L’inquilino del primo piano

Esattamente un secolo fa, nell’agosto del 1914, Franz Kafka iniziava a scrivere “Il Processo”. Questo l’ho letto oggi su una sua biografia. Al momento non sembra importante, un secolo o un giorno può non cambiare niente, eppure io proprio ieri ho iniziato a leggere “Il sottosuolo” di Fedor Dostoevskij. Era tanto che mi ripetevo nella mente: Sono un uomo malato… Sono un uomo malato… Sono un uomo malato… sono un uomo cattivo. Ma poi non riuscivo ad andare avanti. I libri di Dostoevskij sono pericolosi, lo so per esperienza personale, e anche quelli di Kafka, per altrettanta esperienza. E anche quelli di qualcun altro che non starò a citare in questo momento. Ma ovviamente non sono per tutti, pericolosi. Solo per certa gente malata che non sa di esserlo fino a che non si trova immischiata nelle pagine di questi libri. E per capire l’uno bisogna pure leggere l’altro, e viceversa. Uno più uno fa due, per dirla alla maniera di questi impiegati nel libro. Oppure l’uno senza l’altro zero, che non è poi così scontato come potrebbe sembrare. Ma io non ho più voglia di capire niente, mi dicevo, eppure, un po’ per la noia e un po’ per un insano dovere, ieri mattina mi sono sdraiato sul letto, anzi ci sono rimasto, e mi sono messo con la faccia davanti a questo libro di Dostoevskij e mi sono immerso nella lettura, mi sono infangato nel sottosuolo come un altro Signor Hyde, deciso a superare il muro del primo rigo. Dopo aver letto qualche pagina mi lasciavo cadere il libro sulla faccia, come una benda bagnata sulla fronte. Se siete malati come me e cattivi ve ne sconsiglio seriamente la lettura. Ma ad ogni modo deve essere innato in me un certo masochismo, perché altrimenti non si spiegherebbe il motivo di mettersi a leggere “Il sottosuolo” di Dostoevskij di cui se ne sospettava già l’intolleranza. Alla fine riesco a leggere la prima parte e sono quasi alla fine del secondo capitolo della seconda parte, quando ormai lo scontro autolesionista con l’ufficiale si è risolto a quel nulla che in definitiva era, con qualche ammaccatura da una parte e una cagata di mosca sulla spalla dell’altra, e siamo al punto in cui il protagonista malato del libro decide di andare a trovare un suo vecchio compagno di scuola che, ecco, mi suonano al citofono. Giuro che mi sono spaventato. Il libro è andato a finire dall’altra parte della stanza con tutto me stesso, schizzato giù dal letto come se improvvisamente un forcone mi avesse punzecchiato al culo. Chi poteva essere? Qualche malato, l’ambulanza? Non aspettavo nessuno. Forse la posta, o i soliti ragazzi coi volantini della pubblicità. Non lo so. Mi sono avvicinato alla porta ma non avevo intenzione di aprire a nessuno. E siccome sto al primo piano mi è stato facile sentire che il portone dello stabile era stato aperto da qualcun altro. Sì, la posta o la pubblicità, sicuramente. Sento dei passi giù nell’androne. Ho cacciato un occhio nello spioncino della porta. Poi quegli stessi passi li sento marciare su per le scale. Cazzo! due ufficiali dei carabinieri si avvicinano alla mia porta. Mi sono sentito stringere una mano al collo e una dietro la schiena. Eppure non ho fatto niente. Che cosa ho fatto? Non ho fatto niente. È una vita che non faccio niente. Sono un uomo per bene io, non sono cattivo… non sono cattivo… rimango fisso a spiarli poi si spostano all’appartamento accanto e, dopo aver suonato al campanello, li sento domandare: Josef K.?

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