L’uomo di sabbia

Certo voi tutti sarete pieni
d’inquietudine perché per tanto –
tanto tempo non vi ho scritto.
La mamma sarà in collera e Clara
crederà che io, qui, mi sia dato
alla bella vita… e via dicendo.

Ma non è così…

Non so come spiegare.
Questo è l’inizio
della lettera di Nathanel
all’amico Lothar
nel racconto L’uomo della sabbia
di E.T.A. Hoffmann.

Non sapevo come iniziare

a scriverti parole migliori
di quello che mi è successo,
in realtà non mi è successo niente,
però è da quest’estate che ci penso,
da quando apparve in tv il dottor
Spalanziani per spiegarci dei sintomi

– non sono certo delle spiegazioni –

dell’ebola. E poi non se ne parlò più.
Io non sono un uomo buono, anzi
un uomo terribile, malvagio,
anche se le apparenze potrebbero
ingannarci – questo ormai
l’abbiamo capito – però

non ho più quindici anni – o forse

sono morto ieri con i fuochi di San
Silvestro ch’erano gli stessi fuochi
di quindici anni fa e dunque ho ancora
quindici anni e tutta una vita davanti
per crescere come può crescere un fantasma.
Ma io qui in verità vi dico

non lascereste andare i vostri figli

con uno che non ha mai avuto voglia
di studiare, di pregare o di lavorare
ma solo di bere per schiantarsi
contro un muro o un cranio o un pugno
preso dal cocchiere ubriaco che voleva
ingannare il diavolo portandoci con sé

ma non era ancora tempo,

qui non c’è carne mi dispiace
ma soltanto sudore velenoso
come quello dei rospi
potete leccarmi ed essere felici,
oppure leccarvi tra di voi
e morire di televisione e

non provare più alcun sentimento.

Troverò un’altra volta
il mio coltello nell’acqua o nella nebbia
o sulla strada lassù fra le nuvole sporche
di fogna da dove cadono per la seconda volta
i cadaveri scoppiati dai tombini
quindi sono confusi tutti i necrologi

non cercati, non trascurati.

E a memoria d’uomo non si era mai visto
che i morti seppellissero i vivi.
Dicono che quando uno beve
diventa un altro, da mite a violento,
da padrone di se stesso
a cane senza padrone

non lo so non mi ricordo non mi interessa

e non è più tempo di seppellire i morti
non è più tempo di fare le cavie
devo rientrare in me stesso adesso
curarmi le mille ammaccature
promettere un nuovo inizio
pronunciare mille scuse,

non crederci davvero,

superare la maturità
e la giovinezza, è tempo
di seppellire i morti e non è più
tempo dei piedi sui tavolini
e delle segretarie e/o
segreterie piene di messaggi che

non leggeremo più

dei cartelli “non distrurbare”
o “do not disturb” se stranieri
appesi alle maniglie delle porte
d’albergo o degli obitori
come agli alluci dei morti
coi piedi fuori dalle lenzuola

e non è più tempo

di scendere in piazza
e di sfilare per strada
per mostrarsi preparati
su come alterare le folle
o manovrare schiere di barbari
a volto scoperto liberi

e non più liberi di andare

con il primo che capita
o con chi offre di più
e perciò sono finiti i tempi
di chi non ha fame e di chi
invece fame ne ha fin troppa

e non dico che non è più tempo

di campi fioriti e di tagli alla moda
per l’ultimo vestito…
e bisogna solo attendere adesso
che la pancia o la pagina maturi e le botti
si colmino di vino e sono finiti i tempi
dell’abbandono e dell’abbondanza

e per questo non può esserci luogo,

eppure sarà, oggetto impenetrato,
conoscendo la tracotanza del tuo sangue
in movimento nutrendo il tempo
– smisurato turbamento – incomprensibile
angoscia – smarrendo l’intelletto che
insperato si allontana perché se

non c’è ricordo non c’è dimenticanza

i mari non formano più onde
i soli non generano più aria
le piramidi la sabbia del deserto
ed è tempo
di risollevarsi dalla tomba
è tempo di scalciare

è tempo
di ricucire le ferite
è tempo di un nuovo cristo
è tempo
di far ammalare i vari
dottor Jeckyl e dottor Frankenstein
è tempo
di rovesciare la clessidra
è tempo

di calpestare la folla.

