Una Pietà VII

VII

In un primo momento assistendo a quella rurale scenetta familiare fu come essere attratta dallo strazio di una ispirazione. Mi sarei messa a scrivere finalmente, invasa dalle idee e dai sentimentalismi e dall’orticaria di questi ideali sentimentalismi che sentivo trasudarmi da tutti i pori, da tutte le bocche del mio corpo, proprio come un esperto dilettante, o innato professionista, quale il cane di Martin Smith ansioso di farsi vedere così in alto come una bandiera o un’eruzione vulcanica a fare buchi nel cielo. Era parecchio che non avvertivo più questa piacevole sensazione. Così mi avvicinai alla scrivania crivellata di buche, rosicchiata dalle termiti, impoverita dei miei occhi dove ero stata e dove sono di nuovo a scrivere sull’unico foglio che un giorno avevo riservato per tale scopo (che è quello di essere foglio e dunque succube di accogliere il nostro duro passato come la vagina di una donna accoglie un preciso futuro), ma non è facile entrare in questo gioco. Scrivo senza riuscire a dimenticare, scrivo per ricordare, scrivo senza sapere cosa scrivere, senza evitare di saperlo, per non sentire freddo, non soffrire, per non abbandonarlo, non addormentarmi dove sono, dove non sarò.

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