L’anima ritratta

 

 

malata, anonima, smarrita

 

 

nel vuoto dei due anelli legati

insieme da narici che respirano

nella stessa stanza affinità invisibili,

quali bave e sudori inferociti

di ritorcersi contro se stessa

e il muro fradicio di muffe e

lucertole e impercettibilmente

curvo per la lunga distanza

o altezza del labirinto

in cui ci troviamo fossili

 

 

identici, atavici, crescenti

 

 

pesciolini rimandati indietro

ai suoi gridi ignorati dai più,

perché capovolti nel tempo o

nello spazio come nel corpo

di una macchina fotografica o

di passi armonici caduti

come foglie nell’acquario

cubico pieno d’impronte

e capelli in fumo sinuosi,

vibranti corde di un’arpa

 

 

greve, passeggera, diversa

 

 

da nuvola nera a nuvola nera

che insieme scintillano e collidono

nuovi temporali come pietre

della preistoria o meteore

nello spazio siderale di una stazione

dove viaggiatori in attesa come noi

deambulano in lungo e in largo

senza guardare alle possibilità

di un incontro o all’imbarco

parzialmente scremato

 

 

per diverse destinazioni…

 

 

falliche torri prorompenti

questi treni dell’evoluzione

da ergere e radere al suolo

come ragni dal suo volto nascosto

da singhiozzi per lo scoppio

sincopato di cannoni arrugginiti

per ingravidare il cielo

di uomini e voli e nonostante

le delusioni e la precarietà

di queste stesse delusioni

 

 

antiche, primordiali, acerbe (vessatorie?)

 

perché la vita stessa prima o poi

viene a rivelarsi per quel che realmente è

un attraversare un’invisibile porta

mentre un misterioso intreccio

di consonanti si andava ramificando

dentro e fuori le curve ciglia del mirino,

l’ombra ricordo di una crocifissione

sotto instancabili voli di mosche

inevitabili alghe e radici e cartoline

che verranno in parte separate

 

 

scoperte, lucidate, sentite

 

 

da sguardi e orecchi forestieri,

come pietre oltre il reticolato

di vetro e poi, indotte forse,

verranno trascinate dentro l’armonia

limpida e segreta del centro,

perché si possa scoprire di essere

tornati finalmente in se stessi,

ed è bello sentirsi presenti,

è bello scoprire di non essersi

in realtà mai allontanati, è bello

 

 

sapersi fragili e confusi.

 

 

Noi due insieme avvitati

come tronchi di sequoia

nell’era paleozoica,

smarriti tra le evoluzioni

del luogo e dell’ora,

noi due incoscienti assistendo

alla crescita delle identità

e degli echi di una menzogna

avveniristica e trascorsa,

e che andava ripetendo,

 

 

retrocedendo, nutrendo, ammorbando

 

 

come in una spirale fossile

i suoi inganni e le impercettibili

mutazioni e deformazioni,

noi due lì muti come ciclopi

a spiare dal buco della serratura

come dal mirino ialino

di una macchina fotografica

un ristretto angolo di campo,

in un tempo eccessivamente lungo,

un diaframma caparbiamente chiuso

 

 

ancora in un lutto placato, prezioso,

 

 

noi due immersi in una colata

di oro fuso sul volto assetato

quasi come un grido senza vocale

che non trovava altra strada

se non quella di precipitare giù

nella gola e soffocarci,

noi due sognatori senza sogni

tatuati nel cuore a coprire

questo freddo nelle ossa

e il segreto nome inciso sopra.

 

 

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