Una Pietà II/III

II

Una volta ripresa coscienza di me premetti col dito sul comando che aziona il motore delle tapparelle di plastica, sottili, leggere, per vedere cosa stesse succedendo là fuori. Da un po’ non mi permetto più il lusso di usare il corpo. E non permetto nemmeno che lo si usi. Ci mancherebbe. Semplicemente lascio che sia il corpo a decidere di fare di sé quello che vuole. Benché è l’unica cosa di cui non se ne può fare a meno. Il corpo va avanti anche senza di noi. Senza volontà. Per inerzia, diremmo. Ma non sempre è stato così. Un tempo ci si batteva convinti e con estrema forza e volontà. Mi dibattevo nella piena, ricordo, respirando a fatica. Come tutti. Ed ora, come in quel momentaneo sforzo da titani, breve bellezza, mi riesce oltremisura faticoso sollevare semplicemente un solo dito, il dito alla cima del braccio, mirare il pulsante, allungare il dito, lasciarlo cadere, premere il pulsante, respirare. Provai come la nauseante sensazione di accendere un televisore e sintonizzare il televisore stesso (non la mia attenzione o interesse in gran parte atrofizzati come i muscoli) su un canale qualsiasi, affinché possano passare da questa parte tutte quelle affascinanti falsità disquisite dai vari notiziari e pubblicità in maniera a dir poco così, direi, più o meno incidente. Ma lasciamo perdere. E continuiamo a far entrare la polvere e lo spergiuro dentro le nostre stanze. A poco a poco mi lasciavo invadere dalla luce di quest’altro inutile mattino, a poco a poco il rumore cresceva insieme al mondo. Più mi avvicinavo con la carrozzella alla finestra, più aumentava la disperazione di quello che sarei andata a vedere. Ci volle un po’ di tempo prima che riuscissi a mettere di nuovo a fuoco il solito paesaggio che conosco a memoria. Dovetti lottare persino contro la mia stessa memoria perché non mi si presentasse davanti agli occhi un ricordo, e non la realtà di un presente che avrebbe in ogni caso ampliato l’album della medesima immagine come una stella dove sono stata. Dove sono.

III

Quell’Anna, la cosiddetta strega, la donna palindroma che torna indietro a un anno nascosta da una candelina affogata in chili e chili di torta alla panna e ciliegine caramellate e fiorellini di carta. Quell’Anna, la nana che già camminava, un due tre quattro, Anna Maria, e cinque e sei, sette e otto sull’asinello, e poi diciotto e diciotto trentasei e diciotto cinquantaquattro… eccetera eccetera fino alla nausea, alla finestra. Aumentando le fiamme delle candele si restringe la circonferenza della torta. E se proprio non si ha una certa passione o mania, per così dire, si faranno sempre meno fotografie. Dio ti liberi o malcapitato mio amico e lettore dalle foto e dalle …grasse risate. Perché premono i ricordi e anzi spingono avanti, avanti c’è posto! Andate avanti! Ordinava un controllore su un autobus tanti anni fa. Il futuro ci viene incontro. Il tempo ha ormai compiuto le sue metamorfosi. Futuro e Tempo quali testimoni della nostra caduta. Era destino che dovessimo cadere. Oppure sarà. Meglio lasciare che l’ultima immagine di sé sia quella dei trent’anni, in questo cerchio di giovinezza, sull’orlo della vita, o di una gonna molto ristretta sui marciapiedi come ultima speranza. Abbiamo riempito album e album di foto, di smorfie, di statuarie risate, pagine e pagine di diario, di pensieri, di serpenti attorcigliati come comete, parole, specchi di menzogne. La differenza che contraddistingue un’immagine dall’altra è, come si sa, la luce e le variazioni di luci e di ombre e di conseguenza di colori. Ma in ogni caso tutto è falso come i ricordi. Dove sono nata. Dove sono. Dove.

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