Per tutta la notte ha nevicato. Confetti e denti rotti.
La città s’è di nuovo vestita da sposa.
Per così dire. E poi di nuovo l’abito s’accorcia.
Man mano che viene la pioggia e le secche lingue
del sole e delle unghie che solcano i sorrisi.
Per un attimo rimango abbagliato.
Colto da quell’insulso e breve spasmo felice.
Tanto da voler scrivere ancora. Sono proprio un imbecille.
Non perdo occasione per ricascarci.
Per me che vengo dai piedi del mondo tutta questa bianchezza
è quella poesia a cui piacciono ginocchia sbucciate.
Con un sorriso spalanco il portone. Mi sento gli occhi slabbrati
e la bocca inghiottire il cielo della pagina.
Sembriamo due vuoti che da lontano si contemplano. Ogni corpo
desideroso di scrivere sull’altro le proprie volgari memorie.
In fretta, più in fretta, che l’autobus non aspetta.
Nascondo la testa sotto il cappuccio e mi rotolo
per strada come pergamena oppure carta igienica, o meglio,
vado a cercare lo schianto stupito di un’altra oscena
palla da bowling. E cadere e rompermi la testa.
un momento di poesia
Dicembre 17, 2009 di wordinprogresspoesivamente
Novembre 4, 2009 di wordinprogress
occhio spleendidamente riconciliato
il morso nella carne – dicemento
medusa la luce lascia passare
implacabile fluire dei loculi
*
A volte sembro un uomo
Ottobre 13, 2009 di wordinprogressA volte sembro un uomo… o uno di quegl’uomini
innumerevoli che sembrano avere delle idee,
e con quelle, senza scrupoli, le propongono innanzi,
chiamandole per nome, le espongono, tralasciando ogni fondamentale retrospettiva, sgorgano, incestuosamente in superficie -
sangue versato dentro il canale metallico,
esaurendo tutte le risorse, stremati natali,
controfirmando d’inchiostro labirintiche direzioni,
come un contadino che gira e rigira la terra,
quello è il suo nome che la morte già invidia,
come pure un dormiente insonne tra le lenzuola.
A volte sembro un uomo… è vero, o uno di quegl’uomini
innnumerevoli appena scesi da un treno
proveniente da terre sempre più lontane
e che qui, in mezzo al mondo, è questo quello che conta,
sani e salvi, per fortuna, li ha trasportati, e che bene
hanno capito quale è la direzine da prendere, quella
(della freccia), quale lasciare e quale vietare.
Ma il più delle volte sono solo uno che si gratta la testa.
Illusione poetica
Settembre 19, 2009 di wordinprogressA volte il sonno ritarda a mordere il corpo
nel deserto delle ore trascorso a guardare
il sole cautamente ruotare come un avvoltoio
intorno al sole. Attende un sonno che tuttavia
non arriverà mai. Io non dormo e, nel mio non
dormire, il corpo avverte il fresco buono
sulla fronte, una nuvola che tramonta
sul miraggio, la stanchezza del verbo impallidire.
È troppo e non basta ancora. Mai scoprirò
la parola impiccata alla gola riarsa, mentre
il disegno dell’uomo si completa, sospeso e
distante e il cielo e la terra e il mare in mezzo
come un bimbo che salta dentro a una corda.
Agonia
Agosto 19, 2009 di wordinprogressPer le sue parole che il vento mi portava
e il caldo luccichio di quegli occhi lontani,
apparentemente inafferrabili
come stelle negli abissi dei cieli
ma pronti, al mio primo gesto, a cadere
e in cui sembrava a me di potermici vedere
come su vetri rotti sparsi in mezzo ai prati.
Per il mormorio del suo incanto notturno
che solo noi possiamo riascoltare,
traghettando nel sogno,
con l’orecchio mai stanco coricato
sull’altoparlante di un telefono cellulare,
come un lenzuolo su un cadavere di porto.
Davanti al suo amore prostrato, messo
a nudo quasi genuflesso,
incorporeo desiderio che solo
aspetta diventi eterno
gorgo di sangue,
raccolto dal vetro
dei suoi sguardi nell’erba
secca.
Ed è qui che son fermo, come in-sogno
quando le braccia e le gambe non rispondono,
o in mezzo al mare dopo una nuotata estrema.
