Nell’incerta solitudine del mondo gli incendi proliferavano come fiori a primavera e noi inseguiti sembriamo dall’ombra senza scelta, senza speranza. Ma per la sempre diritta (e illusoria) via.
Saltando piuttosto più volte su malcelate mine.
Polvere eravamo, ed è vero, ma se ne ignorava l’essenza.
Si sentiva risuonare anche e invece un misto di campane, campanule, o cappucci che sempre nascondono teschi, ad ogni esplosione di colori, estremi sogni delle vita che si crede appiccicata a noi come labbra, adesive labbra, per aver perso l’uso della parola e della fame di certe parole, come pure delle ciglia cispose, troppo cispose ciglia, da troppi amici sogni, ma senza carezze né doni.
Mi sembra a volte d’essere rimasto indietro rispetto a quelle teste turbate da troppe notturne letture di cieli neri più neri delle parole stampate d’inchiostro e dei riverberi dei campanili delle chiese che richiamano come mucche al pascolo l’erranza delle stesse e delle carte stampate in cui si leggeva, e si continua a leggere, il dovere di seguire il filo di una stella come del discorso. Ci pensavo stamattina mentre mi radevo, ed è vero devo anche essere rimasto indietro, non caduto tra i peli, in quel vortice d’acqua che il lavandino del bagno ingoiava senza dire parole senza parole da dire.
Ed anche e invece mi sarebbe piaciuto restare ancora un’altra mezz’ora a letto arricciato con le ginocchia al mento sotto le coperte come un verme sotto la pietra. Ma cambiai idea, come sempre succede, alla velocità di un fiammifero sfregato su una minerva, o uno sbattere di porta, e mi misi in marcia cercandomi e credendomi, tra l’altro, più che seguire le tracce del Carovan…, inseguito.
O, in altre parole, quasi arrotolate maniche,
vuote sembianze che imitano il cerchio
del cielo come un cappio che ci snoda
sulla botola del palco in mezzo a occhi
crudi testimoni di sangue compiacenti, noi erranti che rincorriamo l’ombre troppo lunghe – lontane ombre di maniche sopra i gomiti che scavano e scavano e spolverano con un pennello da barba quello che siamo o siamo stati, e riesumano con la delicatezza dovuta a un oggetto sacro o appena pescato o a una bomba o a un gesù cristo appena nato quello che siamo e non eravamo ma continuiamo a essere nostro malgrado.
E riesumano un chiaro scuro di linee delle mani sommerse dall’acqua che toglie ogni residuo di tempo al volto che da tanto, troppo tempo, non si vedeva riflesso nelle rughe delle mani, come se davvero il volto, con i suoi tagli e le sue ombre, fosse il destino che in ogni mano si dice a poco a poco si può leggere,
o una terza mano da congiungere alle altre due come in una preghiera, per poter nascondere un lacrimoso rosario (o una corona di occhi);
o forse è per il sole che brucia gli occhi come in un umido specchio che dalla notte dei tempi ci si esplode (dentro) al mondo, alla creazione, al pensiero, come uno sparo alla tempia che non voleva desistere un solo istante di rinunciare alla marcia.
Inferno I,3
gennaio 25, 2011Riscatto
giugno 14, 2010
così quando decidiamo di alzare
il culo dal mondo impazziti siamo
di non ascoltarci senza provare terrore
quello stesso terrore delle gente
che vede passare Peter Schlemihls
da solo nel suo sempiterno mezzogiorno
per tutte queste parole opulenti parole
che ci escono di bocca e che offriamo
completi di borsa che nessuno chiede
porgendo il fatidico dilemma e continuiamo
a declamare sfericamente al cielo
i nostri versi di andare inseguiti
sembriamo per mille leghe dall’ombra
che non è la nostra ma lo stesso
non ha scelta invece si crede legata
a noi come labbra adesive labbra
che si susseguono parlando come
forbici che tagliano gli orecchi
Non è un gran che
giugno 6, 2010Stanotte io sognavo – e non succedeva da tempo – una voce, ma sognavo non può essere la parola esatta, per ovvie ragioni, e non succedeva da tempo può darsi sia anche la forma sbagliata, trasognavo forse dovrei dire, essendo io stesso mi pareva un poco sveglio, e in quel dormiveglia accettato mi sembrava di udire una voce tagliata di netto tra la folla del mercato: non è un gran che scrivere versi carichi di sentimenti – diceva; io devo essere pazzo mi sono detto rigirandomi nel letto, nel sonno tra le lenzuola in cui mi ero annodato tra di loro, e chissà che cosa, quale divino suggerimento, con questo mi voleva dire: non dimenticare: non è un gran che scrivere versi carichi di sentimenti… e poi una specie di rumore di risacca e di nuovo non è un gran che scrivere versi carichi di sentimenti… ma quest’altra volta mi pareva la stessa voce di prima ma diversa era l’inflessione, quasi dispersa tra le cose della vita cambiante mi pareva a ogni parola o forse anche a ogni sillaba come se io dicessi “non” e tu dicessi “è” e l’altra dicesse “un” e via dicendo e tutti quanti non fossimo che in luoghi distanti l’uno dall’altro, anche se nel medesimo concentrico mercato, un frastagliato rumore di risacca tutt’intorno a insabbiarci la voce. Da stamattina, pur cercando di ignorare i trascorsi notturni, un’altra voce mi ha inchiodato alla sedia, vedrai che adesso qualcuno verrà a pungolarmi al costato per assicurarsi del mio trapasso, così io vi ho innestato una voce: così diventi costante come terra invasa da maree, diventi ossatura del dicibile o deducibile al diletto di un corpo fattosi crepa e le parole scaturite da mille fratture, ossicini muti che si ricompongono ogni volta più vicini alla vergogna, più indissolubili dei luoghi e poi non è ancora un gran che… eccetera eccetera ma rotolarsi per terra non è nemmeno il modo giusto di impolverarsi dalla testa fino i piedi *
Illusione poetica
settembre 19, 2009A volte il sonno ritarda a mordere il corpo
nel deserto delle ore trascorso a guardare
il sole cautamente ruotare come un avvoltoio
intorno al sole. Attende un sonno che tuttavia
non arriverà mai. Io non dormo e, nel mio non
dormire, il corpo avverte il fresco buono
sulla fronte, una nuvola che tramonta
sul miraggio, la stanchezza del verbo impallidire.
