Una Pietà IX

IX

Ma poi tornai in me. Aprii il cassetto dove tengo i fogli, ma non c’erano più fogli. Aprii tutti i cassetti. Non c’erano più fogli. Com’era possibile? Come? Non mi lasciai prendere dal panico. Respirai profondamente. Uno, due, tre, quattro volte respirai. Profondamente. E alla stessa maniera del cane di Martin Smith mi balenò subito in mente dove potevo andare a cercare il mio osso, i miei fogli. Così telefonai alla cartoleria più vicina dove mi conoscono, dove sono stata, perché mi facessero il piacere di recapitarmi al più presto un blocco di fogli dove sono adesso, e dove non ci sono più fogli. Aurelio fu molto gentile. Dopo essersi informato del mio stato di salute, sia fisico che mentale immagino, disse che avrebbe mandato al più presto qualcuno. Fai presto, dissi ringraziando, prima che il drago mi consumi e mi restituisca in cenere all’abbandono della notte di nuovo sterile e madre di inattesi incubi. Al massimo qualche minuto, mi rassicurò Aurelio, non c’era bisogno di preoccuparsi. Non ero preoccupata. Controllavo la mia febbre. Non ero per nulla preoccupata, né impaziente. Piuttosto, chiudendo la chiamata, mi accorsi delle unghie troppo lunghe per le mie abitudini e gusti, spropositate direi, sia alle dita delle mani come a quelli dei piedi. Da tanto, troppo tempo, non andavo più da nessuna parte. Dove dovevo andare? dove? Avevo esaurito tutte le ricerche e i ricercatori non riuscivano a trovarmi. Dove sono. Dove sono stata.

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