Ed è qui che sono come pietra,
paralizzato e senza memoria
dei miei passi, inchiodato a un albero
senza vela, folle e nudo e senza lamento.
Eppure a poco a poco sento
crescere dentro me ancora
un poco di quel sale
inestinguibile,
insondabile, incurabile come
un cancro ma necessario a entrambi,
aspettando solo che spunti fuori,
da palpebra di nuvola,
pure la carne, l’uomo
da questo pagliericcio
“come zampe di topo sopra vetri infranti”
e gli occhi lucidi, tumefatti
come corpo sbrecciato da scintilla
primordiale, gravido
d’inferno.
Io R’Esisto
Luglio 25, 2009 di wordinprogressUn bicchiere di vino si è incarnato
in un corpo umano ch’era già morto.
Io restisto, seppure senza cuore,
senza strada, né impronte di rilievo.
Finzioni
Febbraio 17, 2009 di wordinprogressil tempo va sca(n)dendo tra le sue braccia
appese con un tubicino a una clessidra.
E’ un innocuo bombardamento – tanto
per seguire la regola del contrappasso.
Indossa una maschera perché lo aiuti
a respirare ad alta quota. Al suo fianco
sta seduta una figura, gli tiene una mano
sussurrando parole come fossero
bandierine sulla pista
Nella mia storia
Febbraio 9, 2009 di wordinprogressDa qualche tempo dormo serenamente, dormo così serenamente che, se solo fosse possibile, un angelo sembro…, ma non era questo che volevo dire, piuttosto, e con molte probabilità di riuscita, sono certo, susciterei invidia a molti uomini che si credono vivi, e invece; e ad altri, scometto, ignari non ancora e non per molto.
Niente mi inquieta e nessuno mi disturba. Nemmeno la mia non presenza. Sono così profondamente immerso in me da non sentirne
neppure la mancanza. Devo essermi perso, immagino, in questo mercato di mondo, come un ragazzino attratto dalle luci dei magazzini generali; o un infante lasciato in carrozzina in qualche ripido corridoio di un qualche sperduto centro commerciale della catena di desideri inespressi o esauriti; come pure, non è da escludere, dimenticato in una macchina posteggiata là fuori in divieto di sosta, perché già i posti disponibili tutti occupati, e per di più senza marcia né freno di stazionamento; come anche una barca debolmente legata a una bitta da dove facilmente si snoda e si lancia alla deriva dei santi bevitori, insomma devo essermi perso nella triviale e blasfema quotidianità.
Non una sola inquietudine, non una sola parola da falso poeta eremita o scemo, non un verso d’asino o d’ovidio strascicante sul cielo della pagina come di un qualsiasi frutteto.
L’anima, se solo avesse ancora senso parlare di anime, non tenta più di manifestarsi, d’uscire allo scoperto. Semplicemente è in sé, come le numerose ciglia secche di una meridiana, in tutti i luoghi e in nessun tempo.
Ogni sera la testa sprofonda nel cuscino e con la mente gli occhi mi riportano all’ultima stella vista al mattino. Ogni sera, una manciata di secondi, a me sembra, e subito m’addormento. Non smetto. Ma potrebbe anche essere ancora mattino ed è solo mia la sensazione di questo oscuramento, come di palpebra che per gravità o stancezza s’abbassa dissolvendo la già povera luce di questo mattino. Ma so che mi sbaglio e perciò continuo a dormire nella mia storia priva d’attrazione, mobilità, tensione, e dunque senza continuità o turbamento.
Timeline
Settembre 22, 2008 di wordinprogress
Il tempo sembra in ogni caso passare. Quando ti volgi indietro e già non
ti ricordi. E mi convinco del bene di tutto questo incessante scorrere e
scorrere e scorrere e che sia davvero così. Passi il tempo e tutto il
mondo passi e tutto continui a passare. Mi inchiodo su questa frase come
un codardo sul patibolo. Ma sono sopratutto stanco. Perché in realtà non è
il tempo che passa. Ti guardi intorno e tutto ha un sentore di già visto
una volta, due volte, tre quattro volte. Tutto appare uguale a come lo
lasciammo o riposto in ruvide scatole. Quello che abbiamo scritto, e
quello che non abbiamo. Gli orologi continuano a mordere i passanti sui
marciapiedi e sotto, capovolti nelle pozzanghere, se ci sono le pozzanghe,
e sopra, nelle vetrine, se ci sono le vetrine, ma sempre sopra di noi c’è
una vetrina. A scatti fulminei le lancette dei secondi si srotolano come
tappeti o lingue di camaleonti. Ci fanno strada come un invito
irrinunciabile. Non puoi. E continuamente il mondo si svuota e si riempie
di fiori e di letame. E tu sempre fermo a guardare oltre il vetro. Dietro
questo mondo ci deve essere un polso che pensa di scrollarsi di dosso
tutta la polvere dei cieli, e lo fa ruotando come un uomo in fiamme che si
rotola per terra. Dietro questo polso ci deve essere un uomo che pensa di
scrollarsi di dosso tutta la polvere dei cieli, e lo fa scuotendosi come
un burattino che tenta di recidere i fili che lo reggono in piedi, come
chi volesse vedere chi si nasconde dietro di sé. E c’è una luce di metallo
in cui il volto si riflette e che non conosce spazio, né gli anfratti tra
le pietre.