È troppo e non basta ancora. Mai scoprirò
la parola impiccata alla gola riarsa, mentre
il disegno dell’uomo si completa, sospeso e
distante e il cielo e la terra e il mare in mezzo
come un bimbo che salta dentro a una corda.
Agonia
agosto 19, 2009Per le sue parole che il vento mi portava
e il caldo luccichio di quegli occhi lontani,
apparentemente inafferrabili
come stelle negli abissi dei cieli
ma pronti, al mio primo gesto, a cadere
e in cui sembrava a me di potermici vedere
come su vetri rotti sparsi in mezzo ai prati.
Per il mormorio del suo incanto notturno
che solo noi possiamo riascoltare,
traghettando nel sogno,
con l’orecchio mai stanco coricato
sull’altoparlante di un telefono cellulare,
come un lenzuolo su un cadavere di porto.
Davanti al suo amore prostrato, messo
a nudo quasi genuflesso,
incorporeo desiderio che solo
aspetta diventi eterno
gorgo di sangue,
raccolto dal vetro
dei suoi sguardi nell’erba
secca.
Ed è qui che son fermo, come in-sogno
quando le braccia e le gambe non rispondono,
o in mezzo al mare dopo una nuotata estrema.
Ed è qui che sono come pietra,
paralizzato e senza memoria
dei miei passi, inchiodato a un albero
senza vela, folle e nudo e senza lamento.
Eppure a poco a poco sento
crescere dentro me ancora
un poco di quel sale
inestinguibile,
insondabile, incurabile come
un cancro ma necessario a entrambi,
aspettando solo che spunti fuori,
da palpebra di nuvola,
pure la carne, l’uomo
da questo pagliericcio
“come zampe di topo sopra vetri infranti”
e gli occhi lucidi, tumefatti
come corpo sbrecciato da scintilla
primordiale, gravido
d’inferno.
Io R’Esisto
luglio 25, 2009Un bicchiere di vino si è incarnato
in un corpo umano ch’era già morto.
Io restisto, seppure senza cuore,
senza strada, né impronte di rilievo.
La noia
luglio 23, 2008La noia, che cos’è la noia?
Noia
Noir
Nuit
La noia
La nuit
Le noir
L’ennui
La noia, che cos’è la noia? Prese un foglio di carta e vi scrisse sopra:
Noia
Noir
Nuit
La noia
Le noir
La nuit
L’ennui
Prima da un lato e poi dall’altro. Esattamente come ho ricopiato io adesso, su questo foglio di carta, in questo momento. La noia, che cos’è la noia? La noia conduce alla letteratura, disse una volta qualcuno. Amilcare Sgroi decise allora di andare a Parigi. E come molti altri neanche lui conosceva la ragione di questo viaggio. Ma a differenza di questi altri il suo soggiorno fu di una brevità che rasenta la follia, evitando così, tenendo ed essendo sostenuto per le spalle che graffiano i muri come qualsiasi altra intemperia di tempo e-vento pioggia vino sguardo unghia chiodo penna piastrella numeri foto ritratti madonne vernice maghe Je t’aime. I love you. Dieu est. Je non, e poi ancora colla-schianti-pianti e grida di bottiglie e pallottole e verdure-sputi e deliri di propaganda, di qualsiasi forma e natura, e dal cinema, che sta sempre dietro il delirio di quella stessa parete dove Amilcare Sgroi insozzava, come tutti gli altri pure lui, di se stesso evitando così di calpestare tutto l’invisibile e dirupato squallore del centro. Tornò infatti dopo dieci giorni (10). E non ne volle parlare. Era il 15 novembre del 1995.
