La macchia umana

Stamattina ho avuto un’erezione! Così, spontanea, involontaria, senza nessun pensiero, né alcun piacere, che io ricordi, una polluzione insomma, come in un sogno incosciente, smemorato diremo, e l’uso del verbo indicativo mi pare anche sia il più appropriato. Ma perché? Ecco, cominciamo a masturbarci. Ho avuto un’erezione, ho detto! E nemmeno ergendo assurde fantasie dinanzi a un calendario di donne nude ma non per questo più seducenti, né carezze d’occhi nudi sui nudi corpi che si agitano e appiccicano come onde su altre onde o mosche insaziabili sul vetro azzurro adesso ma che già sappiamo che diventerà nero come su quest’altro schermo dove mi sono rimesso a scrivere, ma così, cazzo! spontanea, ho avuto un’erezione, anche se non è che abbia poi tutta questa importanza, lo so, seppure senile, ma comunque induttiva diciamo, in qualche modo, semplicemente sognando di ritornare alla casa mia isola dove si trova anche in questo pomeriggio. La grande isola negra. La sola isola madre. La grande figlia di puttana. L’isola delle origini. Solo in seguito la legarono al resto del mondo (e non come si racconta nei libri di storia), costruendo un ponte, il famoso passaggio detto poi canale di Sueno (o almeno così mi raccontarono quand’ero giovane), una maniera diversa di aggiungere un anello a un piede, dicevano.
Eppure è strano, mi sono rimesso a scrivere. Non che abbia importanza. Poiché niente ne ha. Non c’è una tela che mi aspetta, né una bava di ragno, e neanche una tessitrice che forse non c’è mai stata se non, forse, nella fantasia di qualche vecchio sognatore o sporcaccione. Solo l’isola è vera come il letto famoso attorno al quale fa da velo il mare. Ogni tanto vi lanciavo qualche pietra, così, meditando di incominciare, costruire un altro ponte, andare dall’altra parte. L’isola madre che ci partorì e in cui rientreremo. L’isola madre che ci lasciò partire senza rimpianti. Noi sappiamo che ci aspetta e che vi ritorneremo, ma non prima di esserci smarriti tra le varie spire dell’umana ingratitudine, e la rincontreremo ancora per perderla di nuovo. Smarrirsi e perdersi. Solo questo possiamo. Anche se non si perde ciò che non si ha.
Stamattina ho avuto un’erezione. Cazzo! Né in questi anni di lontananza ho avuto modo, come un più fortunato (cui alludevo poco più sopra, ma solo perché privilegiato dagli déi) di trovarmi tra le grazie di alcuna maga. Nonostante ci abbia provato e perso anche molte facce. Ma niente si perde, né dignità, né stima e nemmeno se stessi, seppure ci piacerebbe. Allo stesso modo m’illudevo di non tornare più a scrivere. Chissà quale nesso potrà mai esserci o chi si prenderà la briga di provarci. Oppure m’imponevo. Deve essere questa la parola. Imponevo. Impuntavo. Sulle punte dei piedi. Sulle ali dei capelli caduti. E non c’è tempo di capire niente. Ma liberi dalla panoramica Madre. Matrona. Ma (appunto) m’illudevo. Non che abbia importanza, dicevo. Poiché niente ne ha. Sembro ripetere. Ma davvero mi ero allontanato dal turpiloquio delle folle rifugiandomi in questa gelida e soffice e ammuffita soffitta di un paesino nel sud della Francia? Ma davvero m’ero allontanato da tutte quelle vocali aperte come bocche affamate che lacerano i corpi, come unghie che graffiano sulla porta, come labirintici cervelli che anagrammano all’infinito la parola Storia? Ma davvero? Ed è strano il destino. Ma non posso certo dire che non sia arrivato in alto. Dalla stiva di una barca alla soffitta tutta pezze e buchi di una baracca francese. Fa lo stesso. Ma, Cazzo, stanotte ho avuto un’erezione!

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