ascelle e poi sarei stato perfetto come quello di prima.

                                                                                                                         

Ed è vero che somiglio a mia madre, avevano ragione quando ce lo dicevano. La somiglianza divisa. Mi manca Lucy… in the sky with diamond com’ero solito chiamarla. La separazione è disastro. Di colpo mi torna in mente la casa dove sono cresciuto, le sedie i tavoli la cucina gli armadi dove mi arrampicavo da bambino, e mia madre che non riusciva a starmi dietro, soprattutto se c’erano le sue devote amiche con cui erano solite confabulare, allora, per tenermi d’occhio, mi obbligava a giocare presso di loro, sedute al tavolo della sala da pranzo sotto il quale potevo strisciare fingendo che fosse una pietra o una caverna, una capanna. E là sotto restavo a spiare tra le loro gambe. Ed ecco che l’attimo si dilata, o meglio, non ancora… l’attimo, l’uomo, la storia si dilata.

 

Per fortuna non mi ritrovo peli sulle spalle che bruciano da sempre. A quanto pare neanche sulla lingua. Sarebbe stato un po’ complicato torcersi come un verme. Sì, ero proprio io quello là dentro. Niente di particolarmente gradevole per gli occhi. Dico anch’io. Anzi la solita delusione. Con tutte le possibilità che c’erano, a miliardi, infinite, o peggio, le solite due: o io o l’altro, e infatti altro non ero che sempre lo stesso. Senza peli e capelli, né ciglia e sopracciglia, né occhi quasi, che alla vista di quest’uomo nello specchio deforme potrebbero anche lasciarsi senz’altro deragliare dalle orbite.

Mi infilai sotto la doccia. Non so per quanto tempo rimasi imprigionato sotto l’acqua a lasciarmi carezzare tutte le superfici depilate del mio corpo. Le superfici divorate dai rasoi. Ma deve essere stato parecchio. Perché cominciai a sentire freddo. Decisi allora che fosse arrivato il momento di uscire. Chiusi il rubinetto e l’acqua smise di venire giù. Scavalcai la parete della vasca e, così come mi trovavo, tutto bagnato, mi trascinai fuori dal bagno per avvicinarmi alla finestra sul mondo. L’aprii e mi affacciai a respirare e riannusare l’odore di sesso che emana la terra subito dopo la pioggia. L’odore struggente e delizioso, tra tutta la semenza disseminata. Anche lì fuori era piovuto. E lì, più di ogni altra parte, nessuno mi conosceva ancora, nessuno mi aveva mai visto, nemmeno l’informe figura che il vetro della finestra, quest’altro lucido specchio distorto, mi restituiva, quasi un altro me stesso, o un’altra madre.

Poi le settimane dovute passarono. Lo stomaco digiuno. La sete dirompente. Guardai in faccia Lucy… in the sky with diamond… e alla fine mi accorsi che qualcuno, avvicinandosi lentamente, come un’ombra curiosa, sorgendo dal basso, come sempre succede, lentamente, lentamente, senza fare rumore, qualcuno, aveva posato sulle mie spalle, sulle mie curve spalle bruciate di sonno e di oscurità, qualcuno aveva posato, avvolgendomi completamente, come un’altra fiamma, un largo mantello di porpora scuro. Ma questo accadde dopo. Più avanti. La sposa distratta. La soap-opera distrutta. La sete domata. La speranza diffusa. L’enorme suite derisa. Lo spirito santo discusso. Le strette doglie. Poi tutt’intorno le maschere ansiose di vedermi s’avvicinarono, lasciando la sala d’aspetto, e fu in quell’istante che iniziai a piangere e a strillare, singhiozzando di un pianto sdentato, soffrendo per quell’orrore a cui non potevo non appartenere, confondendo pianto e gemito e parole strozzate, e fu allora che cominciai a piangere e a strillare – ho detto – perché tutt’intorno fossero felici.

 

 

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