Il Giudizio
marzo 19, 2008Adesso sai, dunque, chi c’era oltre a te, prima sapevi soltanto di te! Eri in fondo un bambino innocente, ma ancora più in fondo eri un uomo diabolico! E per questo sappi: io ti condanno ora alla morte per annegamento!
Il Giudizio 1913, Kafka
Innocente, chi può dirsi innocente. Non esiste l’innocenza. Quando nasci erediti la colpa. Dai fuoco alla lanterna, la stringi in mano puntandola avanti con indicazioni d’avvertenza, la tieni in ostaggio, è nelle tue mani, e t’incammini seguendola nel rustico e stretto corridoio. T’affacci sul primo piano, squarcio di luce, sull’infinito di quello che siamo, o fummo forse da qualche altra parte. Quando nasci erediti la colpa. Insieme a tutte le altre cose, forse questo è il sacco della storia. Ma inconsapevole, non c’è ancora storia. È come aver scagliato la pietra in alto la vita che grida la conquista e piange la perdita. Una scatola di piccole sfere magiche. Mi guardano, la guardo. E vidi il suo viso rigato da lacrime sottili come denti di serpente. E non trovi riparo. Non puoi nasconderti dietro agli altri. Ti nascondono le lacrime più delle parole. Né questi altri possono farsi carico di te, vuoto, dopo il saccheggio, perché tu sei questi altri, in tutto simile / specularmente diverso. È una questione di pronome, d’identità: io tu egli loro nessuno. Ti fa bene piangere. Piangi. Stanchi il corpo ossessionando il pensiero a cui abbiamo dato troppa importanza, e non la aveva, sbricioliamo l’assoluto che ci mortifica pensare il pensiero, informe, diamo corpo all’insignificanza. Quando nasci erediti la colpa. Avevo bisogno delle sue lacrime. Del veleno per topi schifosissimi. Come un morso d’antidoto agli insulti della vita. I miei occhi genitali genitori sono morti quando la videro guardarmi guardare. Mi hanno lasciato solo, unico erede della loro morte. Aspetto precipiti la stella. Si sgretoli infiammando sfiorendo al calore aerostatico del mio corpo rosso crosta. Si spenga la fiamma che m’arde la gola. Addestro come scimmie d’accademia le immagini al silenzio / al buio le parole. Non è un desiderio. È la stessa nascita che cade. Ogni cosa s’incendia si raffredda scompare.
Ultima sera
dicembre 13, 2007Non ho che questo zampettare sui tasti
come un insetto sulle bave del cielo.
Neri i vetri alla finestra, due ciechi
in una stanza come in uno specchio.
Ma che avrò mai da dire, dove andare
aldilà della vita che m’è cara più
d’un laccio emostatico. Per così dire.
Mi passa accanto il fiume e non si vede.
Triste e folle cercarsi tra le giostre
e rotolarsi fino in bocca al mare.
Il suo destino era ritornare in sé.
Ed ecco allora quel che posso fare.
Aprir gli scuri e in segreto lasciargli
fuggire il bagliore dello schermo.
Scelte
dicembre 12, 2007Capitano delle cose assai strane. Di questi tempi o da per sempre. Mi è tornato un libro tra le mani che avevo scritto anni addietro ma senza pubblicarlo e del quale pensavo di aver dimenticato tutto come l’ultimo il primo amore ogni cosa, tutte le parole. Ma veramente. In principio non era il verbo. La pazienza ha superato il limite della vergogna. E perché mai ora dovremmo dirlo? Saremo nudi come bambini dell’età adamitica che danno nome alle cose? No, mai! Continuamente ingannati. Continueremo per questa falsa ignoranza. Rei di plagio più che di creazioni (i poeti che non sono), agguantatori di scoperte più che di invenzioni (gli editori che non ci vogliono). Così quando ti avvicinasti io sapevo già il tuo nome perché eri tu a volere che io lo sapessi. Tra un po’ è natale, si scartano i regali. E questi oggetti in regalo verranno fuori alla luce (saranno editi) come schizzi di sperma, verranno fuori dalle loro scatole buie come uteri per l’unica parete che s’allarga, l’unica da dove era possibile uscire, e non perché non ce ne fossero altre, ma quella era la sola predefinita per venire alla luce. Continuamente capitano delle cose assai strane. Non avere più voglia di niente e di nessuno. E allora perché mi sono messo a sistemare tutte queste pagine e libri e quaderni e insolazioni di scritture in una scatola? come se dovessi di nuovo trasferirmi. non sapere dove andare. che fare. andare per strada. fino allo stremo delle forze. e sempre più abbassare la testa. non avere idea del perché ci accingiamo a fare certe scelte invece che altre. sono le scelte che ci scelgono come gli oggetti e le cose che vogliono un nome donando a noi l’illusione di averglielo donato. e non provare più nemmeno quel piacere non condiviso di aver letto o scritto certe storie. e non aver più voglia di resistere a quell’attrazione sempre più fervida per il silenzio, il freddo buio delle scatole, l’umido sapore della terra e del mare, il gelo solare di un letto di cartone. Che importa dire o non dire, a chi interessa? a chi può? essere e non avere. e non essere quello che non abbiamo.