Una Pietà

O Satana, tu che le troie notturne metti in fondo ai quadrivii,
o tu che dall’ombra mostri l’infame cadavere di Ofelia,
o Satana abbi pietà della mia lunga miseria!

La giornata di un nevrastenico. Dino Campana

Il racconto è piuttosto lungo: lo scompongo in tanti piccoli ossicini: ecco il primo

I

Mi svegliò un suono sordo di campane, un suono soffocato e lontano, proveniente da fuori, nel giardino che sappiamo stare sempre là fuori, nel suo essere vegetale e duro come una panchina verde inchiodata a una fermata. Ieri notte ho sognato di nuovo di trovarmi a terra in un parco, perché intorno a me c’erano tanti alberi, e dormivo, e non mi preoccupavo del freddo, non mi muovevo, non riuscivo, come non posso, e non sentivo freddo perché nel frattempo tante foglie, cadendo, mi coprivano, come se una mano invisibile le avesse raccolte tutte intorno al mio corpo per farmi stare bene. E tutto questo continuava senza fine. Io dormivo, immobile, e le foglie, cadendo, mi coprivano fino a pressarmi, ma poi anche a stritolarmi, e infine attraversarmi. Ma non potevo esserne sicura. Avevo paura. Stavo quasi per chiamare mamma. Ma poi pensai che mi avrebbe fatto una scenata. Allora mi svegliai, mi drizzai sul letto, e cominciai a pensare al sogno, ma può darsi stavo ancora pensando nel sogno, dentro di me pensavo a quello strano rumore, come di passi sulle foglie secche, nel mio stomaco bucato. Il vento mi attraversava staccandosi da me come un figlio, ma non ho figli, come l’aria dal mio nome. E quasi urlo. O forse fu il vento a urlare, attraversandomi. Dicevo, ho detto, dissi. Essere donna è essere bucati. Io, il mio stomaco è donna. La concava mano che poso sul mio ventre è donna. La vuota e sudicia mano di un mendicante che si gratta, come me in questo momento che gratto la testa arruffata sul cuscino. L’isterismo di una notte da vampiri passata a bere vino rosso nel tentativo di cercarsi più che perdersi nel sonno come nella vita. Dove sono stata. Dove sono. Dove sono stata. Dove sono. Dove.

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