Laura e la mosca IV
Agosto 1, 2008 di wordinprogressIV
Ricordo quella volta d’estate. Era pomeriggio. Mi trovavo nella mia stanza, come al solito, ad affaticare la vista leggendo un libro di poesia medievale.
Ho come l’impressione che qualcuno l’abbia già declamata questa canzone. Ma non è molto importante. Quello che importa veramente, adesso come allora, è riuscire a perdere tempo e a prendere sonno. Si narra che un ragno approfittò di un uomo addormentato su un prato per tessere la sua tela, usando il corpo dell’uomo come punti cardini del fiore che andava costruendo. E quell’uomo, dunque, al contatto costante con quella mostruosa architettura sognò di labirinti vischiosi e multiformi, crisalidi di angosce. Più che dormire doveva essere morto, mi viene da pensare. Chissà cosa sogneranno gli amanti abbracciati nel sonno.
Mi coprii il volto con un libro e mi addormentai. Sogno di quel che è sognato. Così ogni lettura è una rilettura. Ma quella volta l’inganno non funzionò. Mi alzai dal letto, dove mi preparo alla lettura eterna, mi affacciai alla finestra. Vidi una macchia nera serpeggiare tra i campi, in questa striscia di verde qua sotto. La curiosità mi fece afferrare il binocolo e inquadrarla più da vicino. Una ragazza magra e snella, completamente vestita di nero veleggiava tra l’erba. Le gambe infilate in calze a rete. Scintillavano a ogni passo. Come fili di rame nella guaina scorticata.
Era Laura. Avvolta dall’aura folgorante della sua bellezza misteriosa e in limine, nell’aurato crogiuolo che la spoglia come una matrioska. Laura. La Urania delle nostre domande al cielo. La uranografia delle sue pose ammirevoli, la uranometria sequenza di scatti, la uranoplastica, di un’apertura nella bocca del cielo, meraviglia, la uranoscopia scintillante del suo corpo.
Ci si chiede che cos’è la fortuna. A volte è la mano di un bambino che per capriccio disfa la tela. Mi risvegliai. In tutto la vidi due volte nella mia vita, la prima (nel sogno, e questo ne è il ricordo che annotai subito in un foglio di carta prima che svanisse), e l’ultima (in un altro sogno breve). E posso ritenermi più che fortunato. Alcuni non sanno nemmeno che esiste, ma vivono senza pensarci. Ed è questa la loro bestiale fortuna.
Ricordo quella volta che la vidi ritirarsi dal mare, da questo stesso mare che mi è ancora possibile ammirare oltre la solita striscia verde.
Quella mattina d’estate, sul litorale, tra le tante macchine parcheggiate in fila una dietro l’altra, mi parve di aver riconosciuto la sua. Prendo il binocolo e ho la conferma. Ma perché proprio qui, mi chiesi. Con tutto il mare del mondo proprio in questo fossa alla radice del naso doveva venire a crogiolarsi al sole. Non può essere la sua macchina. No, mi sarò sbagliato. Vedo rosso dappertutto. Ma no, invece era proprio la sua, ne ero sicuro. E non solo per il modello di macchina. Ma per l’influenza che gli oggetti subiscono al solo contatto di chi li usa, come un camaleonte subisce i colori del mondo. Ma in maniera inversa, invece di mimetizzare, denunciano una presenza. Quella era la sua macchina. Non c’erano dubbi.
