L’ombra di un presagio

L’ombra di un presagio

 

E uscivano in certe epoche a cacciare nemici; la chiamavano guerra fiorita.

Nella menzogna infinita di quel sogno, anche là, lo avevano sollevato da terra, gli si era avvicinato qualcuno con un coltello in mano, a lui, sempre supino, con gli occhi chiusi tra i fuochi.

La notte supina, Julio Cortazar

 

 

Sempre dormo io imbrigliato sull’amaca antica, come un vecchio warao in canoa non ancora estinto, anche se presumo che morirò nel giro di queste poche parole che mi restano e che pronuncio per tutto il tempo prima di concedermi al sonno e al soffice crepitio delfuoco che arde nel centro della capanna per tutta la notte per tenere lontano il freddo e i demoni, ma che forse è la stessa cosa. Il freddo e i demoni che crescono là fuori sui rami, nel sonno imprudente, a smisurata ingordigia, a infinito torpore, e sotto quei rami, le rugose fiammelle di serpi si arrampicano e moltiplicano insieme agli sterpi che avvampano e ingoiano tutt’intorno alla casa mia vecchia figura di campagna color macchia di caffè quando tutto è chiaro e non è impregnato dalle ombre di adesso che è sera e non ha più macchie il mio caffè perché neppure la luna è presente e forse la colpa non è mai esistita.

Le amache stanno tutt’intono al fuoco e a volte vi sono pure sgabelli intagliati a forma di animali, buoi, cavalli, cani, e dodici principi troiani come a ricordare la scena di antiche onoranze a un amico morto in battaglia. Quando la legna è bruciata, si spengono le braci con vino. Sorge una nuova alba.

Vedo in marcia una schiera di trattini troppo snelli per essere puntini troppo audaci per rivolgersi a parole dettate senza virgole, un planetario di formiche affatto reticenti e marciano sulle scarpe allacciate di Davide in file strette suture e cuciture sui fianchi dei pantaloni una volta bianchi e adesso cariati come denti malcurati e io non riesco nemmeno a trovare il ritmo della mia vita che s’arrampica e cade e fionda alle spalle il senso che non ho mai trovato in nessun luogo in nessun tempo nessuno.

Allora accendo una sigaretta perché il cibo qui è difficile da digerire e il tabacco è un ottimo rimedio, e con il fumo tanti sincopati aritmici sospiri, nell’aria calda bruciata, fuggono sregolati segnali di fumo, e chiocciole sdentate, vorticose teste di medusa nella miscellanea infinita dei cieli dorati forse d’argento o magari di quarzo perché giungano in fretta a rapirmi i guanciali dall’altra parte del mondo che vedo ma non tocco e mi domando perché ancora dovrei se è lontano e forse è per questo che la misera casa di sfinge in cui pure qualcuno talvolta vi interroga e pone delle domande assurde più dei numeri o delle lettere, che non vi spediscono perché ancora non scritte, alle dita taciute, alla gola smorzate, come uno stoppino o una coperta sulla fiamma, ed è per questo che è vuota, se non fosse per qualche mosca, o falena, gentile vergine sacrificale, sulle curve e scure acque dell’isola, bagnante dispersa, quando ogni tanto vi s’appiccica ignara, alla bava redentiva del ragno amico peloso, di mano, di lingua, di sesso, e a volte anche questo è costretto ad altrove emigrare.

O forse è perché il lumino-brace del mio piccolo mondo alterno fumoso è dall’altra parte non visto e pertanto è infine schiacciato, non da altri se non da se stesso, altro silenzio nel vaso di-urna, dimora, dove solo cenere più che favilla s’accumula, della morte mancata mia morte, di una notte e una notte, anaerobica sposa, dissenterica limpidezza narrata, il sonno, l’eccidio delle mogli rimandato a domani, e nemmeno un solo granello di sabbia può fiorire tra le carte bruciate nel rogo (l’in-chiesta non chiesta) non solo perché era finita la fame essiccata al tabacco, ma anche perché così è detto presto è fatto – viene e va quando va per le strade – presto – viene e va quando va per le strade presto e al più presto è fatto; quella fu la scelta di non spegnersi da soli, ma nella comunione emendata dell’uomo che nello specchio si guarda e si frantuma, imitando il pulviscolo che nell’aria dilegua, e più non ingombra la vecchia casa mia vecchia figura di campagna color macchia di latte rovesciato sui cocci di vetro vicino ai lacci stretti delle scarpe rimaste per tempo impietrite al suolo per anni per mesi persiane per essere ormai chiuse è per sempre l’anatomia di cosce da risalire, la sete, di calze strappate, fino all’inguine, ed oltre, nel ventre, la nausea, l’inganno, la rete, il cielo reclama le note, queste poche note pance scure di minerva, ricucite, dopo l’invocazione del pugnale, fredda, una scintilla, una fiamma, una nuvola nasce dall’altare.

 

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