Favoletta

E che resta alla fine del racconto? Questa fame di carne rinnovata ogni volta della tua voce ricca di oscure fonti e d’impronunciabili destinazioni – dove in segreto il respiro si rinnova con un vago sentore di torta della nonna.

E qui dividerei quest’ultima immagine
come una testa sul ceppo della torta
e della nonna che ripone sul davanzale
il paniere che aspetta ancora torte di mele
una diversa pastura per raffinate narici.

E poi ammutinare le vele le sere la tele…
…per fare uomini come conigli gialli o rossi o neri…

Ed ecco, si avvicina una ragazza.
Prende il cesto e lo porta altrove,
dove è difficile individuare dove,
il suo confine valicabile e antico
al di là del bosco, in un’altra stanza
che sa riconoscere a occhi bendati
dove tante volte si è giocato a vestire
e pettinare bambole e parrucche
e ora sul letto sta sdraiata una figura
per improvvisare una finzione.
Forse si prevede un lutto…

…per queste orecchie grandi e sempre pronte all’ascolto del confessionale e queste mani appuntite che sporgono dai risvolti delle lenzuola come dalle pagine di un libro.

Da questa parte intanto, ora che la miccia
è partita con i fluttuanti capelli rossi
della ragazza, spegnere tutto e il fuoco
prima di tutto, prendersela con un’altra
stronza ma carina buttata sul letto
senza mutande con cui asciugarsi
la bava delle vaste intemperie –
arrotolare un’ennesima sigaretta
per uscire dal mondo alla deriva
da bocche sfilacciate dal vento –
infrangere il silenzio degli abissi
dipingere un lamento di stomaco.

La grande verità è che la luna piena che vediamo sullo sfondo della notte non è che l’immagine al negativo di quel che potrebbe essere e io non so cosa voglia dire ma di sicuro è anche una specie di monito per non vivere di solo presente come le bestie, così la bellezza dal calendario disse:

– Non guarderò più da un’altra parte,
per paura di tradirmi.
– Non chiederò più di non cascarci,
se morire è tutto quello che possiamo.

E fu mentre attraversavo piazzale Ovidio che riaffiorarono inspiegabilmente i seguenti due versi del quinto libro delle Metamorfosi.. “O Cupido,

scaglia le tue frecce folgoranti in petto al dio,
che l’ultimo dei tre regni ha avuto in sorte.”

A un certo punto: Voglio
che il dio degli strali (mi sono
sentito dire e spero nessun altro)
il cacciatore mi colpisca. Voglio
che il dio degli strali mi faccia
soffrire per amore e per amore
continuare a letto la nostra reciproca
finzione – la finzione favolosa
e bella. Allora si comincerà
a svestirla piano piano senza
spaventarla, scostando i caldi
e lunghi capelli rossi dal viso
in cui si riflettono le braci
nascenti e imperiture e crederà
di trovarsi ancora in un altro gioco,
lascerà fare, acconsentirà a tutto
mentre sfiorando con le dita la gola
un brivido improvviso schizzerà
da chissà dove ai seni appuntiti
come cime innevate, e da questa
sorgente si discioglierà lentamente
un filo di luce che scalda e illumina
sul ventre il centro di un lago
segreto e in penombra. La camicetta
è ormai disciolta nelle valli,
ai piedi del letto e sembra
tutto sereno e calmo. Non c’è
nulla di cui preoccuparsi.
Tutto va come deve andare.
Il nulla si cela dietro ogni cielo.
Ma non bastano più tutte
queste raccomandazioni
né bastarono mai il sale
e la prudenza dove
tutta la frenesia degli anni
cresceva e ancora cresce
come fiumi affamati
e mari gonfi di vuoti
spazi vuoti e irresistibili.
Ed ecco che un brivido
improvviso la scuoterà di nuovo
quando sentirà fra le cosce
rifluire un magma oscuro.

È il tempo che continua a delinquere sui nostri corpi dove i segni dei denti non si affacciano più come violenze di dèi a deturparci con il fuoco degli altari o a espugnarci dal nostro esilio in cui ci siamo rifugiati al riparo da ogni sorta di sentimenti, immuni ormai persino a lacrimogeni carichi di fumo e di parole d’addio.

Ma non esiste più alcun luogo sicuro
né demoni da stanare
il tempo cerca sempre
di penetrarvi,
ce ne accorgiamo
quando a sera ci spogliamo
nell’intimità
della nostra camera,
resta qualche traccia di sè
nell’ombelico,
un segno del suo passaggio in noi
come finissima lana,
e tu ironicamente lo dici:
questo vecchio maglione di lana
perde il pelo,
con le sue lunghe maniche
che sembrano ora fissarti
con quegli occhi scuri e affilati
come artigli:
appendici d’altre dimensioni
e quel colletto grande
quanto una bocca.

Allora alla fine lo diciamo:
è vero che se non ci fosse il lupo nelle favole a rappresentare la fame noi tutti in questo altrove moriremmo e dunque che venga presto il fuoco dell’estate e poi di nuovo il freddo dell’inverno, la prova favolosa dei nostri sempre vergini sessi sprofondati l’uno nell’altro ormai nel nulla in cui ci troviamo elevandoci come alberi millenari o fulmini scoccati nei cieli gravidi d’attesa e impazienti di cadute.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...