La poesia è una brutta bestia

Perché verso la fine c’è ancora un’ultima attesa, lenta e dolorosa, chiusi come carne di cavallo nelle celle dell’ippodromo, pronti per la partenza o la mattanza, perché è già tardi e non c’è tempo e lì, alla cassa n°13 del supercosmicointerstellaremercato, ci sono “questi milioni di persone che non hanno bisogno di conoscersi” come diceva rimbaud in una delle sue illuminazioni “portano avanti di pari passo l’educazione, il mestiere e la vecchiaia,” e l’innocenza e la gioia e la vergogna, mi sono sorpreso ad osservare come qualsiasi altro zombie che rinvanga il passato, i soliti gesti, e non lo so adesso ma mi ha colpito la banalità del tutto, la ripetizione e l’inversione e mi sono voltato per non guardare oltre, prima che il bruciore agli occhi mi torturi ancora per la solita allergia di primavera ormai secca finalmente, perché c’era questo vecchietto un poco triste o perlomeno non troppo contento che cercava di prendere le ultime cose dal carrello della spesa mentre il figlio ultracinquantenne che lo accompagnava, come mille altre volte l’ha accompagnato quand’era bambino, comincia a sistemare la spesa nei sacchetti, e lascia stare la scatola del vino, non preoccuparti, è troppo pesante per te, non c’è nulla di cui vergognarsi, ci penso io, và, tieni i soldi, va a pagare, sei grande ormai.

 

 

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