Una Pietà XII

Suonarono alla porta. Indossai distrattamente una camicia e andai ad aprire sicura che fosse il ragazzo della cartoleria. Era lui infatti. Teneva in mano un blocco di fogli. Notai quella faccia da scemo che evitava di guardarmi. Mi avevano portato quello che avevo chiesto, in fretta, troppo in fretta. Non li volevo più. Rifiutai il blocco. Prima che fosse troppo tardi. Il ragazzo non sapeva che dire. Non li voglio più, dissi, mi dispiace. Era rosso in viso e gli occhi timidi e frenetici guardavano altrove, in basso, come in cerca di parole sparse ai miei piedi scalzi. Ma io che dovevo farmene? Appena un ragazzino. Ventuno, forse ventidue anni, poteva essere mio figlio e magari lo era davvero. Rifiutai di nuovo, con la mano, mimando il gesto di allontanare una mosca o l’abbaglio di una promessa. Feci per rientrare in casa, e in quel preciso movimento, di scatto, forse imprevedibile, si allentò una parte della camicetta scoprendo un seno ansioso di scivolare fuori, come se volesse rimanere ancora un altro po’ indietro. Ma in quel momento ero lontana da qualsiasi pensiero. E di scrivere mi era passata la voglia e l’ispirazione. Cosa avevo da scrivere? Un blocco di fogli bianchi. Assurdo. Tutto è così assurdo. Intuii che era questo ciò che erroneamente e al rovescio si intende come il blocco dello scrittore. Una lapide da cui far uscire il morto. Non volevo più saperne. Poi guardai il ragazzo attraversare il giardino per tornarsene al negozio. Rifiutai l’odore della terra appena mossa. Una Pietà. Sì. Feci appena in tempo a cambiare idea. Prima che il ragazzo del negozio se ne andasse confuso e senza sapere come raccontare di questa assurda situazione con Aurelio. Ecco come si può cambiare persino il passato. Basta fare in tempo. Presi quel gelido blocco di fogli. Congedai il ragazzo rassicurandolo che al più presto sarei tornata al negozio a saldare i miei conti. Scartai il pacco dei fogli che tenevo in braccio e, uno alla volta, cominciai a estrarli come i numeri dall’urna funeraria di ogni destino. Delicatamente, con la malleabilità delle nuvole, i fogli cadevano al suolo come i frammenti di una scultura, andando a posarsi sull’oscurità di quelle buche prive di vita.

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