Inferno I,3

 

 

«Vogliamo che la parola esploda nel discorso come una mina…»

Vladimir Vladimirovič Majakovskij

 

 

 

Nell’incerta solitudine del mondo gli incendi proliferavano come fiori a primavera e noi inseguiti sembriamo dall’ombra senza scelta, senza sconti, senza speranza. Ma sempre per la diritta (e illusoria) via io vi dico procediamo, saltando talvolta su malcelate mine o buche come se fossero rovine (come su quest’altre stanze senza corpi sopra letti senza rime sopra versi spezzati come femori da tutti quegli a capo).

Tutto ci appare ignoto. Tutto è velato dalla realtà imprevedibile.

Polvere eravamo, ed è vero, ma se ne ignorava l’essenza.

Si sentiva risuonare anche e invece un misto di campane, di campanule, o cappucci da prete che sempre nascondono teschi, ad ogni esplosione di colori, estremi sogni della vita che si crede appiccicata a noi come labbra, adesive labbra, per aver perso l’uso della parola e della fame di certe parole, come pure delle ciglia cispose, troppo cispose ciglia, da troppi amici sogni, ma senza carezze né doni.

Mi sembrava a volte d’essere rimasto indietro rispetto a quelle teste bucate e turbate da troppe notturne vedute e letture di cieli neri più neri delle parole stampate d’inchiostro e dei riverberi dei campanili delle chiese che richiamano ancora, come mucche al pascolo, l’erranza delle stesse e delle carte stampate in cui si leggeva (e ancora si continua a leggere) il dovere di seguire il filo di una stella come del discorso. Ci pensavo stamattina mentre mi radevo, e devo anche essere rimasto indietro, non caduto tra i peli, in quel vortice d’acqua che il lavandino del bagno ingoiava senza ritegno, senza parole da dire. Ed anche se invece mi sarebbe piaciuto restare ancora un’altra mezz’ora a letto arricciato con le ginocchia al mento sotto le coperte come un verme sotto la pietra cambiai idea, come sempre succede, alla velocità di un fiammifero sfregato su una minerva, o uno sbattere di porta, e mi misi in marcia cercandomi e credendomi, tra l’altro, più che seguire le tracce del Carovan…, di essere cercato, inseguito.

O, in altre parole, quasi arrotolate maniche, vuote sembianze che imitano il cerchio del cielo come un cappio che ci snoda sulla botola del palco a mezzogiorno, in mezzo a nudi occhi crudi occhi testimoni di sangue compiacenti, noi erranti che rincorriamo l’ombre troppo lunghe – lontane ombre di maniche sopra i gomiti che scavano e scavano e spolverano con un pennello da barba quello che siamo o siamo stati, e riesumano con la delicatezza dovuta a un oggetto sacro o appena pescato o a una bomba o a un gesù cristo appena nato quello che siamo e non eravamo ma continuiamo a essere nostro malgrado. E riesumano, avevo detto, un chiarore scuro di linee delle mani sommerse dall’acqua che toglie ogni residuo di tempo e di schiuma al volto che da tanto, troppo tempo, non si vedeva riflesso nelle rughe delle mani, come se davvero il volto, con i suoi tagli e le sue ombre, fosse il destino che in ogni mano si dice a poco a poco si possa leggere, come una terza mano da congiungere alle altre due come in una preghiera, per poter  nascondere un lacrimoso rosario (o una corona di occhi o putrefatte spelonche); o forse è per il sole che brucia agli occhi come in un umido specchio che dalla notte dei tempi ci esplode dentro al mondo, alla creazione, al pensiero, come uno sparo alla tempia (o al cuore, non è ancora del tutto chiaro) che non vuole desistere un solo istante di sperare alla marcia.

 

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