II

Dicono che fosse malato: dormiva
fino a tardi, poi si sforzava di leggere
un libro dietro l’altro e senza neanche
aver pranzato si ributtava sul letto –
ma in realtà non riusciva più a dormire:
bussavano alla sua porta

e non andava ad aprire

per paura d’incontrare un altro
venditore di cannocchiali
o di connessioni a internet
che forse è la stessa cosa.
Sapevano che era in casa,
nessuno l’aveva visto uscire.

Non addormentato

era come se vegliasse
sul suo stesso sonno o nel mio
che borbotto parole disuguali
e infatti tre ore dopo
sono di nuovo con gli occhi
sulle pagine dell’ultimo libro

non uscito nemmeno questo

che stava leggendo prima
di chiudere gli occhi
con fiducia, però sentivo
che qualcosa di orribile
era accaduta o stava per accadere
e se si potesse tornare indietro

– non dico che presto si potrà

e non con un macchina del tempo
ma con una simulazione del tempo –
allora si potrebbe passare
per altri addormentati mondi
che ci sognano senza dormire
senza decifrare alcuna notte.

Non c’è sempre bisogno di temere

la strada la freccia l’ago della misura
di un qualche strumento sbandierato
un mezzo per raggiungere il luogo
conosciuto e non più riconoscibile
che non basta esistere per vivere
ma bisogna avvicinarsi alla morte

e non ci sarà più la morte.

Fu così che in internet vide un’altra
Olimpia sedere sola a fotografarsi
in mille pose, “sebbene i tratti del viso
rimanessero confusi e poco chiari…”
allestiva una galleria di una natura morta
e non lo sapeva ancora.

III

Ma io

non ero onesto con la poesia

e l’uso imperfetto del verbo è perfetto
come se questo avesse importanza – come
a voler insistere su questo sostantivare
un’astrazione quasi fosse il più importante
deragliamento della storia
una truffa/una violenza/un’emanazione

non discussa salvezza incastonata nel pudore.

Se solo avessi avuto qualcos’altro da fare
piuttosto che rincorrere immagini volanti
sopra i ponti come gonne e calze a rete
a bordo strada solo sabbia e fuochi
del deserto me ne sarei fuggito
a piedi scalzi sopra i mari

non toccati dal sole

sotto ai vulcani di venere in piena guerra
polvere a ogni incrocio di vile consolazione.
Eppure continuamente popolavo il silenzio
delle mie giornate con lo strisciare
di una penna su un foglio di carta
al riparo dietro gli occhiali

se non altro

per scaldarmi scaldare la circolazione
fino a scavare in fondo alla giornata
come una rana sepolta nella melma
di un fiume passato in diagonale
come tutti i fiumi dove era pure
possibile bagnarsi due volte e ora

non più

e
– basta
attendere le prime piogge ed ecco che già
riaffiorano i primi rospi – riesumano gli obliati
come i calchi di artisti ritenuti importanti
ma non per questa resurrezione meno morti.

IV

Non so spiegare come mi sento

per questo alla fine di tutto
un giorno o una vita o una storia
ho sempre cercato nei libri
una qualche spiegazione – perché
esiste da qualche parte
una memoria delle cose non scritte.

Non so come dire

con questa voce falsa che mi schiavizza
quale sia veramente il dolore,
come un malato che non può
andarsene liberamente per il mondo
ecco qui un’altra malattia seduta a un tavolo
a consolarsi come uno storpio sulla carrozzina.

Non in gabbia ma con gli occhi dentro la gabbia

sabbia dentro una clessidra
e le mani ad artiglio su questa tastiera
inconsapevoli di battere sui tasti
che intanto ci prendono le impronte
per schedarci nel pattume degli iconoclasti.
E

Non so cosa voglia dire.

