Una Pietà VIII

VIII

Dopo che il cane di Martin Smith ridusse a un colabrodo il mio giardino, già di per sé abbastanza abbandonato ma per lo stesso motivo speranzoso in un cataclisma, come ho descritto poco più sopra, lo vidi schizzare fuori come un pazzo, per niente avvilito del suo lavoro di ricercatore, e se ne andò come a inseguire un pensiero di cane abbaiante poco più in là riemerso quasi improvvisamente dal fondo più impensabile dove siamo stati, dove siamo, dove. L’osso non era poi così importante da trovare. Lasciato insieme a tutti gli altri, o come tutti gli altri ingarbugliati tra le cose da fare e da non fare, liste della spesa e parole crociate sopra un tavolo, merda! Dove sono stata. Dove. Ricordo quando Aurelio mi chiese di baciarlo, stavo quasi per caderci, ma poi mi tirai indietro. E lo ripetei a me stessa rientrando in casa. Non c’è bisogno di chiedere ciò che si ha già. Quando tutto è a portata di mano, sotto gli occhi. Quando niente è davvero quello che si vuole. La mano si avvicina a toccare una spalla di chi dorme, o di chi si crede che stia dormendo, proprio in un certo momento di bisogno direi, così impellente per l’altro, ma non arriva, e la si vede retrocedere, la mano, forse per vergogna, o paura, si ritrae dal fuoco e come un ventaglio si apre a proteggere il volto piegato da una parte. Ma se si chiede, allora non si ha, e forse neppure questo c’era bisogno di scriverlo. Gli dèi non chiedono, e nemmeno stuprano. Gli dèi assolvono. Avevo finalmente qualcosa da fare, qualcosa di cui scrivere. Qualcosa di superiore agli dèi stessi. Sentivo il sangue fremere alle dita. Finalmente. In un primo istante credetti fosse l’impulso di scrivere, ma era qualcosa che andava ben oltre il semplice fatto di scrivere. Avrei scritto del cane di Martin Smith, certo. Avrei scritto della voglia di continuare a scavare, e gridare, senza stanchezza, senza tregua, senza pace. Scrivendo sull’unico foglio su cui stavo scrivendo ogni parola cadente dalla mano selvaggiamente, una parola sull’altra senza leggere fino a qui, occupando tutta la pagina come una macchia d’inchiostro sul mondo, come la notte dell’insonnia che mi svegliò. Non ero pazza, non ero io. Dove sono stata. Dove mi cercavo. Dove non c’ero.

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