Una pietà V/VI

V

Come se si fossero risvegliati i morti. Fu il primo pensiero. Sì, i morti. Magari! Però mi dispiace non aver nulla da offrire, neanche un pezzettino di carne. Una succosa mammella. Niente. Continuavo a sentirmi osservata, ma non c’era nessuno lì intorno. Forse si nascondeva, o forse mi conveniva pensare che non ci fosse nessuno. La cosa strana era che sembrava provenire da quelle buche la mia assurda sensazione di sentirmi osservata. Ma a parte le mie scemunitaggini (come si dice?) non riuscivo ancora a capire cosa fosse successo. Se fossi stata una brava regista e se in quel momento ci fossimo trovati in un film horror, a un certo punto, mentre setacciavo il giardino sempre più ansiosamente, avrei previsto di far saltare fuori uno zombi, o il sig. Carlo, fa lo stesso, il vicino idiota, sempre curioso e apprensivo come una mosca, serve qualcosa, ha bisogno di niente, una mano, un piede, qualcosa, serve aiuto? – sempre nel momento più opportuno, giusto per far saltare in aria me, invece, dalla sedia, come un tappo – un due tre quattro – dalla bottiglia di spumante. Tanto per soddisfare l’intuizione dell’attento amante del genere horror. Ma non sono brava in queste cose. Non salto in aria e i vicini hanno tutti i loro cavatappi. Non si è fatto vivo nessuno. Però lo stesso rumore era ancora là intorno. Non riuscivo a capirci niente. Feci affidamento all’udito che anni di silenzio hanno affinato in maniera direi, a dir poco così, stupefacente. Finalmente riuscii ad inquadrare il responsabile di quello scempio. Un cane, lo credereste? Dove?

VI

Il cane di Martin Smith, impazzito credo, continuava a scavare buche nel mio giardino. Da tutte le parti. Non c’era zona che non fosse stata mossa. Rimasi un poco a contemplare quell’amabile creatura caduta come una manna dal cielo a rimaneggiare (se si accetta il termine; a zampeggiare, comunque, più canino) il mio giardino, conferendogli un aspetto ancora più interessante. Sembra che vi regni il disordine assoluto. Ma in realtà tutto corrisponde a precise regole di composizione. Da un prato selvaggio come da un bosco inesplorato si innalzano alberi dalle forme eleganti. Sembrano perennemente in stato di risveglio, abbandonando i luoghi del sogno, come questo luogo, appunto, che a sua volta sembra abbandonato dagli uomini, e dall’interesse degli uomini che li vedresti alzarsi da terra a gareggiare in prodigiosi sbadigli. L’erba invade i viali e le pietre. L’edera vi si arrampica dappertutto, sulle panchine dove una volta mi piaceva rilassarmi, sugli alberi, sulla casa, dappertutto, raggiungendo i balconi del piano superiore ormai inabitato e sostenendoli con i miei sogni che pare vogliano crollare. Muschi scuri, verdastri e rossicci assalgono gli alberi, i quali alberi, se in un primo momento potevano sembrare annoiati, adesso paiono gridare spaventati e imbottiti di dolore, un dolore ancora più atroce in quanto non possono fuggire, e le muffe grigie ai bordi della fontana, dalle cui bocche rifluisce un’acqua maleodorante e nera e contaminata più dell’africa ciclicamente bersagliata da una qualsiasi forma di epidemia. Sembra un luogo colpito da maledizione, da impronunciabili parole, da eufemismi. E adesso quel cane là fuori, il cane di Martin Smith, dà come l’impressione, non so, di uno che ha perso la memoria e non si ricorda più dove ha nascosto il suo osso. O le sue ossa. Forse la casa è stata costruita su un antico cimitero. Una scena proprio divertente. Davvero. Dove sono stata. Dove sono.

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