C’è chi coglie nei classici un’eco
indecifrabile e a quell’enigma
in solitudine si rivolge e nulla importa
non essere visti – se nessuno ti vede
allora sei morto ti dicono

ma neanche questo mi persuade

non ho mai creduto in niente
e forse è per questo che non sono
nato per vivere ma per rivivere la vita
di un altro – pusillanime trasmigrazione
di sogni in altri sogni
e niente che sia reale come una finzione

ma non è questione di vita o di morte

non può cambiare chi vive la vita
di un altro, un libro/un mondo
non cambia la morte/la vita.
Ecco che mi parlo da solo notte
e giorno – ché il mondo può
andare avanti anche senza di me

ma non per questo mi sedimento

non provo nulla per la tua esistenza
così lontana dal mio centro
così polverosa di cemento
ma non per questo mi permetto
di crollarti addosso o di prenderti
a sassate come un terremoto!

e come uno scimunito è certo,

posso pure commuovermi
alla luce di certi temporali
come pure di certi tramonti
ma non desidero desiderare
e meno desidero meno vivo
e meno vivo più scompaio

ed è facile, non sentire più,

nemmeno il battito di un tamburo
profondo, lo smembramento
delle tue carni martoriate
da mille pretendenti, la fine
di un incrocio attraversato
senza diritto di precedenza

e tutto questo non porta a te

non guardo in nessun luogo
non vado da nessuna parte
la migliore delle ipotisi
sarebbe uccidersi subito
e farla finita per sempre
con quest’inutile farsa

ma non darebbe troppa importanza

a questa mia esistenza impertinente?
Di sicuro un uomo solo non desidera
desiderare la vulva stesa ad asciugare – che ne so
questo mondo non mi asciuga e allora
la disciplina che m’infliggo è: ho detto
meno desidero meno vivo – così

è, se vi pare, un gioco non voluto

non sono che un fantoccio in balia
del guardaroba, ho pantaloni troppo corti
per essere un uomo come vorresti
che io sia, un violino rivendicato
dall’astuccio – sarcofago di coerenza
bistrattata; un libro in cerca di parole

ma che può esserci di sbagliato

nell’amare l’amore sbagliato
nel condividere e abbandonarsi
al tacito screzio di un bacio.
E io che sentivo già il violino
di Frankenstein o di Einstein chiamarmi;
la paura di Nathanael invocarmi;

e non c’è niente da fare.

Tra il lottare e desistere alla lotta
– accorto mercenario senza ambizione
non bastano affinità tra il limite e
l’ignoto crescere fino alla desertificazione
delle città ai margini del corpo.
Se il vuoto è l’abito dentro cui il corpo

si muove e non s’imparenta alla verità

di un anello vuoto:
una variante del gioco dell’impiccato
dove non fai in tempo a pronunciar parola
che sei già verticale
o del gioco di Adamo che dava nome alle cose
e così facendo le vestiva di significato

anche se qui è alla rovescia
che giocheremo
distesi
per spogliarci in cinque mosse
disegnando gli obblighi:
prima la testa poi il corpo poi un braccio

poi l’altro e una mano e un piede
dietro l’altro sei già qui
che preghi ai miei piedi dove siedi e
credi tutta cruda e nuda a una luna
calante e a un sole levante
per scoprire in fondo che il nostro limite è

lo stupro improvviso – sopravvivenza
e bianca rivelazione che ci accoglie
più della superficie agitata dalle onde
più del piombo che nasconde
più della mano che percorre il libro

oscuro attraversato dai tuoi occhi
né per amore né per sesso
sbriciolano raggi di sole
scricchiolanti passi
sulle foglie secche
fossili della notte.

Labbra e lingue crepate
nei deserti e le giunture
rotolanti come pietre
che si piegano nei libri
nella casa dell’uomo
di legno e di sabbia.

E silenzio è tutto quel che dissotterriamo.
L’eterno ritorno!
Perché soffia un vento lupo alla porta
(non cederà la casa di mattoni)
perché soffia un vento lupo…
(no non cederà la casa…)

assediata sembra e silenziosa
perché soffia un vento lupo
alla casa
la porta,
no non cederà la mia casa di mattoni,
perché soffia un altro vento alla casa

la porta,
avvilita la rabbia e cancellata
(dal corpo)
ogni impronta.
E anche quello non sarà vero amore,
ma tu credici almeno,
e state bene.

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