Decisi di appostarmi come una sentinella intransigente. Qui di fronte, nel raggio di mezzo chilometro, c’è un solo punto da dove è possibile conquistare la via del mare, ed è lì che oriento il binocolo. Ovviamente è lo stesso da cui si dovrà risalire. Logico. Mi è impossibile però vedere quel tratto di spiaggia perché si trova sottostante il livello della strada.
Mi appostai, nel mio corpo di guardia, dietro finestra, continuamente fissavo quel punto, nella maniera più intransigente e inevitabile, da lì doveva passare, come un granello di sabbia attraverso il buco di una clessidra. Nemmeno il più infinitesimale granello mi sarebbe sfuggito. Certe volte riesco ad essere ingombrante quanto desiderabile, proprio come una sedia.
Ecco, dopo qualche minuto, qualcosa laggiù si mosse. Guardai dentro il binocolo e vi scorsi alcune chiome risalire dal mare, mostrare la fronte gli occhi il naso la bocca il mento il collo le spalle il petto il ventre i fianchi le cosce i ginocchi le tibie le caviglie e i piedi, che sembravano far marciare sul posto la creatura che era riemersa dal mare. Non era lei. Ma alla fine dovrà mostrarsi. È scritto.
E quando sarebbe giunto il momento dovevo trovarmi pronto a inquadrarla, aprendo il varco di questa rete che qualcuno mi stava costruendo addosso.
Ecco, si avvicina alla macchina, apre lo sportello, vi monta, toglie il parasole dal parabrezza, lo ripiega e lo mette da un parte nel sedile posteriore, mette in moto, abbassa la leva che accende le tre lucette laterali lampeggianti, ingrana la prima, sterza un poco le ruote a sinistra e piano piano si muove, s’avvicina sulla linea a margine della carreggiata, gira la testa per guardare indietro se ci sono macchine che sopraggiungono, il mento lo appoggia sulla spalla, lascia passare una macchina, poi un’altra, e non ce ne sono altre, la strada è libera, vi si immette, passa e non resta che il vuoto d’ombra nel parcheggio fino a pochi secondi fa ancora occupato, può ingranare la seconda marcia, poi la terza. Crede d’essere sola, ma non sa che qualcun altro è con lei, la osserva dal finestrino, le corre a fianco anche se da un centinaio di metri di distanza, e la segue con lo sguardo nel suo viaggio di ritorno verso casa, e la segue come si può seguire la scrittura degli arabi, da destra verso sinistra, perché verso sinistra ritornava, verso il nord, verso il quinto piano del palazzo dove abita, verso la fresca pioggia di una doccia, verso le carezze della schiuma da bagno che scivola sulla sua pelle, sullo splendore delle sue forme sinuose, mentre accarezza il sesso e sembra masturbarsi, e la vede scorrere nel mondo, in questa breve riga della vita, da destra verso sinistra, in quest’arco di tempo breve, m’ero persino illuso che potesse gettare per un attimo solo, solo un attimo insignificante, che potesse gettare lo sguardo da questa parte del mondo dove abito e che lei non può ignorare, e invece, niente di tutto questo, scorre decisa per la sua strada in una direzione determinata, lineare, precisa, segue la prospettiva piramidale della strada, la seguo in questa panoramica fino a perderla nello stipite buio della finestra, in uno dei cardini, nella completezza di un angolo piatto, i 180 gradi di final destination, oltre i nostri diciotto anni ormai passati, aumenta la temperatura e i battiti del cuore, allungo in fuori la testa, per quanto mi è possibile, una mano, e la mia povera testa di lumaca, dilato l’impossibile del piano geometrico, ma non posso trattenerla, siamo troppo lontani, non ti scordar di me sussurro, non ti scordar di me, don’t forget of me, ne pas oublier de moi, ne me pas oublier de, no te olvides de mí, não o esqueça de mim, von mir dich nicht, non ti scordar, não se esquecer de mim, non ti bruciar di me, non te scordar, forgetmenot, non si scordar, non ti scordar di me… ma non può sentirmi. S’allontana, la vedo rimpicciolirsi e sgretolarsi come una stella che assedia la barriera dell’atmosfera terrestre, s’infiamma nella sua macchina rossa per svanire inghiottita dal mondo, come un granello di sabbia, di tempo, pulviscolo di polvere, più nulla, ammutolisco, non ti scordar di me… ripete una voce, e l’eco s’allontana…