Simulacrum

all’alba la capra smette di lottare offre la gola
al nemico la terra ricomincia a generare…
Antonio Porta, Il Segreto
17.2 – 28.2.1979

 

 

 

Fake me because I also am a sheep.

Flee me like your smell.
I will stay firm as my word.

My word which doesn’t hurt, my word
useless that rarely grants portfolio.
like a clochard knocked on the street with no money,
or documents, without identity… But a voice said:
Man [& a eco] woman [& then] life [& again] death –

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
I sing in the dark of a room as in a chest.
Dueling with the stars of my window. So a word
as another it was burieed and in a moment
it comes to mind its opposite, Orlando –
it’s his genesis more than his poem,
the fixed point haunts him. So, I also
grafted a voice. I grow mine hole, my anger
as a tree to be felled, a son
that you can not hold back, like a river

that only the sea can hold, a door
impossible to close, a wall that you can’t
smear of colors of your skin that doesn’t
fall to spread leaflets as you want.
We are all in the words around us,
like barbed wire, graffiti in the toilets,
raped and acquitted. We are all
like those fugitives found because
someone was looking for them. And time
is a bullet in the body that justifies
research. The earth is a fruit that
the branch could no longer support.
I draw milk from the body I print a copy,
two, five, ten, a legion of sheets,
I gate wool dirty expiation, the verb
that tore memory, in a winter.
We must stop being what it is not
and begin to not be what it is,
not pretend to live longer,
but die, just die. Finally!

 

 

 

Simulacro

 

 

all’alba la capra smette di lottare offre la gola
al nemico la terra ricomincia a generare…
Antonio Porta, Il Segreto
17.2 – 28.2.1979

 

 

 
Falsificatemi perché anch’io sono una pecora.

Fuggitemi come il vostro odore.
Io resterò fermo come la mia parola,

la mia parola che non ferisce, la mia parola
inutile che raramente si concede al potafoglio,
come un clochard buttato per strada senza soldi,
né documenti, senza identità… Ma una voce disse:
uomo, [e un’eco] donna, [e dopo] vita, [e ancora] morte.

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
io canto nel buio di una stanza come in una cassa.
Duellando con gli astri alla mia finestra. Così
una parola come un’altra è stata pronunciata
e in un momento viene subito in mente
il suo contrario, Orlando – è la sua genesi
più che il suo poema, il suo punto fisso
lo perseguita. Così, pure io vi ho innestato
una voce, coltivo il mio buco, la mia rabbia
come un albero da abbattere, un figlio

che non potrai trattenere, come un fiume
che solo il mare potrà contenere, una porta
impossibile da chiudere, un muro che non potrai
imbrattare di colori più della tua pelle
che non cade per spargere volantini
come desideri… Siamo tutti nelle parole
che ci circondano, come filo spinato,
graffiti nei cessi, violentati e assolti.
Siamo tutti come quei latitanti trovati
perché qualcuno li cercava. E il tempo
è una pallottola nel corpo che giustifica
la ricerca. La terra è un frutto che il ramo
non riusciva più a sostenere. Allora disegno
il latte dal corpo, ne stampo una copia, due,
cinque, dieci, una legione di questi fogli,
cancello la lana sporca di espiazione, il verbo
che azzanna la memoria, in inverno. Smetterla
di essere ciò che non si è, e cominciare a
non essere ciò che si è, non fingere più
di vivere, ma morire, morire e basta. Finalmente!

*

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